Mentre Bryant si gode il titolo di Mvp della finali, si sprecano le lodi per il cast di supporto. Da Gasol (“Odiavo perdere a Memphis”) a Odom, da Ariza a Fisher (“Merito del lavoro giorno dopo giorno”
ORLANDO (Florida), 15 giugno 2009 – Kobe Bryant si coccola il trofeo di Mvp delle finali, il primo in carriera. Negli altri tre titoli, se l’era portato a casa Shaquille O’Neal. Un altro sassolino che si è tolto dalla scarpa. Il volto dei Lakers campioni è ovviamente lui, assieme a Phil Jackson, il tecnico dei 10 anelli, irraggiungibile in vetta all’Olimpo degli allenatori più titolati di sempre. Ma se i californiani si apprestano a celebrare il trionfo sfilando per le strade di Los Angeles, lo devono anche a quello che molti amano definire “gruppo di supporto”. In realtà è riduttivo affiancargli la parola “supporto”, anche se giocare accanto al numero uno al mondo non può che renderti gregario, pur nobilissimo.
A tutto gasol — Senza Lamar Odom, Pau Gasol, Trevor Ariza e Derek Fisher, i Lakers non sarebbero campioni. I primi due si sono presentati insieme in conferenza stampa dopo la vittoria in gara-5 a Orlando. Stesso sorriso, stessi occhi che brillavano. “Da bambino sognavo che un giorno sarei stato campione Nba – diceva Odom – Bene, quel giorno è arrivato e il sogno si è realizzato”. Gasol andava oltre: “Gli anni passati a Memphis sono stati durissimi, come giocatore e come uomo. Sono uno che non prende molto bene le sconfitte, e visto che perdevamo spesso, non riuscivo a staccare una volta finita la partita e tornato a casa. Mi stavano cambiando anche come persona. Il giorno che sono stato ceduto ai Lakers è stato bellissimo. E penso che anche loro siano stati contenti di avermi…”. Lo spagnolo si alzava per andare a posare per le classiche foto con il Larry O’Brien Trophy, che va alla squadra campione. Nel corridoio abbracciava il padre Agusti e il fratellino minore, Adria, che gli passavano una telefonata di congratulazioni dalla Spagna. Timido, riservato, il catalano non si lasciava mai andare a gesti di esultanza scomposti. Come in campo. Dove ha dominato l’area, limitato Superman Howard, molto più pesante e potente di lui, con l’eleganza di un ballerino. Ed è stata infatti proprio la rapidità di piedi di Pau a mettere in difficoltà il centro dei Magic. Anche Derek Fisher pare un milord inglese. Forse il fatto di aver vinto il titolo in trasferta, lontano dai loro tifosi, fa sembrare la festa dei gialloviola meno gioiosa di quanto sia in realtà. Con accanto la moglie Candace, il playmaker abbraccia i compagni, e poi racconta: “Quella che vedete è quasi sorpresa sui nostri volti. Festeggiamo non qualcosa che eravamo certi di ottenere, ma che ci siamo conquistati lavorando giorno dopo giorno, non dando mai per scontato che avremmo vinto”. I suoi canestri in gara-4 hanno deciso la serie. “L’esperienza accumulata in finale l’anno scorso ci è servita tantissimo – prosegue Fish – Con Ariza e Gasol arrivati a stagione in corso, non ci conoscevamo così a fondo. Stavolta eravamo insieme sin dal primo giorno di training camp e la differenza nei momenti cruciali si è vista”. Il bus che riporta i Lakers in hotel, dove la festa sarebbe proseguita sino all’alba, è pronto per partire. L’ex udinese Sasha Vujacic è l’ultimo a salire, ancora in tenuta da gioco. Un abbraccio ad Alessandro Del Piero e alla moglie Sonia, suoi ospiti a gara-5, e poi via, verso la gloria. Anche lui è campione Nba.
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