

Tra gli arcadi “maggiori” della Secolare Accademia del Parnaso di Canicattì è da ricordare una figura singolare: Pietro Greco (1886-1970) detto “il vate” per antonomasia. Girava sempre con un mozzicone di matita in mano e della carta-pasta ove scriveva, ovunque si trovasse, le sue poesie.
Di lui si ricordano dei simpatici episodi.
Invitato dalla “famiglia siciliana” di Milano a scrivere per la compilazione di una strenna di poeti di Sicilia e invitato a fornire delle notizie autobiografiche, così telegrafò:
Tu sì strenna canusciuta,
ca, pi aviri lunga vita,
va circannu cu t’aiuta
cu la pinna e la matita.
Sono Pietro Greco
che fornisce poesie al Parnaso
e paglia e fieno ai Reali Carabinieri.
Inquisito per offesa ai carabinieri, Greco dimostrò di avere un contratto con l’Arma per l’approvvigionamento dei cavalli della squadra dei carabinieri a cavallo.
Pietro Greco sentiva la “missione del vate” e così scriveva:
Canicattì sarà la Mecca,
perché l’eco del Greco,
per essere polla,
trascina seco
l’intera folla.
Con queste parole si rivolgeva ad un avvocato, rivendicando con orgoglio il suo ruolo di poeta:
In te c’è la scienza,
ma in me c’è coscienza.
In te c’è la cultura,
ma in me c’è la natura.
In te c’è il rancore,
ma in me c’è l’amore.
Tu sei l’avvocato,
io sono il poeta.
Il “vate” riusciva a sintetizzare con rara efficacia la sua visione – che possiamo definire “pirandelliana” – del mondo:
Ogni cervello
ha il suo modello.
In pochi versi racchiudeva una sintesi assai efficace di satira politica:
Sono fascisti
tutti coloro
che rendono tristi
i membri del foro.
Altrove era più esplicito:
Curnuti li re
e cu li guida.
E tuonava contro i “poteri forti” del tempo:
Tra stola e pistola
Pietro Greco piglia la parola:
“La stiddra lu sapi
ca l’uomini pupi,
pi essiri capi,
hannu ‘a dari sdirrupi”.
Più articolate altre liriche apparentemente ermetiche.
In lite con un altro poeta canicattinese, Pio Bennici, che voleva correggere la “Divina Commedia”, così scrisse:
La grande meraviglia
Bennici me la fa,
che di dove piglia piglia
l’avvenire non lo sa.
Ma io son forte e duro
e forte posso dire
che diverrò più duro
di papa, duce e sire.
Di sire, duce e papa,
che la natura pupa
li fece mastro Lapa.
Mentre il Numen si sciupa
per diventar con capa
destriero della lupa.
In occasione di una discussione tra giovani sul tema della creazione, la Trinità e San Tommaso, Pietro Greco offriva una sintesi ineffabile del suo pensiero:
L’universo si racchiude
nel parlare e stare muto
ed è pazzo chi s’illude
di non essere cornuto.
Tuonava contro coloro che deridevano le sue liriche, non comprendendole:
“Ego sum” disse Iddio
quando scese sulla terra;
e lo stesso dico anch’io
ai figli di porca verra.
Perché uomini non vedo.
Vedo un pugno di pagliacci
che burlar vorrian l’Aedo
per avere stracci in bracci.
Al confronto il “Papé Satàn, papé Satàn aleppe!” dantesco è un verso lapalissiano.
Ritenendosi ingiustamente bersagliato dall’Ufficio delle imposte, il “vate” – già commerciante di frumento – dichiarava in rima:
Non è lo Stato che mi bersaglia!
Ma l’impiegato che fa la canaglia.
Versi in contrasto con quanto lo stesso Greco scriveva su altra carta-pasta:
Il maggiore disonesto
e’ lo Stato che divora
con un solo manifesto
l’individuo che lavora.
Non tutti riconoscevano il valore del “vate” e, tra essi, un altro poeta canicattinese, un certo “Ninu”, una specie di barbone che trascorreva le notti all’interno di un rifugio antiaereo, sotto la scalinata della chiesa di San Francesco:
Greco dei Grechi,
poeta non sei stato acclamato.
La gente ti chiama per ridere
e tu fare il burattino.
Il 5 agosto 1956 in piazza IV Novembre fu inaugurato un monumento bronzeo del missionario cappuccino padre Gioacchino La Lomia, opera dello scultore palermitano Giovanni Rosone. “Petrappaulu” che, all’interno della Fontana del Nettuno e della Fama Alata, da secoli aveva dominato solitario quella piazza – il cuore della città – non avrebbe gradito, a giudizio di Pietro Greco, il nuovo “intruso”:
Sei tu ladro, o mio vicino,
che con la tua falsa razza
mi hai rubato tutta la piazza.
Nessuna irriverenza ove si pensi che il “vate” confidava al Bambinello della Matrice o al Bambino “rosso” di Capodanno della chiesa di San Domenico le amare visioni di ogni giorno:
Di chiddru ca viju cu l’uocchiu
a lu Bammineddru mi ci ‘nginuocchiu.
Vero poeta dunque Pietro Greco nella sua genuinità e spontaneità. E’ in lui evidente altresì la padronanza del verso e talora una raffinatezza nell’uso dei vocaboli:
L’ho sostenuto
e lo sostengo
che al lanuto
darò il maggengo.
In lui soprattutto la rivendicazione di un impegno di vita:
Scienza e coscienza
danno gioia e vita
a chi con pazienza
sopporta la salita.
E l’orgoglio di un “osservatore” sofferente e partecipe al “male del vivere”:
Sul bianco foglio
la mia matita
registra l’imbroglio di questa vita.
GAETANO AUGELLO












