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Canicattì, i palazzi del settecento: forti contrasti sociali

Scritto da il 20 aprile 2017, alle 06:58 | archiviato in Arte e cultura, Canicattì, Costume e società, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Lo sviluppo urbanistico e artistico di Canicattì sotto i Bonanno, ed in particolare sotto Giacomo I Bonanno Colonna e Giacomo II Bonanno La Rocca, potrebbe suggerire un’immagine oleografica del periodo feudale. Occorre quindi evidenziare come, nonostante le tante positive iniziative adottate, la vita del popolo rimanesse assai grama in un misto di feste, processioni e intollerabili stenti quotidiani. I contadini indossavano poveri stracci, vivevano in tuguri angusti e maleodoranti insieme alle proprie bestie, conducevano in enfiteusi le piccole chiuse che il signore concedeva loro; a fine raccolta potevano trattenere per le esigenze della propria famiglia soltanto la mancia e cioè il necessario per il sostentamento della persona: all’incirca due salme di frumento corrispondenti a 450 chili. 

Tutto il resto della produzione agraria era venduto nelle botteghe baronali site nell’attuale corso Garibaldi, nella piazza Grande e nelle vicinanze della chiesa di San Biagio, o ammassato negli scantinati dei palazzi baronali e negli appositi magazzini di lu Chianu (oggi piazza Vespri), nelle vicinanze della Torre dell’orologio, sotto la custodia di un collettore. Il tutto era poi trasportato, con muli, asini e carretti, nei posti di imbarco, i cosiddetti caricatori, per essere esportato. 

caricatori più vicini erano quelli di Licata e del Molo di Girgenti (l’attuale Porto Empedocle), che il vescovo Lorenzo Gioeni ampliò nella prima metà del Settecento utilizzando i grandi blocchi del tempio di Giove Olimpico dell’antica Akragas. La spesa per il trasporto delle derrate, detta migliatico, era valutata in base alla distanza. I caricatori siciliani erano Castellammare, Termini, Roccella e Solunto sul mar Tirreno; Catania e Bruca (oggi Brucoli, frazione di Augusta) sul mar Jonio; Terranova (Gela), Siculiana e Mazara, oltre i due già indicati, sul mare Africano. I caricatori svolgevano un ruolo assai importante nella politica di esportazione del grano incentivata dal governo che in tal modo intascava ingenti tasse; a Naro aveva sede un consolato dell’Ordine di Malta che assicurava il grano necessario per gli abitanti dell’arcipelago maltese. 

Attorno ai caricatori, costituiti da case e magazzini, si sviluppavano delle botteghe ove era possibile acquistare ori, argenti, caffè, zucchero, sapone molle, aghi, tessuti e mercerie varie. I caricatori erano amministrati da funzionari regi detti portulani o portulanoti, che dipendevano dal mastro portulano. I produttori e i commercianti depositavano le derrate nei magazzini, ne riscuotevano le polize, vere e proprie lettere d’ordine che venivano negoziate. Proprietari terrieri, grandi affittuari, gabelloti e grossi commercianti compravano dal re le tratte e cioè i diritti all’esportazione del frumento. Le tratte erano la principale causa della lievitazione del prezzo del frumento e, di conseguenza, di quello del pane e della pasta. Si pensi che intorno alla metà del Settecento il frumento era venduto a circa due tarì al chilo, mentre un bracciante guadagnava in un giorno appena un tarì e mezzo. 

La gente era costretta a nutrirsi di fave, verdure, fichidindia e carrube: i miseri abituri ove viveva sembravano veri e propri covili ove la promiscuità regnava sovrana. Il commercio del grano, e talora anche dell’orzo, era regolato da bandi vicereali, così chiamati perché annunciati da banditori nei vari feudi, che ne stabilivano di volta in volta il prezzo di vendita. A Canicattì nel 1766, a seguito dell’ordinanza di rivelo dei cereali, emanata dal viceré marchese Fogliani, fu eletta una deputazione per la sorveglianza frumentaria: ne facevano parte don Marco La Lomia per il ceto dei civili, Giuseppe Di Prima per i borgesi, e Vito Letizia e Ignazio Milisenna per i maestri.

Intanto cominciavano a crescere di numero i cosiddetti burgisi. Molti nobili preferivano vivere in città, soprattutto a Palermo, e, per affrontare le enormi spese cui andavano incontro, erano costretti a vendere parte dei loro beni. Nasceva così una nuova classe sociale, intermedia tra padroni e servi della gleba, che avrebbe assunto un ruolo di primo piano negli anni successivi. I neofeudatari, i gabelloti e i grandi affittuari rappresentavano il nuovo ceto emergente, pronto a prendere il posto dei vecchi nobili. Nel Settecento le campagne erano sfruttate intensivamente e ne fu logica conseguenza la continua espansione dell’abitato, che raggiunse la massima fioritura; molte famiglie emergenti raggiungevano un alto livello di benessere, grazie al miglioramento economico che si andava accentuando sempre più, e davano prestigio a se stesse costruendo le proprie residenze con grande dignità e decoro. 

Sorsero allora, nei pressi di San Domenico, i palazzi dei baroni La Lomia (1750-1770) e del cavaliere Marco La Lomia in via Cattaneo e il palazzo Gangitano di via Calatafimi (sarebbe stato utilizzato come sede della caserma dei carabinieri e poi della pretura); nell’attuale via Colombo il palazzo Bartoccelli-Adamo (1720-1740); a Borgalino il palazzo Caramazza oggi Ferro (all’angolo di via Roma-via XX Settembre) e il palazzo Bordonaro (angolo piazza Roma-via tenente Minniti); casa Corbo in via XX Settembre; nei pressi della Badia il palazzo di don Nicolò La Lomia, cui si accede attraverso la vanedda di li ‘ncantisimi; il palazzo ex Lombardo, oggi Gangitano, a ridosso della Chiesa Madre; il palazzo Gangitano di via Dandolo (le volte erano adornate con bellissimi stucchi; di particolare pregio il salone con decorazioni bianco-oro, sovrapporte dipinte a paesaggi, pannelli laterali della volta ornati con motivi architettonici e un affresco centrale a tema allegorico); il palazzo La Lomia tra via Risorgimento e via Galilei (vi sarebbe nato padre Gioacchino La Lomia); il palazzo Lombardo nei pressi della Chiesa Madre. (Giacinto Gangitano, Architettura Monumentale e suoi Ornamenti in Canicattì, in Notiziario Canicattinese, Canicattì 23 settembre 1928).

Tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento sarebbero stati costruiti il palazzo Caramazza che ha il fronte principale sull’attuale via tenente Minniti e, in piazza IV Novembre, il prestigioso palazzo Sammarco (poi La Lomia). Per la costruzione di questi e altri palazzi era solitamente utilizzata la pietra detta di Donato, dal nome della contrada in territorio di Naro da cui è estratta. E’ una pietra tenera, molto facile da lavorare, che col passare degli anni acquista ai raggi del sole una patina dorata molto bella; è però assai soggetta al caldo, alle gelate ed agli altri agenti atmosferici e quindi non ha molta durata. Anche la pietra di Comiso era largamente usata. 

Nel secolo XIX sarebbero stati costruiti i palazzi Adamo e Cucurullo (corso Umberto), Lombardo (poi Stella, in via Cavallotti), La Lomia (poi Gallo, in corso Garibaldi), La Lomia (poi Di Prima, in piazza Dante), Bordonaro (via Solferino), Bordonaro (via regina Elena), Sillitti (via Goito), Faldetta (via Capitano Ippolito).

Si hanno notizie di altri palazzi, come palazzo Marchese di piazza Palma, completamente rimaneggiati. Giacinto Gangitano parla di alcune costruzioni civili che non furono mai completate: “Cito, tra le meno note, la casa Bennice (ex Bordonaro) come decorazione interna; una costruzione incompleta in piazza Roma (inizio della discesa), con magnifiche mensole da balconata; due costruzioni incomplete con nicchie statuarie in corso Garibaldi; più una piccola loggetta murata nel corso Umberto, tralasciandone altre per la povertà dello stile stesso”. Lo storico canicattinese parla anche di Villa Giacchetto “settecentesca ma rifatta al completo”, di Villa Firriato “recentemente costruita” e di Villa Guccione (proprietà del dottor Bordonaro) “che può essere l’anello di congiunzione con le ville patrizie antiche” (Giacinto Gangitano, ibidem).

 Prof. Gaetano Augello



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