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Canicattì, Pillole di Storia: la Villa Comunale

Scritto da il 18 giugno 2018, alle 06:58 | archiviato in Arte e cultura, Canicattì, Costume e società, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

L’antico sogno dei canicattinesi – di avere un polmone di verde all’interno della Città ove poter trascorrere momenti di serenità – poté realizzarsi grazie all’intuizione e al decisionismo di un non canicattinese: il commendatore grande ufficiale Carlo Calvi che per un biennio – 1925-26 – fu commissario prefettizio al Comune. L’idea, affatto estemporanea, nacque, nell’estate del 1925, all’interno del Caffè Ginex di corso Umberto. Il tutto ci è stato raccontato dal poeta parnasiano Peppi Paci: “Una sera di luglio, entrando nel Caffè Ginex, vidi questo signore che, tutto solo, seduto ad un tavolo, pareva si divertisse a mirare le spirali del fumo che salivano in alto, quando ad un tratto, rivolgendosi al proprietario, domandò: “In questa città c’è una villa pubblica?”. “No, signor Commissario” gli fu risposto. E lui di nuovo: “Ma ci sarebbe il posto dove farla sorgere?”.A questo punto, chiedendo scusa della mia intromissione, intervenni io, dicendo che il posto c’era, e proprio adatto per una villa pubblica, tanto desiderata dalla cittadinanza e mai appagata, umiliata anzi da un grado di inferiorità in confronto alle cittadine viciniori” (Peppi Paci, La Villa Comunale, opera del Grand’Uff. Carlo Calvi, in La Torre, a. VI, n. 5, Canicattì 8 marzo 1959).
L’indomani Peppi Paci accompagnò il Commissario negli ampi spazi di proprietà del Comune che si estendevano dal viale della Vittoria alla chiesa di Santa Lucia: erano i cosiddetti cumuna (beni comuni), che Giacomo I Bonanno Colonna aveva assegnato nel Seicento agli usi civici. Questi terreni, pur rimanendo di proprietà pubblica, erano destinati alle necessità essenziali degli abitanti: fiere di bestiame, pascoli, erbaggi, raccolta di materiali per l’edilizia, cessi pubblici, depositi di stallatico, vere e proprie concimaie e discariche per rifiuti solidi di ogni genere.
La villa fu realizzata in pochi giorni, grazie alla costante collaborazione di Peppi Paci e all’impegno del geometra Pietro La Rocca, del fontaniere comunale Nené Giardina, di guardie civiche, terrazzieri, netturbini, operai ed elettricisti della Società Elettrica “Martorana”. Carlo Calvi seguiva personalmente i lavori, consigliava, impartiva ordini. Moltissimi cittadini accorsero con piante, fiori, materiali da costruzione, offerte in denaro. Le prime piante trapiantate furono divelte dai giardini del Carmine; dai depositi municipali furono riesumate alcune sculture barocche provenienti dalla monumentale fontana “Acquanuova”. A un tale che faceva notare l’insufficienza della villa, Carlo Calvi rispose: “Ma intanto è molto più grande di quella che… non c’era”.
Sulla realizzazione della Villa non esistono agli atti del Comune di Canicattì né delibere di Giunta né delibere di Consiglio, dal momento che tutto fu realizzato senza spendere nemmeno un centesimo. A Carlo Calvi il Comune ha intitolato, doverosamente, una via della Città, proprio di fronte all’ingresso principale della Villa Comunale.
La Villa Comunale, per la verità, era già stata istituita con delibera del Consiglio Comunale del 27 novembre 1862: “Risulta volere del Consiglio perché sorgesse la Villa Comunale sulle terre Comuni di Santa Lucia a quale uopo delegava a Componenti la Commissione il sig. Leonardo Depaola, Marco Lumia e sac.teGaspare De Caro”. e definita nelle linee essenziali nel 1865. la Giunta, nel 1865, aveva nominato un altro componente della commissione nella persona di Salvatore Lombardo di Nicolò. Nello stesso 1862 era stata decisa la costruzione di un bevaio a Santa Lucia.
Dal 1862 al 1925 la Villa rimase un sogno.
Sotto il fascismo la Villa Comunale fu dapprima chiamata Bosco del Littorio e, in seguito, Villa della Vittoria. Il 27 dicembre 1930 la strada che costeggia la Villa Comunale fu denomunata, dal podestà Antonio Curcio, via VittorioVeneto.
Pochi gli interventi nel secondo dopoguerra: nel giugno del 1966 l’Amministrazione presieduta dal sindaco Nicolò Narbonedeliberò la costruzione di “una vasca a zampilli” per un importo di £ 251.415. Lo stesso Narbone, il 9 settembre 1967, concesse a Giuseppe La Magra – “per cinque anni rinnovabili” – mq. di suolo della Villa per l’installazione di un chiosco prefabbricato. Il 24 settembre 1968 l’Amministrazione presieduta dal sindaco Giovanni Asti deliberò la costruzione, all’interno della Villa, di un pozzo, per un importo di £ 199.395.
Un intervento radicale si è avuto, invece, in anni recenti.
La Giunta Municipale presieduta dal sindaco Antonio Scrimali, con delibera n. 379 del 31 dicembre 2001, conferiva un incarico di “manutenzione straordinaria della Villa Comunale” all’architetto Antonio Tiranno e all’agronomo Vincenzo Guarneri. L’espressione “manutenzione” è fortemente riduttiva rispetto agli interventi messi in atto.
Ls modifica più evidente si è avuta con lo smantellamento di tante barriere – soprattutto della recinzione esterna – che ne impedivano o ostacolavano la visione e la fruizione. I progettisti hanno condiviso e fatto propria un’idea del professore Leonardo Urbani che concepisce la presenza del verde all’interno del territorio urbano non come un hortus conclusus, ma come un braccio di bosco che penetra nella città rendendola gradevole e immediatamente vivibile. La scelta non piacque ai più – anche all’interno della stessa Giunta – i quali ritenevano che la mancata recinzione avrebbe consentito ai vandali di danneggiare con estrema facilità la struttura. Uno dei più convinti assertori di una innovazione così radicale fu proprio il sindaco Scrimali che spinse i progettisti ad insistere nel loro proposito.
I lavori furono aggiudicati, il 9 novembre dl 2004, all’impresa Celauro di Agrigento, con un importo s base d’asta di 495.610,07 euro. La dichiarazione di ultimazione si ebbe il 27 marzo 2006 e il collaudo il 5 giugno 2007. –
GAETANO AUGELLO



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