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Riflettori su Passivhaus, intervista a Francesco Nesi

Scritto da il 14 novembre 2017, alle 13:10 | archiviato in Blogiornalista. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

“PASSIVHAUS”:

Per elevare coscienze e conoscenze

sull’edilizia sostenibile, tra presente e futuro

 

INTERVISTA A Dr. Phys. FRANCESCO NESI – DIRETTORE ZEPHIR

 

 

Il cambiamento dipende da noi. Cosa consiglieresti a chi opera nel campo dell’edilizia sostenibile?

 

Essere primi attori di una rivoluzione culturale dove ciascuno fa la sua parte diventa un imperativo categorico per tutti coloro che operano in maniera sostenibile nel mondo dell’edilizia. Sono senza dubbio numerosi i limiti che incontriamo nella nostra attività, insolvenza, mancanza di liquidità, elevata tassazione, impedimenti burocratici etc., ma a mio giudizio sono maggiori i limiti che ci poniamo da soli: abbiamo un mondo a disposizione con Paesi estremamente ricettivi sui temi della sostenibilità in cui sta a noi portare il “verbo” creando nuovi mercati e nuove possibilità. La facilità di reperire e divulgare le informazioni è di grande aiuto per la diffusione capillare dei concetti della sostenibilità e della Passivhaus in generale.
 

Spesso si parla di Passivhaus come case dalle forme estetiche omologate. Perché insiste una tale considerazione?

L’edilizia moderna si è evoluta verso architetture “spinte”, costituite frequentemente da vetrature molto grandi (costose e che generano spesso discomfort soprattutto estivo), che tendono sovente ad una composizione modulare degli spazi.
È noto che il cosiddetto “rapporto di forma”, ovvero il rapporto S/V fra superficie disperdente e volume riscaldato, è un indice di sostenibilità e bassi consumi, premiando certamente bassi valori dello stesso nella progettazione di edifici ad alte prestazioni energetiche: i valori più bassi si riscontrano in una forma sferica, seguita dalla semisfera per giungere al cubo e a numerose altre combinazioni.
Per questo progettare edifici di forma più o meno “cubica” può diventare una scorciatoia per raggiungere elevate prestazioni energetiche (si disperde meno a parità di volume riscaldato rispetto ad edifici di forma ad esempio parallelepipedoidale) e proprio per questa ragione si associa la “casa cubica” come un edificio “brutto” perché si è abituati a vedere tetti spioventi, sottotetti etc.
Tuttavia, non è necessario sentirsi “costretti” ad optare per volumetrie cubiche (ammesso che queste debbano essere considerate “brutte”) ma lavorando su molti altri aspetti si riesce comunque a raggiungere gli elevati standard prestazionali degli edifici a basso consumo e delle Passivhaus: ad esempio, si può agire sullo spessore dei materiali coibenti e sulla loro qualità, sulle dimensioni e relativi indici caratteristici delle finestre, si può scegliere un miglior recupero del calore della macchina di ventilazione meccanica, insomma non si hanno vincoli ma solo opportunità e proprio per questo sarebbe bene mostrare a questi “scettici delle case brutte” le migliaia di edifici Passivhaus realizzati in tutto il mondo, che dimostrano proprio l’estrema versatilità e flessibilità di questo approccio.
È bene fare maggiore comunicazione con bella architettura e ringraziamo proprio tutti gli architetti di oggigiorno che si cimentano con questo standard perché è dal loro esempio che si riesce a convincere con più facilità.
Quali sono i vantaggi di una casa Passivhaus per l’ambiente e la salute dell’uomo?

 

Un nuovo edificio realizzato e certificato con lo standard Passivhaus permette di risparmiare fino a 10 volte rispetto ad un edificio esistente ed un edificio oggetto di riqualificazione con lo standard Passivhaus (o EnerPHit, lo standard per le ristrutturazioni) mira ad abbattere i suoi consumi fino a 4-5 volte. Se lo standard venisse adottato da amministrazioni pubbliche oltre che chiaramente dai privati, come già accade in numerose località del mondo, ad esempio New York, Freiburg, Oslo, Nürnberg, Vancouver, Bruxelles etc., si riuscirebbe ad incidere a livelli determinanti per limitare il nostro inquinamento ambientale portando le emissioni di CO2 a livelli meno preoccupanti di quelli recentemente espressi dal Climate Science Special Report 2017, che mostrano ahimè una tendenza all’aumento ed un contemporaneo peggioramento dell’acidificazione degli oceani, della produzione di gas clima-alteranti etc. Si ricordi che il comparto dell’edilizia incide sull’inquinamento mondiale per una percentuale che si aggira intorno a 30-40%.
Investendo su Passivhaus, quindi, non solo consente di limitare i consumi e l’inquinamento ambientale, ma permette agli occupanti di vivere in maniera eccellente, in linea con il massimo grado di comfort abitativo possibile (classe A pari al 6% di insoddisfatti della UNI EN ISO 7730/ASHRAE 55). Tutto questo si ottiene mediante una progettazione ed una esecuzione estremamente accurate, temperature superficiali sufficientemente elevate, ponti termici perlopiù risolti ed una qualità dell’aria eccezionale grazie alla presenza di un sistema meccanico di ricambio dell’aria con elevato recupero del calore.
Scegliere Passivhaus significa quindi riduzione delle spese socio-sanitarie, maggior benessere e produttività, meno guerre per l’approvvigionamento delle risorse (semplicemente, non si consuma) e grande risparmio delle risorse.
La conferenza nazionale Passivhaus porta con sé la parola “rivoluzione silenziosa”. Qual è la mentalità e l’apertura al cambiamento del costruttore italiano?

 

Sempre più imprese di costruzione si stanno affacciando a questo mondo ed i numeri sono impressionanti: la crescita di abitazioni in Italia e nel mondo è esponenziale ed investire sulla professionalità (progettuale ed esecutiva) diventa un must per sopravvivere in un mercato che tende a schiacciare verso l’abbattimento dei costi a scapito della qualità.
I committenti oggigiorno sono per fortuna ben informati e sono sempre di più coloro che scelgono di richiedere già in fase di progettazione una Passivhaus, dal momento che in moltissimi casi questi edifici non vengono a costare più di edifici realizzati al minimo di legge, se si includono sia i costi di investimento iniziali che le successive spese operative di gestione dell’edificio. Si tratta infatti solo di spostare i centri di costo per ottenere edifici dall’elevatissimo carattere di risparmio energetico a prezzi sicuramente più che accessibili. Il pregiudizio che le Passivhaus sono “edifici che costano troppo” è un altro tema da sfatare, ed è proprio questo tipo di consulenza che i costruttori ed i committenti richiedono maggiormente al nostro Istituto ZEPHIR Passivhaus Italia: chi sa rispondere infatti alla domanda “quanto devo spingere con il cappotto termico?” senza fare nemmeno un calcolo? La professionalità attraversa le imprese di costruzioni che riescono a rimanere competitive sul mercato soddisfacendo i desideri dei committenti che puntano sempre di più ad edifici super prestazionali come quelli Passivhaus.
Per questo si parla di “rivoluzione silenziosa”: da nord a sud ci sono numerosi esempi di edifici in corso di progettazione e di realizzazione o già edificati che testimoniano come lo standard Passivhaus sia versatile e funzioni in praticamente ogni regione della Terra, avendo già per fortuna tutti i componenti e la tecnologia necessari per realizzare questo genere di edifici.
Nel percorso di formazione e consulenza condotto da ZEPHIR in tutta Italia, emergono particolari differenze tra professionisti del nord e professionisti del sud Italia?

Lo standard Passivhaus si è evoluto prima nel nord Italia, partendo chiaramente dal Südtirol dove la barriera linguistica poteva essere superata senza grosse difficoltà, essendo stato creato il protocollo Passivhaus in Germania nel 1991.
Negli ultimi anni tuttavia ed a fronte di numerosi adattamenti del PHPP, il software di progettazione di Passivhaus, ai climi caldi e caldo-umidi, si sono registrati sempre più cantieri anche al centro-sud e nel Mediterraneo in generale, raggiungendo anche zone della Terra estremamente inospitali.
Chiaramente la progettazione di un edificio al sud Italia deve seguire altri dettami rispetto ai pacchetti stratigrafici tipici dell’Europa settentrionale, impiegando strategie di riscaldamento/raffrescamento e deumidificazione differenti. Lo standard rimane lo stesso e non è necessario utilizzare altri software diversi dal PHPP, come spesso si sente dire nel mondo dei professionisti. Si tratta solo di capire la fisica degli edifici adattandola alle zone climatiche diverse (ad es. al sud diventerà un approccio virtuoso coibentare poco verso terra o verso l’interrato non riscaldato in modo da sfruttare il “puffer” fresco del terreno in estate).
In che senso una Passivhaus può valorizzare il paesaggio o le caratteristiche di un territorio? 

 

La Passivhaus in realtà è un edificio normalissimo che si adatta né più né meno alle caratteristiche morfologiche del territorio e alle tradizioni costruttive tipiche della zona dove viene realizzata.
L’impiego dello standard EnerPHit per riqualificare un territorio può diventare estremamente rilevante nei confronti sia dell’ambiente abitativo urbano che delle finanze dei Comuni, che si trovano un patrimonio rivalutato, maggiori gettiti fiscali e, se si tratta di edifici pubblici, minori spese di gestione a servizio dei cittadini.
Il libro “Passivhaus” che verrà presentato per la prima volta alla 5^ Conferenza Nazionale Passivhaus colma un vuoto tecnico e divulgativo in Italia e nel mondo ma quanto ancora c’è da fare?

 

Come detto, c’è un mondo davanti da scoprire ed in cui disseminare lo standard Passivhaus. Il libro Passivhaus si pone proprio l’obiettivo di affrontare la progettazione Passivhaus a livello internazionale, non vincolando l’approccio a quello europeo come spesso si trova in letteratura. La nostra attività come Istituto di ricerca e consulenza si sta allargando sempre più nel mondo, andando a toccare climi tropicali e subtropicali dove realizzare un edificio Passivhaus o a bassissimo consumo diventava fino a pochi anni fa quasi impensabile.
Allora, abbiate il coraggio di osare e rimboccatevi le maniche perché c’è tanto lavoro da fare in questo mondo, a tutti i livelli.



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