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Relazione Relazione semestrale Dia: la mafia agrigentina ha un ruolo fondamentale nell’organizzazione siciliana

Scritto da il 14 febbraio 2019, alle 06:44 | archiviato in Agrigento, Costume e società, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

La relazione semestrale della Dia, riferita al primo semestre del 2018 riguardante la situazione mafiosa in provincia di Agrigento traccia un quadro efficace ed aderente alla realtà

Si legge infatti:  La provincia di Agrigento rimane anch’essa caratterizzata dalla forte pervasività di associazioni criminali di matricemafiosa che, anche grazie ad una diffusa situazione di disagio economico-sociale e ad un contesto ambientale in parte omertoso, continuano a trovare condizioni favorevoli.

In particolare, Cosa nostra agrigentina, ancorata alle tradizionali regole mafiose, risulta difficilmente permeabile dall’esterno e continua a porsi come un pilastro per l’intera organizzazione regionale. Rimasta, nei profili essenziali, unitaria e verticistica, è sempre suddivisa nella tradizionale ripartizione in mandamenti e famiglie.

Al riguardo va, inoltre, considerata la contestuale presenza della Stidda, originariamente organizzazione scissionista da Cosa nostra ed a questa contrapposta, ma con la quale oggi condivide la realizzazione degli affari illeciti. La Stidda continuerebbe, oltreché a Palma di Montechiaro e Porto Empedocle, ad esercitare la sua influenza anche nelle zone di Bivona, Canicattì, Campobello di Licata, Camastra, Favara e Naro.

Le attività investigative continuano ad evidenziare come l’articolazione agrigentina di Cosa nostra si caratterizzi sia per una spiccata capacità relazionale con le consorterie mafiose di altre province e regioni, sia per la forza con la quale riesce a rigenerarsi e a rimodularsi negli assetti. Nella provincia sarebbe in atto una fase di riequilibrio interno dell’organizzazione mafiosa, provocato anche dalle ultime operazioni di contrasto, a seguito delle quali sono state arrestate figure apicali di diverse famiglie mafiose. In particolare, le ultime risultanze investigative hanno documentato sia una rimodulazione organizzativa in corso nella zona nord della provincia, nell’entroterra montano – con la formazione di un nuovo mandamento mafioso che, per connotazione geografica e vastità territoriale, viene denominato mandamento “della Montagna”202 – sia frequenti e stretti rapporti tra esponenti mafiosi agrigentini e le famiglie di altre province siciliane.

Le composizioni e ricomposizioni di famiglie e mandamenti ed i progetti criminali di tipo affaristico sono influenzati anche dalle scarcerazioni di sodali che, dopo aver scontato la condanna a pene detentive di lunga durata, avrebbero interesse, nella maggioranza dei casi, a riconquistare le pregresse posizioni di potere, non di rado creando attriti all’interno del gruppo. In particolare si segnalano, nel periodo in esame, le scarcerazioni di soggetti, anche con ruoli apicali, appartenenti alle famiglie di Cattolica Eraclea, Favara e Siculiana.

Le attività illecite perseguite dai sodalizi criminali sono variegate.

Al di là dei reati più ricorrenti, Cosa nostra agrigentina ha dimostrato, infatti, in più occasioni, di saper lucrare, oltre che sulle opere pubbliche, anche sulla filiera agroalimentare, sulle fonti energetiche alternative, sullo stato di emergenza ambientale e sui finanziamenti pubblici alle imprese, di sovente reinvestendo capitali illecitamente accumulati nelle strutture ricettive locali, attraverso prestanome e intermediari compiacenti.

Cosa nostra condiziona, infatti, lo sviluppo della provincia continuando ad ingerire nel campo dell’imprenditoria e delle opere pubbliche. Un’opera di infiltrazione realizzata attraverso il condizionamento delle gare di appalto, danneggiamenti e minacce di vario genere, reati contro la Pubblica Amministrazione, nonché garantendosi il controllo degli impianti per la produzione di calcestruzzo e, in genere, dei materiali necessari per l’edilizia.

Tra le attività illecite poste in essere da Cosa nostra, le estorsioni si confermano, poi, fondamentali per la sussistenza dell’organizzazione stessa, in quanto in grado di garantire sia liquidità che il controllo del territorio. Tra le modalità di realizzazione del racket, spesso accompagnato da danneggiamenti di varia natura, vi è l’imposizione di manodopera e/o di forniture di mezzi e materiali. Altrettanto significativi rimangono il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Nella zona orientale della provincia si segnalano ricorrenti ritrovamenti di piantagioni di cannabis. Anche il settore delle scommesse e del gioco continua a porsi, con sempre maggiore frequenza, come un terreno di investimento per le consorterie mafiose, che operano attraverso l’imposizione e la gestione di slot-machine all’interno di esercizi commerciali, spesso intestati a prestanome.

Quanto finora illustrato trova un’ennesima ed importante conferma nella citata attività investigativa denominata

“Montagna”. In particolare, in data 22 gennaio 2018, i Carabinieri hanno arrestato 59 soggetti, a vario titolo indagati per associazione di tipo mafioso aggravata dall’uso delle armi, estorsione, detenzione e traffico di stupefacenti, scambio elettorale politico–mafioso, intestazione fittizia di beni, rapina aggravata dal metodo mafioso, truffa aggravata e concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

L’indagine ha fatto luce sugli assetti organizzativi e gestionali dei mandamenti mafiosi di Sciacca e di Santa Elisabetta e sull’esistenza e la piena operatività di quello, neo costituito, c.d. “della Montagna”. Oltre ad individuare numerosi affiliati, sono stati delineati i ruoli dei vertici mandamentali e di 16 famiglie mafiose ad essi collegate. Le attività hanno interessato anche le province di Palermo, Trapani, Caltanissetta, Catania, Ragusa ed Enna, evidenziando, tra l’altro, stretti rapporti di reciproca assistenza tra gli esponenti apicali delle diverse realtà mafiose territoriali, nonché con le ‘ndrine calabresi.

Sono state, altresì, accertate svariate estorsioni (consumate e tentate) ai danni di 27 società appaltatrici di opere pubbliche di ingente valore, commissionate da varie amministrazioni pubbliche, comunali e regionali, eseguite

nelle province di Agrigento, Palermo, Caltanissetta ed Enna.

In particolare, in due tentativi di taglieggiamento, nei confronti di amministratori di altrettante cooperative agrigentine impegnate nella gestione dei servizi di accoglienza per immigrati richiedenti asilo, veniva pretesa – con atti intimidatori di varia natura come l’incendio di macchine operatrici – l’assunzione di soggetti vicini all’associazione mafiosa, nonché una percentuale per ogni contributo pro capite ricevuto.

L’inchiesta ha, inoltre, documentato come il sindaco pro tempore di San Biagio Platani, in accordo con elementi apicali della locale famiglia mafiosa, nel corso delle elezioni amministrative del maggio 2014 avesse concordato le candidature e garantito future agevolazioni nella gestione degli appalti pubblici banditi dal Comune. Tra i destinatari del provvedimento cautelare figura anche il coniuge di una candidata (poi eletta a consigliere comunale di Cammarata alle consultazioni amministrative del maggio 2015) cui è stato contestato il reato di scambio elettorale politico-mafioso, avendo chiesto ed ottenuto l’appoggio elettorale di un soggetto di vertice del locale sodalizio mafioso. È stata quindi data esecuzione al sequestro preventivo, per un valore di circa un milione di euro, di 7 tra società e imprese, tutte insistenti nella provincia agrigentina, attive nei settori dei lavori edili e del movimento terra, nonché delle scommesse e della distribuzione di slot-machine. Agli amministratori è stata contestata anche l’intestazione fittizia di beni, strumentale all’associazione mafiosa.

Il sodalizio aveva poi realizzato un cospicuo traffico di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana).

In tale contesto, un soggetto ritenuto appartenente alla famiglia di Santa Elisabetta – con il ruolo di consigliere del capo del neo costituito mandamento “della Montagna” – destinatario del provvedimento cautelare in trattazione ed irreperibile durante l’esecuzione dell’operazione, è stato successivamente rintracciato in Belgio e consegnato alle Autorità italiane il 18 maggio 2018. Successivamente, il 28 giugno 2018 (sulla base di ulteriori elementi di prova acquisiti e corroborati dalle dichiarazioni rese da un nuovo collaboratore di giustizia, arrestato a febbraio sempre nell’ambito dell’operazione “Montagna”) i Carabinieri hanno arrestato altri 10 soggetti, notificando la misura dell’obbligo di dimora a un elemento apicale della famiglia di Chiusa Sclafani, già detenuto per altra causa. I predetti, ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso armata e di varie estorsioni, erano stati interessati a gennaio dalla predetta operazione “Montagna”, ma successivamente rimessi in libertà.

Con l’operazione “Opuntia”, che ha interessato la zona occidentale della provincia, l’8 febbraio 2018 i Carabinieri hanno, inoltre, arrestato per associazione mafiosa 7 persone, già sottoposte per lo stesso reato a fermo di indiziato di delitto in data 7 luglio 2016. L’indagine – che si è avvalsa anche delle dichiarazioni dell’ex capo della famiglia di Menfi, il quale, dopo essere stato fermato nel luglio 2016, ha iniziato a collaborare – ha fatto luce sugli assetti organizzativi e gestionali in seno alla predetta famiglia mafiosa, nel frattempo riorganizzatasi. Tra l’altro, sono stati documentati tentativi di approvvigionamento di armi ed i collegamenti tra il capo del mandamento del versante occidentale belicino ed i vertici delle famiglie di Sciacca, Sambuca di Sicilia e Santa Margherita di Belice.

Nel semestre in esame, sul fronte del contrasto ai patrimoni, la Dia e le locali Forze di polizia hanno proceduto,

d’intesa con l’Autorità giudiziaria competente, al sequestro ovvero alla confisca di beni riconducibili ad esponenti di rilievo della realtà criminale agrigentina.

In particolare, un primo provvedimento, eseguito dalla Sezione operativa Dia di Agrigento ha colpito, in data

5 giugno 2018, il patrimonio di un imprenditore (comprendente, tra l’altro, tre società di capitali e una quota societaria di un consorzio, numerosi fabbricati e terreni), parte del quale intestato fittiziamente a terze persone, per un valore di circa 3 milioni di euro. L’imprenditore, originario di Favara, era asservito, con le sue attività imprenditoriali, agli interessi delle consorterie mafiose operanti nella provincia, con la precipua finalità dell’illecita acquisizione di appalti pubblici.

Nel citato ambito operativo, la Guardia di finanza ha eseguito altri due sequestri. Il primo in data 19 gennaio

2018, nei confronti di un soggetto ritenuto al vertice della famiglia mafiosa di Cattolica Eraclea e del suo nucleo familiare, relativamente a terreni, fabbricati e risorse di conto e di deposito, per un valore complessivo di circa 750 mila euro.

Il secondo, il 7 marzo, di diverse aziende, beni e disponibilità finanziarie, per un valore stimato in oltre 120

milioni di euro, riconducibili a un noto imprenditore di Racalmuto, il cui successo economico-imprenditoriale

è stato ritenuto conseguente ai rapporti di connivenza intrattenuti, nell’arco di un ventennio, con esponenti

di spicco di Cosa nostra agrigentina. Anche nel periodo in esame, la Prefettura di Agrigento ha emesso provvedimenti interdittivi per infiltrazioni mafiose nei confronti di imprese operanti, ad esempio, nel settore agricolo ed in quello dell’estrazione e trasporto di inerti. I titolari, nella quasi totalità, sono risultati parenti di soggetti con precedenti specifici per “mafia”. Alle predette società sono state negate autorizzazioni amministrative e concessioni per erogazioni di finanziamenti pubblici.

Cosa nostra agrigentina è dotata di forte capacità di penetrazione e di condizionamento, oltre che nei settori commerciali e imprenditoriali, anche nell’attività politico–amministrativa. A tal proposito, oltre alle evidenze della già citata operazione “Montagna”, nel periodo in esame si segnala l’insediamento, il 29 marzo 2018, di una Commissione prefettizia di accesso presso il Comune di San Biagio Platani, per verificare l’eventuale sussistenza di forme di infiltrazione o di condizionamento da parte della criminalità organizzata, nonché il regolare funzionamento dei servizi.

È del mese successivo lo scioglimento, decretato con D.P.R. del 13 aprile 2018, dell’amministrazione comunale

di Camastra, per la durata di diciotto mesi, per ingerenze mafiose in occasione delle ultime consultazioni amministrative. L’accesso ispettivo era scaturito dall’operazione “Vultur”, eseguita dalla Polizia di Stato nel luglio del 2016, con la quale furono colpiti da ordinanza di custodia cautelare diversi soggetti con ruoli apicali in seno alla locale consorteria mafiosa. Questi erano stati indagati, a vario titolo, per associazione mafiosa, tentata estorsione e detenzione illegale di armi comuni da sparo e da guerra. In particolare, è stato contestato “…di aver partecipato attivamente, direttamente e tramite terze persone, alla campagna elettorale del comune di Camastra relativa alle elezioni amministrative del giugno 2013, fornendo supporto al candidato Sindaco”, poi effettivamente eletto, “…anche attraverso condotte intimidatorie nei confronti di esponenti politici di altri schieramenti”. Gli esiti dell’accesso hanno, tra l’altro, messo in luce che nel 2014 l’ente aveva espletato una procedura negoziata per l’affidamento di lavori di manutenzione ordinaria delle strade comunali, invitando a partecipare alcune ditte all’epoca destinatarie di provvedimenti interdittivi ed omettendo di svolgere accertamenti antimafia, in contrasto con le cautele che sarebbe stato necessario adottare a tutela della legalità, specialmente in un ambito territoriale in cui è consolidata la presenza di sodalizi criminali.

Nel panorama delinquenziale della provincia in esame, si registra, inoltre, la presenza di gruppi criminali stranieri, in particolare rumeni, tunisini, marocchini, egiziani ed ulteriori soggetti originari di altri Paesi nordafricani. Con il passare degli anni, essi sono aumentati nel numero ed hanno allargato i loro margini operativi, anche in ragione di un’integrazione sempre maggiore nel tessuto socio-criminale in cui si radicano. Si riscontrano, infatti, rapporti della criminalità di origine straniera con la criminalità agrigentina di tipo comune. La presenza stanziale di gruppi criminali di origine straniera sembra tollerata da Cosa nostra, perché s’inserisce

in settori illeciti di basso profilo, come ad esempio lo sfruttamento del lavoro nero (specie nel settore della pesca e dell’agricoltura) e della prostituzione, il trasporto e lo spaccio di sostanze stupefacenti, i furti di materiale ferroso e quelli realizzati in abitazioni ed in terreni agricoli, nonché il contrabbando di sigarette.

Con riferimento a quest’ultimo ambito, si segnalano gli esiti dell’operazione “Caronte” 210, eseguita il 23 marzo 2018 dai Carabinieri, che ha interessato i comuni della zona occidentale della provincia di Agrigento e la parte orientale della provincia di Trapani. Con la stessa sono stati arrestati 3 siciliani ed un pregiudicato tunisino, facenti parte di un sodalizio criminale e ritenuti responsabili, a vario titolo, di violazione delle disposizioni contro l’immigrazione clandestina nonché di contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Ad un altro indagato è stato notificato l’obbligo di dimora. Gli sbarchi avvenivano sulle coste del trapanese. Sull’imbarcazione, per ogni traversata, venivano trasportate, oltre a circa 1.600 stecche di sigarette, dalle 12 alle 15 persone, ciascuna delle quali pagava dai 4 ai 5 mila euro.

Per la provincia agrigentina va infine annotata la sussistenza di proiezioni in ambito transnazionale, con eventi

direttamente connessi con il territorio della provincia. Al riguardo, tradizionalmente le consorterie agrigentine

della parte occidentale si sono proiettate verso i Paesi dell’America del nord e verso l’America latina (specie Venezuela e Brasile), mentre quelle della parte orientale verso i Paesi del nord Europa (soprattutto Germania e Belgio).

A tal proposito, si segnala, anche nel periodo in esame, l’ennesimo omicidio, consumato a Favara l’8 marzo

2018, in danno di un soggetto, con precedenti per stupefacenti e destinatario di un avviso di garanzia nell’ambito dell’indagine su una sparatoria avvenuta sempre a Favara il 24 maggio del 2017. Tale grave fatto di sangue potrebbe inquadrarsi nell’ambito di una serie di analoghi episodi delittuosi avvenuti a Favara e in Belgio negli ultimi anni. Tutto ciò confermerebbe l’esistenza di una faida agrigentina in corso, assai probabilmente maturata in ambienti riconducibili al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, sull’asse Belgio–Agrigento.

 



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