Nel Settecento, la Curia Vescovile di Girgenti vigilava attentamente sull’attività delle prostitute, cercando di salvare le apparenze ed evitare i pubblici scandali. Un tempo a Canicattì, in provincia di Agrigento, le prostitute erano solite vagare dopo il tramonto lungo i torrenti che attraversavano la parte bassa dell’abitato e che erano collegati dal ponte detto di San Diego; erano tollerate dalle autorità a condizione che non facessero baldoria e non disturbassero il vicinato. La vigilanza si faceva più rigorosa in occasione della “fiera franca” di San Diego, a fine agosto, quando a Canicattì si riversavano dai paesi vicini donnine in cerca di guadagni più consistenti, e ciò accadeva soprattutto nella località detta la Fontanella.
I provvedimenti della curia di Girgenti contro le prostitute andavano dalla diffida fino alla punizione più grave, l’espulsione dal territorio della diocesi. Nel 1707 Francesca “LA ZINGARA” che “esercitava” nei pressi della chiesa degli Agonizzanti fu diffidata ed allontanata. Una delle prostitute più celebri di quel periodo fu Caterina “LA CALAMITA”. Mai nome fu più azzeccato. Il 12 ottobre del 1702 il Capitano di Giustizia, Pietro Sammarco e il Giudice della Corte Capitanale di Canicattì, Gaetano Malandrino, intimarono ad un certo Matteo, originario di Messina ma abitante a Canicattì, di “non conversare ne’ avere commercio carnale con Caterina La Calamita, abitatrice di questa sudata terra, ne’ di giorno ne’ di notte sotto pena di onze dieci d’applicarsi al Fisco Ducale”.
Possiamo ben dire che Caterina “La Calamita” sia stata una delle antenate della più recente “Pintalora di la BATIA” cui ha dedicato un articolo il barone Agostino La Lomia. Famose le case di tolleranza di via Empedocle, via Milano, via Mazzini. Nei primi del Novecento, nel palazzo ubicato all’incrocio di corso Umberto e via senatore Gangitano, l’Hotel “Stella Rossa” offriva ospitalità a donnine che si alternavano ogni quindici giorni. Famosi i nomi di alcune prostitute canicattinesi: “Maria la Suonatrice”, “Caluzza la Sciuscia”, “Vannidda” ed altre ancora.
In passato alcune prostitute furono coinvolte, direttamente o indirettamente, in fatti delittuosi. Una “donna di partito”, detta “La Calabresa”, fu trovata uccisa nella pubblica via la mattina del 20 gennaio 1830. Il 16 maggio 1839 un giovane, Giuseppe Martines, figlio del sensale Vincenzo, si trovava in piacevole compagnia con una “donna di tresca” nella strada detta “di lu Cannuni” (l’attuale via Risorgimento), quando il ventottenne Michelino Morello, figlio del fu Francesco, bussò con forza alla porta pretendendo di entrare subito. Il Martines, assai contrariato per l’intrusione, nell’aprire la porta colpi’ a morte al basso ventre, con un coltello, il Morello che l’indomani fu sepolto nella vicina chiesa di San Domenico.
Nelle vicinanze della stessa strada, sempre nel quartiere di San Domenico, c’era da tempo un arco costruito per sostenere parte del “tenimento di case” appartenente ad Angelo Marchese. Divenne nel tempo un “immondezzaio di materie nocive alla salute” e, di notte, un ritrovo di prostitute, di agguati alle persone sospette e di risse, al punto che lo stesso proprietario, nel 1860, ne chiese l’abbattimento.
Nel secondo Novecento l’arrivo delle prostitute alla stazione ferroviaria di Canicattì era un vero e proprio rito. Le donnine venivano prelevate da Francesco Cappadona, inteso “Pignatuni”, un vero e proprio industriale del trasporto in quel tempo, che le accompagnava alla “casa chiusa” di via Empedocle. Le “ragazze” salivano sulla carrozza e, per arrivare a destinazione, dovevano necessariamente attraversare il corso principale della città. Al loro passaggio i ragazzini facevano festosamente ala e i numerosi circoli si svuotavano e tutti i soci se ne stavano fuori ad ammirare con desiderio, fino a quando Pignatone svoltava a destra per via Torino per salire sempre più su, fino alla via Empedocle. Il rito si ripeteva ogni quindici giorni quando “nuove” donnine, in ossequio alle disposizioni sanitarie vigenti, davano il cambio alle “vecchie”.
Non sappiamo se, insieme ai vecchi riti, sia scomparso anche il benemerito antico mestiere. GAETANO AUGELLO