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L’inchiesta sulla strage Borsellino è stata il più grande depistaggio della storia d’Italia

Scritto da il 2 luglio 2018, alle 06:22 | archiviato in Costume e società, Cronaca, cronaca sicilia, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

A distanza di un anno e due mesi dalla pronuncia del dispositivo, è stata depositata nel tardo pomeriggio di ieri la motivazione della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta del cosiddetto processo Borsellino quater, che ha visto condannati all’ergastolo per la strage di via D’Amelio i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a dieci anni per calunnia i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

Le motivazioni, lunghe 1.865 pagine, ricostruiscono anche il clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta.

“Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” mettono per la prima volta nero su bianco i giudici di Caltanissetta. Nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, depositate ieri sera, la corte d’assise dedica un lungo capitolo al falso pentito Scarantino.

Scarantino, imputato di calunnia insieme a due altri falsi pentiti, è uscito dal processo per la prescrizione del reato a lui contestato. Gli altri due collaboratori di giustizia, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, sono stati condannati a 10 anni. Il depistaggio delle indagini è costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione.

La prescrizione per Scarantino è scattata perché i giudici gli hanno concesso l’attenuante riconosciuta a chi commette il reato indotto da altri. I giudici, nelle motivazioni della sentenza, parlano di“suggeritori” esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. “Soggetti, – scrivono – i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte”.

“Un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri” scrivono ancora i giudici di Caltanissetta che hanno celebrato il processo Borsellino. Le pressioni degli inquirenti, secondo i giudici della Corte d’assise – fecero venir meno le “residue capacità di reazione” di Scarantino che accusò della strage, insieme ad altri due falsi pentiti, sette innocenti.

Nelle motivazioni del verdetto la corte di Caltanissetta usa parole durissime verso gli investigatori dell’epoca: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato.

La Corte d’assise del processo Borsellino quater accusa gli investigatori di aver compiuto “una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte”.

“Le anomalie nell’attività di indagine – aggiungono – continuarono anche nel corso della collaborazione dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla ritrattazione della ritrattazione, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero”.

“Questo insieme di fattori – proseguono i magistrati riferendosi alla valutazione che delle parole di Scarantino fece l’autorità giudiziaria – avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il metodo Falcone”.

“C’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende” scrivono ancora i giudici di Caltanissetta. Il personaggio a cui la Corte d’assise fa riferimento è sempre Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò le indagini sull’attentato.

La Barbera, secondo la corte, ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Per la corte l’agenda del magistrato, da lui custodita in una borsa e scomparsa dal luogo dell’attentato, “conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci”.

L’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage di via D’Amelio avvennenel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato potrebbe essere uno dei moventi del depistaggio delle indagini “L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può, poi, prescindere – scrivono infine i giudici – dalla considerazione sia delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, che ha riferito che prima di passare all’attuazione della strategia stragista erano stati effettuati ‘sondaggi’ con ‘persone importanti’ appartenenti al mondo economico e politico”.

“Ilpentito Giuffrè ha precisato – proseguono – che questi ‘sondaggi’ si fondavano sulla ‘pericolosità’ di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a ‘fare affari’ con essa”.

 



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