Mentre la Regione Siciliana mette in campo risorse e strumenti importanti per restituire alla collettività i beni sottratti alla criminalità organizzata, a Canicattì ci si interroga sulle reali azioni messe in campo dall’Amministrazione comunale.
A riaccendere i riflettori sulla questione sono i consiglieri comunali dimissionari Gianluca Cilia, Fabio Falcone, Angelo Cuva, Giangaspare Di Fazio e Lillo Muratore che, in una nota congiunta, denunciano l’urgenza di passare dalle parole ai fatti.
Il quadro normativo regionale offre diverse opportunità concrete. La Legge regionale ha introdotto misure di sostegno dedicate ai Consorzi di Comuni impegnati nella gestione e valorizzazione dei beni confiscati. In aggiunta, sono stati stanziati ben 5 milioni di euro per interventi di riqualificazione, con contributi che possono arrivare fino a 300mila euro per ciascun ente locale.
Di fronte a questo scenario, l’interrogativo dei consiglieri è inevitabile e diretto: Canicattì cosa sta facendo?
Per i cinque, la questione assume un peso specifico rilevante considerando che la delega ai beni confiscati è detenuta direttamente dal sindaco Vincenzo Corbo.
Dal sito istituzionale del Comune risulta attiva una struttura dedicata a patrimonio, beni confiscati, fondi e progettazione, ma per i consiglieri firmatari della nota la sola esistenza di un ufficio non basta: «Un ufficio non è un risultato. Un progetto finanziato sì. Un bene riqualificato sì. Un servizio restituito alla città sì».
Alla luce di ciò, viene richiesto all’esecutivo comunale di fare chiarezza pubblica su punti cruciali: il numero esatto dei beni confiscati presenti sul territorio e quelli attualmente nella disponibilità del Comune; lo stato di conservazione e la destinazione d’uso di ciascun immobile: quali strutture siano concretamente utilizzabili, i progetti predisposti e l’eventuale partecipazione ai bandi e alle misure regionali e l’ammontare dei finanziamenti richiesti, ottenuti o in corso d’istruttoria, oltre alle iniziative avviate tramite i Consorzi.
La presa di posizione dei consiglieri assume un significato simbolico forte poiché cade nella Settimana della Legalità, in cui la comunità ricorda il Beato Rosario Angelo Livatino e Antonino Saetta, giudici canicattinesi che hanno sacrificato la vita per lo Stato.
Proprio per onorare la loro memoria, i promotori dell’appello rammentano che il ricordo deve tradursi in azione amministrativa e politica quotidiana.
“Un bene sottratto alla criminalità non può ridursi a una voce anonima nell’inventario comunale o rimanere chiuso e inutilizzato: deve diventare uno spazio di aggregazione, cultura, inclusione e servizi per i cittadini”.
Il timore, espresso senza troppi giri di parole, è che Canicattì arrivi ancora una volta in ritardo nonostante la disponibilità di risorse e opportunità.
«Questa volta non servono annunci», concludono Cilia, Falcone, Cuva, Di Fazio, Muratore. «Servono progetti. Servono finanziamenti. Servono risultati. Perché la legalità non è soltanto memoria: è responsabilità». E la città, adesso, attende risposte.


















