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Canicattì, Pillole di Storia: San Pancrazio il Patrono della Città

Scritto da il 30 aprile 2017, alle 06:56 | archiviato in Arte e cultura, Canicattì, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

La scelta di San Pancrazio, vescovo di Taormina, come patrono di Canicattì è collegata allo sviluppo ed all’ampliamento dell’antico casale di modeste proporzioni, a seguito della concessione al signore di Canicattì Andrea De Crescenzio della cosiddetta “licentia populandi”. E proprio da Taormina, secondo alcuni storici, sarebbero giunte circa trecento persone che avrebbero portato con sé anche il culto del proprio patrono, San Pancrazio, che fu scelto come patrono anche della nuova Canicattì.

Pancrazio, nativo di Antiochia in Cilicia, fu consacrato vescovo da San Pietro e mandato, nell’anno 40, al tempo dell’imperatore Caligola, in Sicilia come vescovo di Taormina. La diocesi di Taormina, oggi soppressa, fu una delle più antiche in Sicilia; quando la città cadde sotto Ruggero il Normanno fu annessa alla nuova diocesi di Troina, fondata nel 1080 dallo stesso Ruggero che ne fece il centro del suo governo. In seguito sia Taormina che Troina furono inglobate nella diocesi di Messina.

A Taormina San Pancrazio istituì un collegio di sacre vergini e diaconesse; morì martire all’età di circa novant’anni, al tempo dell’imperatore Traiano, il cui governo iniziò nel 98 d.C. Gli storici canicattinesi Alfonso e Giovanni Tropia, e quanti li hanno pedissequamente seguiti, hanno indicato l’anno 40 come l’anno della morte del santo: “… per opera di Artogato con replicati corpi di spada ricevette il martirio nel luglio del 40”. Con questa data però non si spiegherebbe nulla della vicenda di San Pancrazio.

Più verosimile la tesi del gesuita siracusano Ottavio Gaetani (1566-1620) che dedica a San Pancrazio una delle biografie dell’opera postuma “Vitae Sanctorum Siculorum”: “Vixit egregius Pastor ad summam senectutem et Traiani principatus inizia attigit” (l’insigne pastore arrivò a tarda vecchiaia e visse fino agli inizi del regno di Traiano).

A San Pancrazio, già venerato nella prima chiesa parrocchiale di Canicatti – detta del Purgatorio – che si trovava accanto al Castello dei Bonanno, fu dedicata la nuova Chiesa Madre completata nel 1765. Il rapporto tra San Pietro e San Pancrazio è sottolineato dalla venerazione delle statue dei due santi, in una stessa chiesa, sia a Taormina sia a Canicattì. Dai taorminesi sarebbero state introdotte a Canicattì alcune loro tradizioni; nella notte di Natale, ad esempio, proprio in onore dell’apostolo Pietro, a Canicattì come a Taormina veniva bruciato un tronco d’albero sul sagrato della Chiesa Madre.

Secondo la ricostruzione del Gaetani il culto del santo a Canicattì sarebbe stato anteriore alla venuta in città dei taorminesi e risalirebbe al periodo bizantino. La devozione al santo col passare degli anni è diminuita; occorre tuttavia rilevare che nel 1600 mentre in molti comuni siciliani furono cambiati i santi patroni, a Canicatti San Pancrazio rimase il patrono della città, anche se gli fu “affiancato” nel ruolo di “santo protettore” San Diego d’Alcalà.

Il 2 e 3 luglio, si svolgeva la fiera di San Pancrazio e dai commercianti veniva pagato il cosiddetto “assettito” che fu riscosso dalla “comunia” dei preti della Matrice fino al 1843; da allora in poi divenne appannaggio del Comune.

Nell’anno 1900, a spese del barone Gaetano Adamo, fu realizzata la scalinata di accesso alla Matrice. Sullo scenografico prospetto con annesso campanile, disegnato da Ernesto Basile nel 1901 e realizzato tra il 1906 ed il 1908, si legge questa epigrafe dettata dall’arciprete Luigi La Lomia:

DIVO . PANCRATIO

SICILIAE . APOSTOLO

CIVITATIS . PATRONO

CANICATTINENSES

MCMVIII

Contemporaneamente alla sistemazione del prospetto – affidata all’appaltatore palermitano Antonino Gattuso – fu costruito il campanile del lato sinistro e vi furono trasferite le campane che si trovavano, da oltre un secolo, nel lato destro. La campana grande, fusa “in loco”, nel 1795, dal  maestro campanaro catanese Domenico Nico reca questa iscrizione sul lato esterno: “Votis fidelium praesertim D. Aloysi Gangitano – T. 7,30”; in questo caso “votis fidelium” sta per “con le offerte dei fedeli” piuttosto che “con le preghiere”. In basso segue il bassorilievo di un piccolissimo ostensorio e, più sotto ancora, si legge: ”Soli Deo honor et gloria – Dominicus Nico – 1795”. Le altre due campane furono collocate nei primi del Novecento.

Per la realizzazione del prospetto fu organizzata una questua tra i fedeli: furono raccolte 5.011,65 lire mentre le spese ammontarono a £ 15.500. Il disavanzo di £ 10.488,35 fu coperto successivamente con altri contributi. L’arciprete Luigi La Lomia – in carica dal 1886 al 1918 – vedeva così finalmente realizzata un’opera per cui si era tanto battuto con la collaborazione del vicario Germano e del mansionario Lo Coco. —————————————————– GAETANO AUGELLO



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