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           Cazzola, la più grande delle masserie che punteggiano le campagne circostanti Canicattì – insieme a quelle di Buccheri, Aquilata, Graziano e tante altre ancora – appartenne ai Testasecca fino al 22 luglio del 1708, allorché Giuseppe La Lomia sposò Rosaria Testasecca.
            Giuseppe La Lomia era un medico-fisico (così allora erano chiamati i dottori in medicina) discendente da una nobile famiglia di Piacenza. Il primo La Lomia a giungere in Sicilia fu – nel secolo XV – Giovanni Nicolò che militava al soldo di Re Martino in lotta con i Baroni del Regno di Sicilia. Si stabilì a Piazza Armerina con l’incarico di castellano. Il penultimo dei suoi sei figli maschi avuti da Agata Coppera – Giacomo – divenne segretario di Raimondo Moncada, marchese di Malta e conte di Cammarata.
           Uno dei suoi discendenti fu proprio Giuseppe La Lomia, figlio del dottor Girolamo e di Angela Lo Brutto di Racalmuto. Abitò dapprima a Palermo e poi a Raffadali ove risiedeva quando sposò la canicattinese Rosaria Testasecca.
           Il matrimonio fu celebrato nella Chiesa Madre di Canicattì dal sacerdote Giuseppe Tropia su licenza dell’arciprete Gaetano Casuccio. I genitori di Rosaria Testasecca, dottor Marco e Anna Teresa Corbo, si erano sposati – il 31 dicembre 1668 – a casa del papà della sposa – il possidente Vincenzo Corbo – nel quartiere di Santa Barbara.
          Dal 1708 il feudo di Cazzola fece parte a pieno titolo – fino ai nostri giorni – dei beni di uno dei rami dei La Lomia divenuto – nel gergo popolare e quindi anche nei documenti – La Lumia.
           La masseria di Cazzola, nel territorio canicattinese, rappresenta, per strutturazione e storia, un “unicum”meritevole di particolare attenzione. Le sue peculiarità risultano, altresì, evidenti anche in relazione alla configurazione della maggior parte delle analoghe aziende di tutta la Sicilia.
           Da sottolineare il particolare rapporto tra azienda e proprietari. Da sempre i signori canicattinesi – e per primi i Bonanno –  utilizzarono i loro beni come cassa da cui attingere il denaro necessario per consentire loro l’inserimento nella vita sociale e mondana delle capitali del tempo: soprattutto Palermo e, talora, anche Napoli. I beni erano affidati per tutto l’anno alla gestione di abili amministratori che, in molti casi, sarebbero riusciti a diventarne i nuovi proprietari, soprattutto quando i fondi erano sottoposti a ipoteca.
          I Testasecca – e poi i La Lumia – ebbero, invece,sempre un rapporto diretto con la masseria di Cazzola ove abitarono con la loro famiglia – al piano nobile del corpo centrale – fin quasi alla metà del Novecento.
          Non c’erano problemi di sicurezza: la masseria – circondata da un “firriatu di sipala” opera di eccellenti scalpellini locali – godeva in passato di un privilegio riservato, di regola, alle chiese e ai monasteri: il diritto di asilo che ne faceva una zona franca e ne proibiva l’accesso – salvo casi eccezionali – alle forze dell’ordine.
          La masseria di Cazzola – che diveniva in tal modo quasi un piccolo stato – ebbe riconosciuto tale diritto – non formalmente ma “de factu” – per interessamento di un illustre esponente della famiglia La Lumia – Gioacchino – che fu Ministro di Grazia, Giustizia e Culto nel governo borbonico di Ferdinando II. Gioacchino, quando si trovava a Canicattì risiedeva nel palazzo di via Mariano Stabile appartenente ai cugini La Lumia, gli stessi proprietari della masseria di Cazzola.
          Già prima del riconoscimento di tale diritto, la masseria era costantemente sorvegliata da guardiani a cavallo – preposti soprattutto alla sorveglianza intorno ai molini – e anche dagli uomini dell’Ufficio del Capitano di Notte. Tra i “bandi e comandamenti” più originali promulgati in quegli anni, si ricorda l’ordine del feudatario – Giacomo II Bonanno Crisafi – che nel 1656 ingiunse al Capitano di Notte – preposto soprattutto alla sorveglianza in città – di battere anche le campagne del territorio comunale per catturare ed eliminare gli “scorsoni” e cioè i serpenti (Giacinto Gangitano, “Notizie a sfascio su Canicattì”, in “La Siciliana”, Anno X, N. 6, Siracusa giugno 1927).
          Si narra che i signori di Cazzola godessero anche di un altro diritto non codificato: lo “jus primae noctis”.  
          La masseria fu edificata in momenti successivi. Un primo nucleo fu costruito – con tutta probabilità intorno alla metà del Cinquecento – nel punto in cui, in passato, sorgeva una struttura di appoggio per i viaggiatori. Si tenga presente che, a poca distanza dalla masseria, si trova il sito archeologico romano-bizantino di Vito Soldano, nelle cui vicinanze si trovava una delle otto “stationes” o “mansiones” dell’itinerario Catina-Agrigentum. Tale posizione strategica avrebbe favorito, anche in seguito, i collegamenti tra i grandi latifondi della Sicilia Centro-orientale.
          Per la sua centralità Cazzola fu scelta – il 14 ottobre 1841 – come luogo di sosta dal re Ferdinando II di Borbone e dalla seconda moglie, Maria Teresa, arciduchessa d’Austria – in visita in Sicilia – durante il loro trasferimento da Caltanissetta a Girgenti, da dove poi avrebbero raggiunto Trapani per imbarcarsi alla volta di Napoli.
          La parte centrale della masseria fu realizzata nel Seicento e ad essa, nel Settecento e Ottocento, sarebbero stati aggiunti nuovi ambienti in relazione alle esigenze di ampliamento e razionalizzazione delle colture che man mano si manifestavano.
          La realizzazione in tappe successive e le particolari condizioni ambientali spiegano la sostanziale difformità di Cazzola rispetto a quasi tutte le altre strutture del periodo feudale, caratterizzate dalla presenza di latifondi con una superficie ordinariamente non inferiore ai 200 ettari e raramente superiore ai 1000. Il latifondo, oltre che nella notevole superficie e nell’unitarietà della gestione, aveva la sua nota distintiva nella presenza di una masseria basata sul concetto geometrico di superficie unita.
          La masseria – indicata anche come fattoria, baglio o casamento – sorgeva al centro del feudo; attorno c’era un’ampia zona – chiamata girato – coltivata a ortaggi, vigneti, mandorleti e frutteti. Più masserie appartenenti al medesimo proprietario facevano riferimento ad una masseria maggiore o centrale chiamata mappa; più latifondi uniti formavano uno stato.
          La fattoria era costituita da un vasto quadrato di edifici: al centro un cortile attorno ad un pozzo; nel lato più importante, quello d’ingresso, sorgeva l’abitazione del proprietario; negli altri lati erano dislocati i magazzini per le derrate e gli utensili, le stalle, le cucine e gli alloggi destinati a quanti lavoravano stabilmente nel feudo. Le porte e le finestre, per motivi di sicurezza e per esigenze pratiche, guardavano in massima parte all’interno; nei feudi più importanti veniva costruita anche una chiesetta; nelle vicinanze della masseria erano dislocate capanne di paglia e altre strutture precarie ove trovavano rifugio i contadini annalori ed avventizi.
          Cazzola, invece, non ha una struttura unitaria e i vari servizi sono dislocati in diversi edifici. Rappresenta un considerevole esempio dell’architettura agreste, composta da un grande complesso edilizio ed economico-organizzativo suddiviso tra numerosi corpi di fabbrica: al primo piano della palazzina principale la residenza dei proprietari; in altri edifici le abitazioni dei contadini e degli altri collaboratori, i magazzini per gli attrezzi e i macchinari per la lavorazione dei prodotti agricoli, un laboratorio-officina per le riparazioni, depositi per i vari raccolti e i foraggi, stalle, ampie cantine, frantoio, palmento, alveare e, un po’ distante, la mannara (mandra) e cioè il luogo ove vengono ricoverati gli animali; una scala sotterranea conduce ad una vasca sottostante. I prospetti di alcuni magazzini sono caratterizzati dalla presenza di archi a tutto sesto e, all’interno, da capriate in legno.
          Sul frontone in pietra della palazzina più importane campeggiava fino a qualche anno fa lo stemma con i cinque limoni della famiglia La Lumia.
          Di particolare pregio la chiesa barocca – in un’unica navata – arricchita da cornici in gesso, lapidi e loculi. Alfonso e Giovanni Tropia parlano dell’Oratorio pubblico del cav. Gioacchino La Lomia (nel feudo di Cazzola) nella voce “Canicattì” del “Dizionario illustrato dei Comuni siciliani del 1908”.
          Il vescovo di Girgenti, Domenico Turano – nella relazione “ad limina” del 1878 – dopo aver parlato delle chiese rurali presenti nel territorio di Canicattì (Gulfi, Madonna dell’Aiuto, Rinazzi), inseriva la cappella di Cazzola nell’elenco dei tre oratori pubblici (Andolina, Giacchetto e, appunto, Cazzola) e della trentina di oratori privati in case di sacerdoti o palazzi nobiliari. Uno di questi oratori privati si trovava nel Palazzo di via Mariano Stabile appartenente agli stessi proprietari della masseria di Cazzola.
          La masseria – edificata su una serra che consente una splendida vista su un vasto e lussureggiante territorio – ospitò per secoli – nei sontuosi saloni del piano nobile – ricevimenti e feste cui partecipavano i nobili del paese ed era anche utilizzata come base per memorabili battute di caccia.
          Da queste attività mondane erano ovviamente esclusi i contadini e gli operai che si dedicavano con fatica alla coltivazione di un territorio assai vasto e particolarmente vocato per le condizioni climatiche e per la natura del terreno.
          L’estensione dell’azienda, pur avendo subito delle alienazioni nel corso dei secoli, nel 1992 – l’anno che possiamo considerare conclusivo per la maggior parte dei settori di produzione – era ancora di ben 163 ettari, 36 are e 70 centiare.
          Importante la coltivazione di uva, mandorle, olive, pistacchi e altri frutti, ma era fondamentale la produzione del frumento e degli altri cereali. Ogni pianta esigeva specifiche fasi di coltivazione: impianto, semina, lavorazione del terreno, trattamenti, potature, raccolta, mietitura, conservazione.
          Le varietà di frumento più utilizzate appartenevano alla categoria dei grani duri; le più diffuse erano le migliori varietà del sammartinaro e del gigante e, in misura minore, del realforte, della giustolisa, della parmentella, della trentina e della biancuccia che veniva coltivata prevalentemente nelle zone più elevate. A questi grani forti si facevano seguire, dopo un anno, i grani marzuoli che erano seminati in primavera, concedendo maggior riposo al terreno. Questi grani, anch’essi duri, erano chiamati tumilieo tumminie.
          A fine Ottocento venivano già utilizzati dei macchinari per la selezione e separazione dei semi di grano. In seguito furono introdotti altri macchinari agricoli, assai sofisticati per quell’epoca, che venivano importati direttamente da vari stati europei. Era forte la volontà di utilizzare strumenti e metodi produttivi nuovi e più efficaci di quelli utilizzati per secoli.
          Il grano da utilizzare come seme doveva essere grosso, pesante, dotato di alto potere germinativo ed esente di corpi estranei. La selezione avveniva in maniera meccanica nello svecciatoio, che separava i chicchi grossi, da utilizzare come semente, da quelli di scarto, destinati a trasformarsi in pane e pasta. Il seme veniva poi sottoposto ad un processo di disinfezione per prevenire malattie prodotte da due funghi pericolosi: la carie e il carbone.
          La fattoria di Cazzola ha rappresentato uno straordinario volano per l’agricoltura e, in generale, l’economia canicattinese, impiegando un altissimo numero di lavoratori – fino a trecento – e soddisfacendo le necessità delle loro famiglie, il più delle volte bisognose.
          L’azienda – come risulta dai libri contabili tenuti dall’ultimo amministratore Gioacchino La Vecchia – operava in condizioni di autonomia e autosufficienza per la presenza costante – nei numerosi magazzini – di derrate alimentari, ceci, carrube, sementi varie, trifoglio alessandrino, mazzolina, trigonella, veccia, orzo, sommacco, vitex, mangimi vari, zolfo, polvere caffaro, fertilizzanti, anticrittogamici, fili di ferro, lana, paglia, balle di fieno, rafia, pali, formaggi, olio, mandorle, ecc.).
          Nelle cantine erano allocate grandiose botti che contenevano vino differenziato per qualità e annata di produzione. Nel dicembre 1965 – ad esempio – era conservato vino rosso per litri 66.576 e bianco per litri 21.580.
          Importante l’allevamento di animali, anche ai fini della produzione di latticini. Nel novembre del 1968 erano presenti in azienda una decina tra stalloni e cavalle, un centinaio di bovini (tori, mucche, vitelli e vitelloni) circa 500 ovini (montoni, pecore, agnelli) e numerosi caprini. Costante il servizio veterinario. Amministratore dell’azienda – prima di Gioacchino La Vecchia – era stato – negli anni Quaranta – Salvatore Seminatore.
          L’attività dell’azienda ebbe termine nei primi anni Novanta del secolo scorso, culminando nell’abbandono delle attività, da alcuni anni già ridotte al minimo. Negli ultimi decenni non era stata attuata l’indispensabile modernizzazione, che avrebbe consentito di competere con i nuovi modelli di gestione aziendale, imposti dal mercato e da regimi innovativi sia tecnologici che organizzativi, ricorrendo anche all’attingimento di finanziamenti pubblici, spesso in quel periodo a fondo perduto.
          Gli immobili, in assenza di manutenzione e custodia, sono in parte crollati e oggi, spogliati di ogni contenuto, appaiono nella triste dimensione di scheletri vuoti. GAETANO AUGELLO