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Venezuela, dissidente ospite a Menfi: “Ho lasciato 3 figli”

Scritto da il 11 febbraio 2019, alle 06:30 | archiviato in Agrigento, Politica. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Sono un migliaio i dissidenti del governo di Nicolas Maduro che nell’ultimo anno si sono stabiliti in Sicilia.

Tra loro c’e’ Indira Meza, di Cumanà, 46 anni, metà dei quali spesi a fare l’avvocato a Caracas, che oggi vive a Menfi, nell’Agrigentino, ospite di una famiglia di connazionali.

“Un anno fa ho lasciato il Venezuela perchè rischiavo la vita”, racconta:“Sono preoccupata per i miei tre figli (una ragazza di 14 e due maschi di 22 e 24), rimasti in Venezuela. Confido che la situazione torni alla normalità e che io possa tornare ad abbracciarli”.

Uno dei figli recentemente è stato arrestato dalla polizia e poi scarcerato.

Da giurista, Indira Meza contesta l’impostazione che la stampa internazionale ha dato sul percorso in atto da parte del presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidò: “Non è corretto sostenere che si è autoproclamato presidente della Repubblica, perchè l’Assemblea nazionale è eletta dal popolo. Lo è anche il potere esecutivo, intendiamoci. Ma il parlamento ha la facoltà di dichiarare il presidente usurpatore del potere e la Costituzione stabilisce che da quel momento la presidenza ad interim della Repubblica spetti al capo dell’Assemblea”.

Per l’avvocato quello di Maduro è un regime non democratico: “Un governo che manda in carcere i suoi oppositori non ha interesse a garantire i diritti di tutti. Il Paese è in gravissima emergenza economica, l’inflazione è a un milione per cento l’anno, il salario minimo è di appena 4 dollari al giorno, tanta gente è costretta a cercare da mangiare tra la spazzatura; mancano le medicine, e si può morire anche solo per una diarrea o per un raffreddore. La comunità internazionale non deve abbandonarci, confido che il tentativo di mediazione chiesto a Papa Francesco vada a buon fine”. Per Indira Meza la soluzione della crisi non è certo l’intervento militare, ma il dialogo. E la normalizzazione potrà avvenire “solo attraverso nuove elezioni, ma alla presenza di osservatori internazionali”.

 



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