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Sicilia, arrestati ad Agrigento i trafficanti di esseri umani: migranti stuprati e torturati

Scritto da il 2 luglio 2014, alle 06:00 | archiviato in Agrigento, Cronaca, cronaca sicilia, Lampedusa, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

La polizia di Stato nell’ambito dell’operazione “Glauco” sulla strage di Lampedusa del 3 ottobre del 2013, quando morirono 366 migranti, ha fermato cinque persone in varie città d’Italia mentre altre quattro sarebbero ricercate. Le indagini hanno fatto scoprire agli investigatori “continue violenze fisiche e reiterate torture che hanno subito numerosi migranti, nonché i ripetuti stupri, anche di gruppo, cui sono state sottoposte diverse donne”.Bare_migranti_bianche--400x300

Due indagati sono in Africa, uno in Svezia e il quarto a Roma. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi ci sono un cittadino etiope e uno sudanese, ritenuti, da tempo, tra i più pericolosi e importanti trafficanti di migranti. In particolare è emerso che quest’ultimo aveva il ruolo di raccogliere a Khartoum (Sudan) una consistente parte di migranti che venivano trasferiti, spesso con modalità vessatorie, a Tripoli (Libia), dove l’altro, dopo averli tenuti segregati in diverse abitazioni, di cui ha la disponibilità, li faceva imbarcare su natanti fatiscenti diretti verso le coste siciliane.

“Inshallah! Così ha voluto Allah”, dicono i trafficanti intercettati. Nessuna parola di pietà per le vittime dopo il naufragio davanti all’Isola dei conigli. Oltre tremila le intercettazioni compiute: ne esce il quadro agghiacciante di un’attività svolta senza scrupoli da gente che considera il traffico di uomini alla stregua di un lavoro redditizio e sicuro. Tanto che uno di loro, Shamshedin Abkadt, dice di non volere lasciare la Sicilia perché “per me l’America è qui”.

Una donna gli chiede al telefono dove vive attualmente e lui risponde che sta all’Anagnina a Roma. La telefonata è intercettata. La donna chiede se abita ancora in quella casa schifosa e lui risponde che morirebbe se non vivesse lì e specifica che grazie alla casa situata in quella zona, lui riesce a lavorare perché passano tutti da lì. Aggiunge che non gli interessa andare in America: “L’America è dove si fanno i soldi e la mia America è qui”.

Le investigazioni hanno consentito – dice la polizia di Stato – di individuare “una cellula della medesima associazione criminale, composta da cittadini eritrei operanti in Italia, in particolare nelle province di Agrigento e Roma, che favoriva la permanenza illegale di migranti clandestini sul territorio nazionale e ne agevolava il successivo espatrio, sempre illegalmente, verso altri Paesi dell’Unione europea, in particolare Norvegia e Germania, o del continente americano, tra tutti il Canada”.

“Tutte le persone offese – scrivono i pm – descrivevano dettagliatamente le continue violenze fisiche e le reiterate torture che avevano subito – dall’utilizzo di manganelli per colpire le piante dei piedi alle scariche elettriche, al soffocamento – riferendo altresì degli stupri ripetuti cui erano state sottoposte le venti donne che viaggiano con loro, non solo da parte di Muhidin e degli altri componenti del gruppo criminale, ma anche da parte di altri soggetti, in genere libici, ai quali le donne erano state ‘offerte in dono’ in occasione delle loro visite presso il luogo del sequestro”.

I pm di Palermo hanno anche scoperto che un gruppo di eritrei scampati al naufragio del 13 ottobre tentò di linciare il somalo Elmi Mouhamud Muhidin, 25 anni, nel centro di accoglienza di Lampedusa perché era stato riconosciuto come uno dei loro sequestratori nel luglio precedente in una zona desertica tra Sudan, Caid e Libia.

I testimoni hanno raccontato di aver fatto parte di un gruppo di 130 migranti di nazionalità eritrea, intercettato nel deserto dal gruppo armato capeggiato dal Muhidin (che ha bloccato il convoglio utilizzando anche un pick-up con una mitragliatrice installata sul tetto), che è stato sequestrato e condotto con la forza e sotto la minaccia delle armi nel paese di Sheeba, in Libia. Lì i migranti sono stati rinchiusi in una grande abitazione in attesa che i loro familiari pagassero il riscatto richiesto (3.300 dollari americani a testa), per poi proseguire il viaggio verso Tripoli e, da lì, essere imbarcati clandestinamente per l’Italia.

“Risulta accertato anche che un gruppo di centinaia di migranti eritrei, alcuni dei quali sono poi sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre 2013, erano stati rapiti, torturati – le donne stuprate e alcune uccise –  e tenuti in stato di prigionia fino a quando i loro parenti non avrebbero pagato il riscatto per la loro liberazione e da lì trasferiti in Libia e consegnati al gruppo capeggiato da Ermias Ghermay per effettuare la traversata fino in Sicilia in cui molti di loro perdevano la vita. I migranti pagavano 4.900 dollari per la traversata dalla Libia alla Sicilia, venivano tenuti prima due settimane a Sheeba e poi per un mese in una fattoria nelle campagne di Tripoli e nutriti due volte al giorno con pane e acqua”.

I provvedimenti sono stati emessi dalla Dda di Palermo nei confronti di soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere, nonché di favoreggiamento dell’immigrazione e della permanenza clandestina, aggravati dal carattere transnazionale del sodalizio malavitoso.

I cinque arrestati nell’operazione Glauco sono: Tesfahiweit Woldu nato in Eritrea, 24 anni, residente ad Agrigento, Samuel Weldemicael, nato a Segheneyti (Eritrea) 26 anni, residente ad Agrigento, Mohammed, Salih nato in Eritrea 24 anni, residente ad Agrigento, Matywos Melles, nato a Asmara (Eritrea), 47 anni, residente ad Agrigento, Nuredin Atta Wehabrebi, nato ad Asmara (Eritrea) 30 anni, residente ad Agrigento.

Sono ancora ricercati Yared Afwerke, nato in Eritrea 24 anni, residente ad Agrigento,  Shamshedin Abkadt, nato a Wukro (Eritrea) 29 anni, residente a Milano, Ermies Ghermaye alias Ermiasnato Ghermay nato in Etiopia e domiciliato a Tripoli (Libia), John Maharay nato in Sudan domiciliato a Khartoum (Sudan).



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