Su iniziativa del Lions Club Canicattì Host e del Piccolo Teatro Città di Canicattì – con una immaginifica, spettacolare e molto partecipata manifestazione – Canicattì ha ricordato la presenza in Città dello scrittore Luigi Pirandello, in occasione di una delle prime rappresentazioni del suo “Sei personaggi in cerca d’autore”, avvenuta il 1° dicembre del 1927.
Canicattì, per una sera, si è trasformata in uno scenografico teatro all’aperto animato da cittadini-attori che hanno attraversato il salotto buono della città dal Teatro Sociale al Circolo di Compagnia, i due luoghi che videro la presenza del grande drammaturgo.
Attualizzando l’evento del 1927, Luigi Pirandello con Marta Abba e Lamberto Picasso, sono stati accompagnati al Teatro del Basile – su una macchina d’epoca – dal farmacista Giovanni Pantano, nipote del farmacista Carmelo Pantano che allora aveva prelevato lo scrittore ad Agrigento.
Nel Circolo di Compagnia allo scrittore sono stati conferiti il Diploma di “Arcade Minore“ del Parnaso e la cittadinanza onoraria di Canicattì.
Quindi una relazione del professor Gaetano Augello che ha tratteggiato i principali momenti dello storico evento, nel quadro della avvincente attività della “pirandelliana” Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese.
Protagonista della serata non poteva non essere – anche – la “scecca” di padre Diego Martines, scelta ed innalzata al rango di simbolo eccelso e inattingibile della weltanschauung parnasiana.
Ideata e plasticamente realizzata da un grande artista canicattinese, il maestro Lillo Costanza, era lì, davanti al Circolo di Compagnia, in attesa di rendere omaggio al genio agrigentino, futuro premio Nobel della letteratura.
Struttura armonica e affatto verosimile. Sagoma in legno e polistirolo, testa di cartapesta coperta da un pellicciotto e dipinta a mano, orecchie particolarmente vistose e, soprattutto, corona d’alloro.
Il tutto sotto lo sguardo pensoso di padre Diego Martines che – elegante nella sua tunica e protetto dal freddo dall’immancabile cappello a larghe falde – tiene ben stretto il suo breviario.
La “scecca” era una vecchia conoscenza dello scrittore che aveva avuto modo certamente di incontrarla nelle sue visite nella nostra città.
Essa era sempre presente nelle manifestazioni parnasiane, a cominciare dall’inaugurazione ufficiale dell’Accademia avvenuta nel 1924.
I poeti e i loro amici si riunirono in un salone del Castello Bonanno, oggi completamente diroccato, per dare il dovuto risalto allo storico evento. Anche i plagiari furono invitati! Presenti, tra gli altri, i soci fondatori Salvatore Sanmartino (un avvocato nel ruolo fondamentale di viaggiatore-piazzista per offrire all’umanità tutta l’onore di entrare in contatto con la Secolare Accademia), farmacista Diego Cigna (prescriveva a signorine e maritate le “ricette” della fortuna), dottor Gaetano Stella (un ostetrico indispensabile per usare se necessario “forcipe e altri diabolici strumenti al fine di facilitare taluni parti poetici piuttosto difficili”), barone Agostino La Lomia e, appunto, il sacerdote Diego Martines. “Buongustaio d’acqua, possedeva un’asina il cui raglio, in latino, raggiungeva le stelle”. Era un’asina pregiata, forse della razza di Pantelleria, allora molto diffusa a Canicattì e che si distingueva, come scrisse Alfonso Tropia, “per eleganza di forma e per velocità di cammino”.
L’asina – acclamata come simbolo del Parnaso – era appunto del sacerdote Diego Martines: rettore per anni della chiesa del Purgatorio, era dotato di una certa cultura che lo portò anche a scrivere dei versi. Terminata la messa, il sacerdote usava sempre la sua asina per gli spostamenti in città e per recarsi nel suo “feudo”, un modesto podere nelle vicinanze della Cappella delle Anime Decollate.
Il sacerdote si offendeva se qualcuno salutava lui prima della sua “scecca”: “Se prima di me non si saluta l’asina non rispondo al saluto… questa è la “scecca” del Parnaso Canicattinese su cui cavalcò il nostro Presidente del Parnaso, don Ciccio Giordano, morto… ma sempre vivo per decreto dell’Accademia stessa”.
La scecca di padre Martines – “purtintusa e sapienti ca dava ‘nsignamientu a li struiti” – era vergine per statuto. Inutili gli inviti del padrone a starsene lontana dagli appetiti carnali. Ma il fatto che fosse molto prolifica e frequentasse assiduamente e con visibile “godimento e profitto” le stazioni di monta del paese (Gibbesi e Grasta) non aveva per i parnasiani alcuna importanza.
La verginità – dicevano – più che una condizione fisica è una categoria dello spirito.
Passata a miglior vita fu raffigurata, nei documenti dell’Accademia, con le ali. Il suo motto, dettato, pare, dal farmacista Diego Cigna, fu: “Terra mihi non sufficit” (la terra non mi basta). L’asina divenne, nei documenti ufficiali, il simbolo dell’Accademia. GAETANO AUGELLO