Dal brano del Vangelo di questa Domenica deriva un detto: “nessuno è profeta in patria”. Gesù, ormai conosciuto per la sua predicazione e per la sua santità, si reca nella sinagoga di Nazareth, la città dove era cresciuto; lesse un brano della scrittura tratto da Isaia che profetizzava la venuta del Messia; alla fine della lettura, ritornato a sedersi, Gesù disse: “oggi questa scrittura si è adempiuta”. I suoi concittadini rimasero sdegnati da quello che considerarono una presunzione e lo cacciarono dalla sinagoga, persino lo avrebbero ucciso, lanciandolo da un burrone.
Si possono trarre, tra gli altri, tre insegnamenti. Il primo. Gesù è portatore di libertà, mette al centro gli ultimi, i bisognosi, operando con giustizia. È così che si presenta alla sua comunità, affermando di essere il Messia, colui che porta la grazia. Lo stesso Gesù, però, fa esperienza del rifiuto ed è in pericolo, ma egli ha il coraggio della fede e della propria missione, che è genuina.
Il secondo messaggio di questo brano indica Gesù come vittima dei pregiudizi e di una mentalità conformista, che non riconosceva le qualità del figlio di Giuseppe, un semplice artigiano. Il discorso si potrebbe allargare considerando gli atteggiamenti e le consuetudini che alla fine rendono l’uomo privo di speranza, ed in generale immobilizzano la società nelle proprie comode abitudini, nei privilegi, nell’orgoglio. Non si è capaci di riconoscere il vero bene, di cercare l’essenziale, di aprirsi all’altro, riconoscendolo non per quello che fa ma per ciò che è. E da qui deriva la disponibilità all’accoglienza, al soccorso fraterno, ad operare con giustizia ed equità.
Il terzo messaggio è il dono della profezia (non certo in termini di vaticinio). Il profeta è al servizio di una comunità, perché letteralmente è colui che porta qualcosa a favore di altri. Nel senso religioso il profeta ha la pienezza di Dio, della sua parola. In genere, i profeti erano uomini privi di particolari qualità, anzi talvolta apparentemente sembravano inadatti, ma Dio coglieva la purezza del cuore e la docilità dello spirito ad accogliere con libertà il messaggio. E pertanto, il profeta è colui che si spende per il bene comune: anche la semplicità del proprio impegno quotidiano, legato ad un progetto di vita grande, appassionato e bello, può distinguere da una mentalità imperante che porta all’effimero, all’epidermico, al mieloso sentimentalismo, ad atteggiamenti rapaci.
Il messaggio evangelico rimane attuale in un tempo di ingiustizia e di sofferenza personale e sociale: basti pensare alla crisi del lavoro, che non solo priva molti di determinare la propria vita ed il proprio futuro, ma causa effetti mortali nei più deboli. Siamo chiamati tutti alla responsabilità, specialmente coloro che ne hanno massima nella cosa pubblica, perché si spendano come profeti per il futuro.
Ha collaborato Massimo Muratore


















