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Strage di Licata, 16 colpi di pistola per sterminare un’intera famiglia: lutto cittadino

Scritto da il 27 gennaio 2022, alle 07:22 | archiviato in Costume e società, Cronaca, IN EVIDENZA, Licata, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Aveva pianificato tutto, fin nei minimi particolari, Angelo Tardino, imprenditore agricolo di Licata di 48 anni. Alle sei di ieri mattina è uscito di casa, ma invece di andare in campagna a coltivare i suoi terreni, si è precipitato a casa del fratello Diego, 44 anni, in contrada Safarello. Da tempo i due non abitavano più nella stessa palazzina, a causa dei continui dissidi per la divisione di alcuni terreni coltivati, di un pozzo. Addosso, Angelo Tardino, aveva almeno due armi, una calibro nove e un revolver. Tutte regolarmente detenute. Suona al cancello e Diego gli apre. La discussione si anima. Angelo inizia a sparare e lo colpisce, una, due, tre volte. Diego stramazza al suolo, senza vita. Angelo Tardino entra in casa e inizia a cercare, stanza per stanza, la moglie e i figli del fratello. La prima a cadere sotto i suoi colpi, almeno quattro, è Alessandra Ballacchino, la moglie di Diego Tardino. Poi tocca ad Alessia Tardino, di 15 anni, che oggi avrebbe dovuto fare la versione di greco al liceo Linares. Infine, l’ultimo colpo è stato destinato al più piccolo della famiglia, Vincenzino, di appena 11 anni. Verrà trovato, solo molte ore dopo, sotto il letto, avvolto nella coperta. Ha scaricato sulla famiglia tutti i sedici colpi di pistola. Angelo Tardino, dopo la carneficina, lascia l’abitazione del fratello, e chiama la moglie. “Ho fatto una folli, li ho ammazzati tutti”, le dice. “Ora mi ammazzo”. La moglie inizia a gridare e gli dice: “Cosa hai fatto?” e chiama subito i carabinieri. “Mio marito ha ucciso mio cognato e la sua famiglia, ora vuole uccidersi. Aiutatemi”. Scatta la ricerca. I Carabinieri chiamano al telefono Angelo Tardino che risponde. Iniziano a parlare. L’uomo vuole costituirsi, poi all’improvviso cambia idea. Chiude la telefonata e sparisce. Diventa irreperibile. I militari nel frattempo lo localizzano e lo raggiungono, sotto un cavalcavia, in via Mauro De Mauro, nella zona di Oltreponte. Ma è troppo tardi. Sentono uno, due spari. Tardino si è sparato alla tempia. E si accascia a terra, con il cervello spappolato. Verrà trasferito in eliambulanza all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta, dove morirà dopo alcune ore. Le ferite in testa sono troppo gravi.

Intanto, i Carabinieri, a Licata arrivano in contrada Safarello, nell’abitazione di Diego Tardino, dove fanno la macabra scoperta. Prima Diego, poi la moglie, poi Alessia. In un primo momento il piccolo Vincenzo sfugge all’occhio dei Carabinieri. Solo ore dopo lo trovano, sotto il letto, rannicchiato. Una strage. La notizia si sparge in paese. A scuola. Al Liceo Linares, frequentato da Alessia sono sotto choc. “Alessia è, e dico è perché faccio fatica a pensare al passato, una ragazza seria, pulita, i cui occhi sorridevano. Dai suoi occhi traspariva il suo desiderio di apprendere e di vivere”, racconta all’ Adnkronos Floriana Costanzo, l’insegnante di italiano di Alessia. “Nonostante la giovane età, Alessia aveva preso in mano le sorti della sua vita- racconta commossa- Non aveva ancora deciso cosa fare da grande ma stava costruendo il suo futuro. Interagiva con noi, intervenendo spesso”. Non riesce a trattenere le lacrime Tiziani Alesci, la prof del piccolo Vincenzo, che frequentava la scuola Marconi di Licata. “Vincenzo era un bambino allegro, generoso, pieno di voglia di vivere. L’ho visto ieri mattina in classe e nulla faceva presagire questa tragedia immensa”, dice all’Adnkronos Tiziana Alesci, l’insegnante del piccolo Vincenzo. “”Era un bimbo tranquillo – racconta – Anche la mamma, Alessandra, era una ragazza sempre presente nell’attività della scuola. Curava tantissimo Vincenzo. Una famiglia molto presente”. A pochi passi dall’abitazione della famiglia sterminata, c’è un’Alfa blu. All’interno ci sono due donne. Piangono. Sono le cugine di Alessandra Ballacchino, la madre dei due bambini uccisi. “Siamo sconvolti. Non ci saremmo mai aspettati questa tragedia. Perché Diego ha aperto la porta a quell’assassino? Maledetto assassino”, dice una delle due cugine all’Adnkronos. “Perché non ci hanno permesso di dare un ultimo saluto ai nostri cari? – dice piangendo- Volevamo solo salutarli. Povere creature…”. Piange a dirotto la donna. Poi spiega: “Tra i due fratelli c’erano frizioni da parecchio tempo. Prima abitavano nello stesso palazzo. Ma litigavano in continuazione per la divisione di alcune proprietà agricole. E alla fine Alessandra ha deciso di andare a vivere qui in campagna, pur di non avere nulla a che fare con quel pazzo”. Intanto i mezzi delle onoranze funebri sono arrivati sul luogo della strage. Per trasferire i corpi all’ospedale di Agrigento dove sarà eseguita l’autopsia, disposta dal Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio che coordina l’inchiesta sulla strage insieme con la pm di turno Paola Vetro. Per tutto il giorno vengono sentiti la moglie e il fratello di Angelo Tardino. Spiegano i motivi delle continue liti tra i fratelli.

Il sindaco annuncia il lutto cittadino ne giorno dei funerali (Agrigento) – Nel pomeriggio il sindaco Pino Galanti annuncia che nel giorno dei funerali delle quattro vittime della strage di stamattina a Licata sarà lutto cittadino. ”Siamo sconvolti, distrutti, per l’accaduto. Una strage inimmaginabile, una tragedia che ha devastato la nostra comunità. Davvero – sono le parole del sindaco Galanti – non ci sono parole per commentare la tragedia che ha colpito la nostra città. Siamo vicini ai familiari delle vittime. Nel giorno in cui saranno celebrati i funerali a Licata sarà lutto cittadino”. Il presidente del consiglio comunale, Giuseppe Russotto, ha annunciato che stasera, all’inizio della riunione on line per il question time, sarà osservato un minuto di raccoglimento per le vittime. Cala il buio su Licata. Una città attonita. (ADNKRONOS)

Proseguono le indagini sulla strage di Licata e sulle armi detenute dal killer Angelo Tardino, il 48enne che   ha ucciso al culmine di una lite il fratello, la cognata e i due nipotini.

I carabinieri della Compagnia di Licata, agli ordini del capitano Petrocchi, sono alla ricerca delle armi che l’uomo deteneva regolarmente. Due sono state ritrovate: si tratta della calibro nove con cui ha sterminato la famiglia del fratello e il revolver utilizzato per suicidarsi. All’appello, secondo quanto ricostruito, mancano ancora un fucile e un’altra pistola.

“La tragedia di Licata costituisce l’ennesima sconfitta di una cultura — la nostra — sempre più disorientata e sempre meno capace di gestire le emozioni e le tensioni che turbano l’esistenza personale e interpersonale. Esige una inderogabile presa di coscienza individuale e comunitaria sul valore della persona umana, soprattutto se innocente e indifesa, e sull’importanza della cura delle relazioni, al di là di ogni ferita e di ogni offesa. Chiama in causa tutti noi, nella responsabilità condivisa in merito alla promozione della cultura della vita e alla testimonianza del vangelo dell’amore e del perdono.Profondamente addolorato per quanto accaduto, assicuro la mia preghiera per le vittime ed esprimo la mia vicinanza e il mio cordoglio alla famiglia e all’intera città di Licata.” Così l’arcivescovo di Agrigento, Alessandro Damiano, sulla strage di Licata



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