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Canicattì, pillole di storia: San Calogero nelle tradizioni della nostra città

Scritto da il 5 agosto 2018, alle 07:02 | archiviato in Arte e cultura, Canicattì, Costume e società, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Nella terra di Pirandello – e Canicattì, culla dell’Accademia del Parnaso, ne fa parte a pieno titolo – non poteva mancare il culto verso un santo della cui esistenza dubita la stessa Chiesa. Un santo di carnagione bianca in alcuni centri (vedi Sciacca) e assai scura in altri (ad esempio Naro e Agrigento) o che, a seguito di sedicenti restauri, muta colore nel tempo, come nel caso di Canicattì ove da un San Calogero decisamente nero si volle passare a un San Calogero bianco che, tuttavia, rimase di un colore intermedio. La storiografia si divide sul periodo e sulle città in cui il santo – turco di Calcedonia – sarebbe vissuto. Alcuni parlano di un unico santo, mentre altri parlano di più santi con lo stesso nome. Per altri ancora Calogero non sarebbe il nome di una singola persona ma il titolo encomiastico – Calogero in greco significa “bel vecchio” – che veniva per rispetto attribuito a tutti gli anacoreti. Dispensatore, con gradazioni diversificate, di favori celesti e veri e propri miracoli: dal “migliaru” profuso – inspiegabilmente – a Naro, alla negazione totale nei riguardi di Girgenti ove “mraculi nun ni fa pi nenti”, arrivando a favoritismi di natura estetica che certo non ti aspetteresti da un anacoreta che – a Bivona – “fa la grazia a chidda bona”. La vita del santo, i miracoli a lui attribuiti variano di paese in paese e, proprio per questo, ogni cittadina ha con lui un suo particolare rapporto legato strettamente alle tradizioni indigene. La venerazione del santo eremita a Canicattì è da collegare certamente alla tradizione religiosa della vicina Naro, in passato città demaniale a capo di una Comarca di cui Canicattì faceva parte. Una chiesa in onore di San Calogero fu costruita a Canicattì nel 1615, ma si trattava in un primo tempo solo di una dedica formale, non collegata a particolari forme di devozione. La chiesa o meglio la “cappella cimiteriale” – indicata nei documenti come “eccentrica” e cioè periferica – non era infatti aperta al culto, ma costruita e utilizzata esclusivamente per le sepolture. A tale scopo fu scelto un ampio spazio tra i quartieri Scalilli e Cannolelli, accanto ad un’antica cava di pietre utilizzata fino agli anni Venti del Novecento. Nella chiesa venivano, in particolare, sepolti i condannati a morte per impiccagione. Le esecuzioni avvenivano su una collinetta posta di fronte alla chiesa di San Calogero, da una parte, e, dall’altra, di fronte al Castello da cui i Bonanno potevano seguire le varie operazioni. Per questo la zona venne chiamata, e lo è ancora, “Li Furchi”. L’esecuzione di gruppo più famosa avvenne nel maggio del 1727. Negli anni 1726 e 1727 il territorio agrigentino era stato messo a ferro e fuoco da una banda di criminali predoni guidati da don Raimondo Sferlazza, chierico diacono di Grotte, di anni 26. Era allora Signore di Canicattì Francesco Bonanno Bosco (1711-1739) che, avuto dal viceré Gioacchino Fernandez Portocarrero, Conte di Palma, per ordine di Sua Maestà Cattolica Carlo III di Borbone, l’incarico di “estirpare i ladri e i grassatori che taglieggiavano cavalieri e cittadini”, trasferì la Gran Corte Criminale a Canicattì. Nel maggio del 1727, dopo sommario processo nel Castello, i sette furono condannati a morte mediante forca. Nei tre giorni precedenti l’esecuzione – detti “i giorni di cappella” perché trascorsi in una stanza attigua alla cappella del maniero – i sette furono affidati alle cure di due religiosi e due civili della Confraternita di Maria SS. delle Grazie e del SS. Sacramento, detta dei “Bianchi” (aveva sede nella chiesa barocca di Santa Rosalia) e di alcuni membri della Confraternita di Maria SS. degli Agonizzanti. In quei tre giorni, mentre nella chiesa degli Agonizzanti si svolgevano delle cerimonie religiose – in particolare la “messa dell’impiccato” che veniva celebrata all’alba – nella piazza principale veniva esposto lo stendardo della Confraternita. Intanto i confrati andavano in giro per la città “colli coppi”, questuando le offerte necessarie per la celebrazione delle messe. Raimondo Sferlazza, Sigismondo Lauretta di Aragona e Antonio Cacciatore di Girgenti furono impiccati il 5 maggio. A Raimondo Sferlazza fu negata – per le gravissime colpe commesse – l’assoluzione e per questo non fu sepolto in chiesa: la sua testa fu portata a Palermo e condotta in giro per la città conficcata ad un’asta. Lauretta e Cacciatore, invece, furono sepolti a San Calogero così come – dopo l’esecuzione del successivo 17 maggio – anche gli altri quattro condannati: Francesco Borsellino di Girgenti, Michele Pirricuni detto “Caranciano”, Antonio l’Arrostuto e Giuseppe Chiaramonte, tutti e tre di Castrogiovanni. Nel 1485, alla morte di Andrea De Crescenzio – il creatore della moderna Canicattì – il quartiere che, successivamente, avrebbe assunto la denominazione di San Calogero, pur se con poche famiglie, era inserito tra i primi e pochi nuclei abitativi sviluppatisi nel centro storico di Borgalino, nell’attuale quartiere di San Biagio e, in misura minore, attorno al fortilizio che avrebbe poi assunto le caratteristiche di un vero e proprio Castello. Nel luglio del 1837 Canicattì, come gran parte della Sicilia, fu colpita da una grave epidemia di colera cui la gente rispondeva con continue processioni di varie statue di santi che contribuivano al diffondersi del contagio. Il quattro agosto morirono trenta persone e, il sei successivo, alle tante altre statue condotte in processione fino alla Chiesa Madre fu aggiunta proprio quella di San Calogero prelevata dalla chiesa omonima. Il sette agosto morirono trentasette persone. La statua di San Calogero, in seguito, era portata in processione anche in occasione di preghiere penitenziali per ottenere la pioggia. Il 12 aprile 1846 la statua fu condotta in preghiera per la città insieme a quelle di San Diego, di Gesù Bambino, dell’Immacolata, di San Vincenzo Ferreri, Sant’Antonio da Padova, Santa Barbara, San Rocco e, come se tutto ciò non bastasse, anche a un quadro di Sant’Elia. Il 19 marzo 1849, ai santi appena indicati, furono aggiunti San Francesco di Paola e San Nicolò di Bari. Nel Seicento e nel Settecento le abitazioni attorno alla chiesa di San Calogero erano cresciute di numero assumendo le caratteristiche di un vero e proprio quartiere. San Calogero è indicato come uno dei nove quartieri della città nella “Pianta del Comune di Canicattì ” redatta intorno al 1850 dal marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena; la mappa fu trovata casualmente, insieme ad altre 426 – in una cassa conservata all’interno di un palazzo di Montevago – in occasione del terremoto che sconvolse il Belice nel 1968. Oltre quello di San Calogero, il Villarena individua altri otto quartieri: “Cannolelli, Santo Diego, Monastero, San Domenico, Madonna della Rocca, Santa Barbara, Carmine, Spirito Santo”. A partire dalla seconda metà del Settecento, la chiesa di San Calogero, pur continuando a svolgere la funzione primaria per cui era stata costruita, cominciò ad essere un normale luogo di culto. Non aveva autonomia finanziaria che le consentisse di avere un sacerdote a tempo pieno, ma – solo nelle domeniche e in particolari ricorrenze – vi si recava ad officiare i sacri riti un frate francescano dei minori osservanti del convento dello Spirito Santo.  Questo rapporto tra frati dello Spirito Santo e chiesa di San Calogero venne rinsaldato da quando anche a Canicattì fu introdotta la festa di San Calogero che venne celebrata fino a pochi decenni fa nella prima domenica di agosto. Il frate francescano e, successivamente, il rettore della chiesa, a conclusione dei vespri solenni della vigilia, riservava un particolare “trattamento” ai preti, ai chierici e ai gessai (li issara) della Deputazione: ceci abbrustoliti e vino. Il Municipio offriva parecchi “cartucci” di gelato per compensare la custodia della vicina “invera”. La processione del santo iniziava – insolitamente – alle undici del mattino e si snodava tra le viuzze del quartiere fino all’attuale piazza Roma, per raggiungere poi la chiesa dello Spirito Santo dove, alle 12 in punto, veniva celebrata la messa solenne. Nel pomeriggio la processione riprendeva, percorrendo la tradizionale “via del Santi”, per concludersi con il rientro della statua del santo eremita nella sua chiesa. Durante la festa si svolgeva, nella piazzetta di San Biagio (poiché davanti la chiesa di San Calogero – “a lu puoiu” – non c’era uno spazio adeguato), il barbaro “gioco del galletto”; un “gadduzzu” se ne stava interrato, con la sola testa scoperta, in attesa di essere colpito a morte da un randello, azionato da un giocatore bendato e disorientato dai giri e dalle grida degli spettatori. Il legame tra i quartieri di San Calogero e San Biagio risulta anche da un altro fatto. I gessai di San Calogero, poiché la loro chiesa veniva officiata solo saltuariamente e pertanto non aveva una sua confraternita – come si usava allora in gran parte delle chiese – si iscrivevano alla Confraternita di San Biagio, al punto da divenirne la componente maggioritaria. Era una confraternita molto ricca (possedeva anche dei terreni in contrada Grazia) e aveva il privilegio di portare in processione, nel giorno del Venerdì Santo, la statua dell’Addolorata. Indossavano un abito bianco con mozzetta color viola e reggevano bastone e pastorale. La festa di San Calogero non ebbe mai a Canicattì le modalità e la straordinaria partecipazione di popolo proprie della vicina Naro, ma era egualmente attesa anche perché vi si svolgeva un’importante fiera di animali. Fu sempre presente, però, sia a Naro che a Canicattì – dai primi del Novecento e fino al termine della seconda guerra mondiale – “masciu Marsioni Liuni” famoso per le sue statuette – in cartapesta e cera – di Cristo, della Madonna e di tanti santi ma, soprattutto, di San Calogero. Le statue del santo create e vendute da “Marsioni” – da tutti chiamato “lu puparu caniattinisi” – erano di tre dimensioni e la più grande superava il metro. San Calogero veniva realizzato in un bel nero ebano, col cappuccio o senza cappuccio, la barba bianca, la faccia color caffe’, un libro aperto in una mano e un bastone nell’altra, con o senza fischietto nella parte posteriore. C’erano “San Caloiri” di “quattru sordi”, di mezza lira e, quelli alti un metro, “di du liri e mezza”. La maggior quantità di statue veniva venduta a Naro dal 18 giugno, giorno della festa del santo, al 25 successivo, giorno in cui la festa veniva replicata pur se con un concorso di fedeli assai minore. Da tale tradizione deriva il detto “A Naru c’è la riebbrica”, espressione che viene usata in risposta ai bambini che chiedono un nuovo regalo o ai grandi che pretendono un secondo prestito di denaro o di attrezzi di lavoro. Terminate le due feste di Naro, Marsioni Liuni vendeva le statue rimaste la prima domenica d’agosto durante la festa di San Calogero a Canicattì. Le statuette di Melchiorre Leone erano così pregiate che Giuseppe Pitre’ ne espose una – la “nurrizza (nutrice) – nella Sala dei giochi dei fanciulli del Museo Etnografico di Palermo. L’amore del popolo canicattinese verso il santo eremita è dimostrata anche da una composizione assai singolare, perché scritta da uno dei personaggi più caratteristici del Parnaso Canicattinese – venditore ambulante di elastici per donna, pettini di varia foggia e bottoni – che del sodalizio divenne il segretario. “La vita di San Calogero l’Eremita” di Pietro Cretti – soltanto una testimonianza senza alcun valore letterario – così concludeva: “O vui ca chisti versi aviti intrisi / mi cumpatiti si nun su perfetti / aiutati lu poeta Pietru Cretti / di lu Parnasu Caniattinisi”. La chiesa di San Calogero, nel secondo dopoguerra, è stata elevata dal vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo, nel 1946 , al rango di parrocchia. Primo e storico parroco ne è stato – dal 1946 al 1988 – il sacerdote Angelo Paxia, già salesiano, cultore delle lettere e della musica. PADRE PAXIA. Nel 2008, a seguito del costante spopolamento del quartiere di San Calogero e dello sviluppo demografico della parte alta di via Vittorio Emanuele, è stata aperta cola’ al culto una nuova chiesa dedicata – il 2 aprile 2006 – alla Divina Misericordia. La sede parrocchiale è stata trasferita nel nuovo tempio, mentre la vecchia chiesa è stata retrocessa all’antico ruolo di rettoria. Canicattì ha, dunque, onorato per decenni San Calogero, pur non ricevendo – secondo il detto popolare – adeguata corresponsione di celesti favori: “San Caloiru di Caniatti’ fici un mraculu e si nni pinti'”. Mentre la straordinaria devozione dei naresi per il santo appare ampiamente giustificata: “San Caloiru di Naru grazii nni fa a migliaru”. POST SCRIPTUM —- Per completezza di informazione e per valutare l’enorme diffusione della venerazione al santo eremita, indichiamo i detti popolari più noti, relativamente alla sua concessione o meno di miracoli a quanti lo invocano: San Caloiru di la Marina fa li grazii sira e matina; San Caloiru di Girgenti miracoli nun ni fa nenti; San Caloiru di Agrigentu fa li grazii a centu a centu; San Caloiru di Girgenti li grazii li fa pi nenti; San Caloiru da Cuccafa fa li grazii a cui lu vasa; San Caloiru di Naru fa li grazii a migliaru; San Caloiru di Naru li grazii li fa sempri ppi dinaru; San Caloiru di Caniatti’ nni fici una e si nni pinti’; San Caloiru di Caniatti’ miraculi nni fa sulu tri; San Caloiru di Campufrancu fa li grazii ogni tantu; San Caloiru di Mussumeli fa la grazia a cu la chiedi; San Caloiru di Milocca fa la grazia si ti tocca; San Caloiru di Sciacca miraculi nni fa na cascia; San Caloiru di Cammarata nni fa una ogni annata; San Caloiru di Raffadali fa lu maccu senza sali; San Caloiru di Bivona fa la grazia a chidda bona; San Caloiru di Grutti mangia, vivi e si nnni futti. GAETANO AUGELLO



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