Notizie | Commenti | E-mail / 05:05
                    






Canicattì, Pillole di Storia: Angelo Augello e Giuseppe Urso uccisi nella strage di Porzus

Scritto da il 21 febbraio 2019, alle 06:58 | archiviato in Canicattì, Costume e società, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

 Anche due canicattinesi, i carabinieri Angelo Augello e Giuseppe Urso, furono vittime, insieme ai loro diciassette compagni, di una delle pagine più nere della Resistenza italiana: la strage di Porzus. Solo negli ultimi anni è stato possibile sollevare, seppur con grande fatica, il velo di omertà steso attorno a questa terribile vicenda, non solo da coloro che ne furono gli esecutori, ma anche dai dirigenti politici comunisti che ne furono complici politici e morali, se non veri e propri mandanti.                                                                                                                      Un particolare contributo alla conoscenza di questa dolorosa pagina della nostra storia – uno dei fatti più spietati e rimossi della lotta di liberazione – è stato dato – nel 1997 – dal film “Porzus”  del regista Renzo Martinelli che si è avvalso della sceneggiatura  di Furio Scarpelli: regista e sceneggiatore – da notare – di indiscussa identità democratica e ideologicamente di sinistra. La realizzazione del film fu, peraltro, osteggiata da ben nove sindaci del Friuli che negarono l’autorizzazione a girare le scene nel territorio dei rispettivi comuni. E – sempre nel 1997 – il film fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ma solo fuori concorso, in una sezione marginale, per limitarne la visibilità e per neutralizzare  l’impatto che avrebbe potuto creare sul grande pubblico con reazioni atteggiate a disagio, reticenza, sconcerto, perfino omertà .                                                                                                                                                      I fatti si svolsero nelle malghe di Porzus, una frazione del comune di Attimis, in provincia di Udine, ove si trovava il comando del Gruppo  Brigate Est della Divisione “Osoppo”. La Brigata “Osoppo” – così chiamata dall’omonimo comune friulano dove i patrioti risorgimentali nel 1848 affrontarono in combattimento gli austriaci – era stata costituita, nella notte fra il 7 e l’8 marzo 1944, nel Seminario Arcivescovile di Udine da don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e dal parroco di Attinis, don Zani. Ne fecero parte in prevalenza ex alpini di fede monarchica, democristiana, liberale e azionista. Loro segni distintivi il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi” chiosava don De Luca.

La Brigata “Osoppo” andò sempre più contrapponendosi alla Brigata “Garibaldi Natisone” operante nella stessa zona: mentre infatti gli ossovani miravano all’istituzione in Italia di una democrazia di tipo occidentale, i garibaldini volevano instaurare una democrazia progressista del tipo russo; i primi, inoltre, auspicavano un Friuli Venezia Giulia rimasto italiano alla fine della guerra, mentre i partigiani comunisti della “Garibaldi” aderivano alla strategia del Partito Comunista che vedeva per la regione di confine – fino al Tagliamento – un futuro all’interno della Federazione Jugoslava secondo i piani di Josip Broz Tito.                                                                                                                                         Tale strategia divenne esplicita con la lettera inviata il 19 ottobre 1944 da Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, al comando della Brigata “Garibaldi Natisone”; nel documento si ordinava alla formazione partigiana di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus Sloveno  e si indicava il testo dell’ordine del giorno da approvare. Aderendo a tale invito, i comandanti di reparto fecero approvare – il 7 novembre –  e diffusero attraverso volantini ordini del giorno di questo tenore: “I garibaldini della I Brigata “Garibaldi-Natisone” riuniti in occasione del 27° anniversario della Grande Rivoluzione Russa, esaminata la situazione politico-militare, accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal 9° Corpo di Armata Sloveno in quanto sanno che ciò non potrà che rafforzare la lotta contro i tedeschi e i fascisti ed accelerare la liberazione del nostro Paese, instaurando anche in Italia, come in Jugoslavia, il potere del popolo”  (Sergio Gervasutti, Il giorno nero di Porzus, Venezia, Marsilio Editori, 1997, p.145). Si cominciò a parlare allora di Slavia Italiana e di Grande Slovenia.

In questo clima, di contrapposizione ideologica e di diffidenza reciproca, maturò l’eccidio. La sera del 7 febbraio 1945, nelle due baite sopra Attinis – ove stazionava una formazione della Divisione “Osoppo”, operante nella zona sotto il comando del commissario politico Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla) – giunse una squadra gappista (da GAP, Gruppi di Azione Patriottica) di partigiani della Divisione “Garibaldi”. Il gruppo di partigiani comunisti era giunto nella mattinata nella piccola frazione di Poiana ove si era rifocillato; quindi era salito verso Porzus ma aveva evitato il paese, passando lungo il costone che lo fiancheggia.              Intorno alle ore 17 i gappisti giunsero nei pressi della prima baita, ove erano di guardia proprio Giuseppe Urso (nome di battaglia Aragona, dal comune in cui era nato) e Angelo Augello (Massimo). I due intimarono l’alt: “Chi siete? Da dove venite? Cosa volete?” (Sergio Gervasutti, ibidem, pp. 162-163). I gappisti, guidati da Mario Toffanin (Giacca), dapprima dissero di essere dei soldati sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con forze nazifasciste, ma subito dopo circondarono gli osovani e si diressero verso le due baite, ove fecero subito razzia di armi, munizioni, denaro, vestiario, penne stilografiche e viveri in scatola nascosti in buche profonde. Portato a termine il saccheggio, raggrupparono i prigionieri e li condussero a valle in due gruppi.

Le esecuzioni furono portate a termine tra l’8 e il 20 febbraio. Augello e Urso fecero parte del primo gruppo. Angelo Augello fu ucciso a Rocca Bernarda, nella zona di Pedrotto, il 9 febbraio. Un testimone, Giovanni Persoglia, ha raccontato che mentre passava in bicicletta sentì degli spari e subito dopo vide uscire dalla boscaglia attigua alla strada il gappista Enzo Jurich(Ape) che allontanandosi gridava: “L’ho ucciso. Era un fascista” (Sergio Gervasutti, ibidem, p.165). Giuseppe Urso e altri quattro compagni furono condotti nel vicino bosco di Musich, nella zona di Restocina Dolegna, ove furono uccisi il 10 febbraio.

Alla fine nella strage di Porzus si contarono 19 morti. E tra essi anche Ermes, Guido Alberto Pasolini, fratello ventenne del poeta e scrittore Pierpaolo. I cadaveri, dopo alcune ore, furono recuperati con quattro scale a pioli e trasportati a valle; furono trasferiti dapprima nel cimitero di Racchiuso e poi in quello di Savorgnano al Torre, dove furono seppelliti.

Angelo Augello e Giuseppe Urso sono oggi ricordati – con i rispettivi nomi di battaglia “Massimo” e “Aragona” – sul luogo della strage, insieme ai loro compagni, da una lapide che parla giustamente di strage compiuta da “fraterna mano assassina”. A Bosco Romano di Cividale del Friuli invece è stato collocato un cippo. Purtroppo il nome di Augello è stato storpiato, involontariamente, in Augelli. Sempre sul luogo della strage, su un cippo in pietra, il nome del martire canicattinese e’ ancora una volta storpiato: stavolta  in “A(C o G)GELLO”.

Angelo Augello nacque a Canicattì, il 28 luglio 1922, da Salvatore e Maria Grazia Cigna. Celibe, era residente in via Duca degli Abruzzi. Entrato nell’Arma dei carabinieri, fu effettivo del Gruppo Est della Brigata Osoppo Friuli. Fu ucciso il 9 febbraio.                              Della sua morte nulla si seppe a Canicattì fino al caldo pomeriggio di una giornata di fine agosto. Al piano terra della sua abitazione la mamma, insieme a vicine e amiche, era intenta alla prima fase della lavorazione delle mandorle appena raccolte: la smallatura  e cioè la separazione del guscio dalla corteccia più morbida. Era un vero e proprio rito  in una città che esportava tale prodotto in tutta Europa. Il lavoro delle donne fu a un tratto interrotto dalla visita di un carabiniere che veniva a consegnare un plico. Il militare chiese chi fosse la mamma di Angelo Augello e le disse, quindi, di essere venuto per comunicarle che il figlio era stato ucciso da alcuni mesi. Lesse davanti a tutti il telegramma in cui si comunicava che Angelo era stato “barbaramente trucidato”.                                                                                                             Questa scena mi è stata descritta dalla mia consuocera, Giovanna Messana La Verde, che abitava proprio di fronte a casa Augello e che, dati i rapporti di buon vicinato e amicizia, dava anch’essa una mano alla lavorazione delle mandorle. Stranamente, ricevuta la notizia, la mamma di Angelo non proruppe in grida di dolore – cosa che soleva accadere allora in circostanze analoghe – ma rimase in assoluto silenzio, annichilita dal dolore. E subito dopo disse soltanto: “Sbarazzammu tutti così”, pensando alle visite di partecipazione al lutto che si sarebbero subito dopo succedute nell’angusta seppur decorosa abitazione.                                                               Giuseppe Urso nacque ad Aragona il 1° giugno 1923 da Calogero e Rosa Marino. Si trasferì da piccolo a Canicattì ove abitò in via De Amicis. Era celibe quando si arruolò nell’arma dei carabinieri. Fu effettivo della III Divisione Osoppo Friuli, I Brigata, Battaglione Zanon. Fu ucciso il 10 febbraio.                                                                                                                                                                                                                                                       La salma di Giuseppe Urso è stata trasferita nel cimitero di Canicattì, mentre quella di Angelo Augello è sepolta ancora nella nuda terra del cimitero di Udine.                                                                                   Ad Angelo Augello il Comune di Canicattì – sotto la sindacatura di Giovanni Asti – ha intitolato una strada, una traversa del viale regina Margherita (Archivio comunale – Delibere di Giunta anno 1968 – Delibera n. 74 del 12 febbraio 1968): la due targhe marmoree furono però realizzate e collocate, parecchi anni dopo, a spese del fratello Calogero, da tempo trasferitosi a Parma. Le targhe – erroneamente – indicano come data di morte il 19 e non il 9 febbraio 1945. Peraltro anche l’atto di morte dell’Ufficio dello stato Civile del Comune di Canicattì indica come data del decesso – con la precisazione “data presunta” – addirittura il 24 febbraio 1945. Solo recentemente – durante la sindacatura di Vincenzo Corbo – un’altra strada è stata intitolata a Giuseppe Urso ( (Archivio Comunale – Delibere di Giunta anno 2011 – Delibera n. 54 del 15 aprile 2011).

Nel dopoguerra sulla strage di Porzus furono celebrati dei processi. Il primo, dopo alcuni atti preliminari svoltisi ad Udine, si celebrò a Brescia: il 15 gennaio 1950 in aula furono presenti i genitori di Giuseppe Urso che da alcuni giorni erano in attesa di essere sentiti. Secondo le cronache del tempo, i due genitori, invecchiati anzitempo dal dolore e vestiti assai modestamente,  guardavano con aria smarrita e sbigottita la Corte, gli avvocati e il pubblico. La mamma, vestita di nero e con un fazzoletto dello stesso colore sul capo, aveva appeso al collo un medaglione con l’immagine del figlio. Riferì di aver visto Giuseppe per l’ultima volta nel febbraio del 1943, allorquando, dopo una breve licenza, era partito per Lubiana; e proprio da quella città, alla firma dell’armistizio, si sarebbe aggregato agli alpini e ai carabinieri che entrarono nella Brigata Osoppo.

Nel 1944, dopo la liberazione della Sicilia, da un aereo alleato furono lanciate sul cielo di Canicattì delle lettere di militari: una era di Giuseppe Urso e, dopo due giorni, fu recapitata alla mamma. La donna in udienza mostrò alla Corte quella lettera, vergata su carta grossolana, tenendola stretta al petto come una reliquia: “Mamma cara, stai tranquilla; sono nelle file della liberazione. Pregate tutti la Vergine Santa e tra poco sarò nelle vostre braccia. Vedrete…”. La donna, con voce fioca e assente, continuava a ripetere “Nelle nostre braccia, sì nelle nostre braccia” guardando in lontananza in un punto indefinito. “La lettera è venuta dal cielo… Lui non era ancora in cielo ma doveva salirvi in capo a due mesi…” (Pianto di una madre siciliana al processo per il truce eccidio di Porzus, corrispondenza da Brescia firmata E. G., in Giornale di Sicilia, Palermo, 17 gennaio 1950).

Il processo continuò poi nella Corte d’Assise di Lucca.  Del collegio di difesa fecero parte l’on. Luzzetti, in sostituzione del senatore Terracini, e i senatori Buffoni, Malipiero, Sartoretti e Nenni. La parte civile era rappresentata dagli avvocati Giannini, Marin, Luzzari, Libotte, senatore Donati a altri. E proprio l’avvocato Marin, da commissario della formazione Osoppo, aveva trasmesso al comandante Bolla (Francesco De Gregori) l’ordine: “Difendi l’italianità del Friuli, combatti i tedeschi, non soggiacere agli invasori di Tito” (Pianto di una madre siciliana al processo per il truce eccidio di Porzusibidem). La sentenza, nell’aprile 1952, condannò all’ergastolo Mario Toffanin, Vittorio Iuri e Alfio Tambasso e a pene inferiori altri imputati. Gli ergastoli furono commutati dalla stessa Corte in 30 anni di reclusione. Il processo di secondo grado si svolse presso la Corte d’Assise d’Appello di Firenze: la sentenza, il 30 aprile 1954, confermò i tre ergastoli che però, a seguito del decreto d’indulto presidenziale del 19 dicembre 1953, furono commutati in 10 anni di reclusione.

Le Sezioni Riunite della Corte di Cassazione, in data 19 giugno 1957, riaprirono il procedimento per stabilire se il comportamento degli imputati fosse stato tale da favorire la sovranità iugoslava in alcuni territori italiani. Il nuovo processo fu assegnato alla Corte d’Assise d’Appello di Perugia che fissò la prima udienza ma – a seguito dell’amnistia promulgata col D. P. R. 11 luglio 1959 – si bloccò tutto (L’eccidio di Malghe Porzus (cronologia storica), a cura dell’Associazione Partigiani “Osoppo Friuli”, Udine, Tipografia Pellegrini-Il Cerchio, 2005, pp. 15-17).

Mario Toffanin, anche se graziato da Sandro Pertini nel luglio 1978 – subito dopo la sua elezione alla Presidenza della Repubblica – preferì restare, dopo alcuni anni trascorsi in Cecoslovacchia, a Sesana, in Slovenia, fino alla morte, sopraggiunta il 22 gennaio 1999. Era nato a Padova il 9 novembre 1912.

                                                                                                                                                             GAETANO AUGELLO

 


N, 1 Angelo Augello – N. 2 Giuseppe Urso – N. 3 Lapide con i nomi di battaglia dei caduti. N. 4 Tomba di Angelo Augello a Udine. N. 5 Le Baite di Porzus. 



Loading...


   Clicca e Condividi su Facebook |

Clicca per consigliare questo articolo sulla ricerca Google



Invia per mail l'articolo o stampalo in PDF



1 Risposta per “Canicattì, Pillole di Storia: Angelo Augello e Giuseppe Urso uccisi nella strage di Porzus”

  1. antonio bonsangue ha detto:

    Leggo con interesse l’articolo su Porzus.
    Preciso solo che Mario Toffanin,” Giacca” viveva a Skofije ,primo paese dopo il confine di Rabuiese ad una decina di KM da Capodistria, nel cui cimitero è sepolto.
    questo perchè era un mio conoscente e sono anche stato a casa sua.
    Cordiali saluti
    Antonio Bonsangue

Lascia un commento

Tutti gli utenti possono manifestare il proprio pensiero nelle varie sezioni della testata CanicattiWeb.com.
Ferma restando la piena libertà di ognuno di esprimere la propria opinione su fatti che possano interessare la collettività o sugli argomenti specifici da noi proposti, i contributi non dovranno in alcun caso essere in contrasto con norme di legge, con la morale corrente e con il buon gusto.
Ad esempio, i commenti e i nickname non dovranno contenere:
- espressioni volgari o scurrili
- offese razziali o verso qualsiasi credo o sentimento religioso o abitudine sessuale
- esaltazioni o istigazioni alla violenza o richiami a ideologie totalitarie punite dalla costituzione

I contributi che risulteranno in contrasto con i principi esposti non verranno pubblicati.
Si raccomanda di rispettare la netiquette.


Spazio Pubblicitario

Loading...




CanicattiWeb.com su Facebook

Sondaggio

Commenti recenti


Testata giornalistica online registrata presso il Tribunale di Milano n° 272 del 10/06/2009 - ISSN: 2035-6617 -
| Versione SPD | Supporto Tecnico e Hosting Bluermes Comunicazione Integrata