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A pochi chilometri di distanza, Agrigento crolla mentre Porto Empedocle rifiorisce

Scritto da Redazione il 3 febbraio 2010, alle 18:37 | archiviato in Politica, Politica provincia, Provincia. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0.

firetto-zambutoDa centocinquant’anni li divide il Caos, la collina su cui nacque Pirandello. Così vicina a Porto Empedocle, da do­ve i genitori del drammaturgo si erano tra­sferiti per fuggire il colera, ma in territorio di Agrigento. Tanto basta perché nella città co­stiera, con un’esibizione tutta siciliana di no­stalgia, si parli ancora di «scippo del destino» e ci si consoli letterariamente con Andrea Ca­milleri. Montalbano ti aspetta di fronte al Mu­nicipio di Porto Empedocle, in bronzo e a grandezza naturale, anche se le fattezze so­no quelle di Pietro Germi, che interpretò il commissario Ingravallo del ‘pasticciaccio’ di Gadda: filologia alla mano, qui ti spiegano che è lui ad aver ispirato Camilleri ma vien da chiedersi se la giunta di centrodestra avreb­be mai dedicato la statua al ‘comunista’ Zin­garetti…
Unite e divise dal Caos, Porto Empedocle e Agrigento sono sempre state lo specchio di due Sicilie: la marina fervente dei commerci e la «cittaduzza moribonda», come Piran­dello, impietoso, ribattezzò il capoluogo. Do­po la tragedia di Favara, nelle due città si ri­specchiano altrettanti modi di amministra­re la cosa pubblica; la «marina» ha comple­tato un piano di demolizioni e ricostruzioni che ne ha cambiato il volto e ora sta riqualificando il tessuto urbano a colpi di investi­menti milionari; la «cittaduzza» assiste im­potente al disastro del proprio centro stori­co, assediato dalle frane e dall’incuria, ha le casse vuote ed è ferma ai progetti non finan­ziati. Due governi all’apparenza gemelli – sin­daci quarantenni eletti da liste civiche, l’UDC di osservanza cuffariana Calogero Firetto a Porto Empedocle e Marco Zambuto, ex UDC oggi vicino al ministro Alfano, ad Agrigento – affrontano su scala diversa (18.000 abitan­ti contro 60.000) gli stessi mali antichi: un sot­tosuolo fragile e un’edilizia residenziale sac­cheggiata da abusivismo e latitanza ammi­nistrativa. Sulla costa, però, i risultati si ve­dono mentre nel capoluogo tutto sembra im­mobile.
Costruito su una rete di ipogei che compli­cano il cronico dissesto, il centro dell’antica Akragas è assediato da una serie di frane che Comune, Regione e Protezione civile tenta­no da anni di arrestare. Nel 1966, un gigan­tesco smottamento sconquassò il quartiere dell’Addolorata. Da allora nessuna soluzione, neppure quella della via di fuga: la cittadella è attraversata da una sola strada, strettissi­ma, e per smuovere le acque l’Arcivescovo ha dovuto minacciare, dopo il disastro di Giam­pilieri, che non avrebbe celebrato «il prossi­mo funerale annunciato». Promessa mante­nuta a Favara, dove si è seduto a fianco dei genitori durante le esequie delle sorelline. E­ra la protesta di un sici­liano con i siciliani, con­tro l’immobilismo di questa terra, e ha fatto letteralmente saltare i nervi alla classe politica.
Per primo a Zambuto, che ha chiamato a correo l’arcidiocesi, sostenendo di aver «rischiato il disse­sto di bilancio pur di da­re priorità alla messa in sicurezza» delle chiese. È bastato dare un’occhiata ai conti per rendersi con­to che l’amministrazione comunale non ri­schia proprio nulla: un dossier dell’arcidio­cesi rivela che finora sono stati investiti per la messa in sicurezza solo 235.000 euro e che le emergenze delle chiese sono state affron­tate «senza alcun intervento del Comune di Agrigento». Seguono due pagine di lavori se­gnalati da anni dalla Curia alle amministra­zioni dell’Agrigentino. Quasi tutti «prioritari e urgenti».
Certo, l’agitazione degli amministratori ha le sue ragioni – la finanza locale è esangue, la legge sul recupero dei centri storici è blocca­ta e lo Iacp, lo stesso degli alloggi mai asse­gnati a Favara, non costruisce nulla da dieci anni ed è commissariato – eppure al di là del Caos c’è chi riesce ad arrivare prima dei crol­li. Anche Porto Empedocle, come Agrigento, ha avuto il suo disastro: un’alluvione nel 1971 ha spazzato via tre quarti di centro storico. «Restarono in piedi poche casette di pesca­tori – ci racconta Firetto -, suggestive e fria­bili: le abbiamo abbattute, assegnando ai pro­prietari nuovi alloggi popolari». Non che sia stato semplice: per demolire un edificio an­tico bisogna rintracciare gli eredi (a decine) e quando ricostruisci è saggio, ti spiega Fi­retto, «invitare la squadra mobile in com­missione appalti». Ma resta ordinaria ammi­nistrazione: «il problema vero è program­mare gli interventi». Agrigento lo sta facendo da anni senza risul­tati apprezzabili. Il «piano strategico» per il re­cupero del centro cittadino non ha ancora partorito un progetto. Le ambizioni sono sfre­nate: trasformare la col­lina di casette fatiscenti e palazzi puntellati in una cittadella della cultura spendibile nei pacchetti turistici della valle dei templi. Nel frattempo, però, «abbiamo sette pa­lazzi storici a rischio crol­lo – ammette l’assessore ai lavori pubblici Renato Buscaglia – anche se stia­mo completando gli in­terventi per la messa in sicurezza». Per fortuna Buscaglia ha il dono della concretezza: «senza i contributi a fon­do perduto della Regione non si riuscirà a fa­re nulla; nessun privato investirà mai cin­quantamila euro per restaurare un immobi­le che ne vale ventimila». L’amministrazione sogna di risolvere il problema con una tren­tina di alloggi nuovi, da realizzare con i pri­vati e da affittare a canone sostenibile. Enzo Camilleri, l’avvocato che coordina il tavolo comunale, scommette che tra due mesi il pro­getto sarà pronto e allora si potrà bussare au­torevolmente alla porta di Lombardo: «Ci so­no sette miliardi tra fondo di sviluppo regio­nale e fondi europei» assicura. Anche Firetto pensa in grande: nuove ban­chine per le navi da crociera, un dissalatore, il museo del mare, tutto finanziato con i con­tributi che l’Enel verserà per realizzare il nuo­vo rigassificatore.
Non ha ancora un euro in tasca, ma tutti lo trattano come se avesse già incassato i milioni pattuiti con la società e­lettrica, una ventina una tantum e royalties da 2,5 all’anno.
Un’alleanza che pesa anche in Regione, dove la «marina» gode di mag­gior ascolto della «cittaduzza». L’anno scor­so Firetto ha inaugurato il taglio delle acque, un sistema di gallerie e paratie sotterranee contro il dissesto idrogeologico, interamen­te finanziato dalla Giunta Lombardo. Costo: 2,5 milioni. Intanto, laggiù oltre il Caos, Agri­gento frana.
Anche nel capoluogo alcuni edifici sono a rischio. Il Comune lavora da anni per recuperare la città antica ma finora non esiste un progetto definitivo.

Da “AVVENIRE” Sabato 30 gennaio 2010 (Pag. 6)
DAL NOSTRO INVIATO AD AGRIGENTO – PAOLO VIANA
Centri storici, i due volti della Sicilia



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