Passa agli uffici giudiziari di Caltanissetta una “trance” dell’inchiesta antidroga “Ballarò” eseguita la scorsa settimana dai carabinieri di Licata. Il Gip di Agrigento Alberto Davico, firmatario delle ordinanze di custodia cautelare, s’è dichiarato incompetente per territorio in relazione alle posizioni dei sommatinesi Arcangelo Marotta e Filippo Giorgio entrambi di 32 anni e del ventinovenne Vito Domenico Savio Messana, perché le cessioni droga contestate loro sarebbero avvenute nel paese del nisseno in cui abitano. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Marotta s’è tirato fuori dall’accusa di avere accompagnato il presunto pusher licatese Michele Vedda a casa di Savio Messana per trattare l’acquisto di cocaina. Messana ha spiegato di conoscere Vedda perché una sua zia abita a Sommatino ed è sua cugina acquisita. S’è difeso pure Filippo Giorgio legato a Vedda dalla stessa parentela. Marotta e Giorgio sono stati così scarcerati, in quanto secondo il giudice «il quadro probatorio non consente di accertare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza». Si affievolisce anche la posizione di Vito Domenico Savio Messana: per lui, Marotta e Giorgio è caduto un episodio di spaccio risalente all’estate del 2007. Sempre a Marotta e a Giorgio è caduta un’ipotesi di spaccio del 9 marzo 2008, che ha retto invece solo per Messana. Quest’ultimo, resta recluso nel carcere Malaspina di Caltanissetta. La maxi operazione “Ballarò”, dal nome del quartiere palermitano in cui i licatesi andavano a rifornirsi di droga, ha portato in carcere oltre 50 indagati che chiamavano il capoluogo siciliano “Mamma hashish”, perché fonte del “fumo” e Catania, altra citta’ di approvvigionamento, “Mamma cocaina”, perché lì si importava la droga pesante. L’inchiesta, alla quale le intercettazioni, per unanime pare degli inquirenti, diedero linfa vitale, non fece luce solo sulle attività illecite legate allo spaccio di stupefacenti. Tra gli episodi criminali finiti nel fascicolo della procura anche la scoperta di una rete idrica parallela. Una condotta di ben 15 chilometri avrebbe rubato acqua al depuratore, per poi rivenderla, tra minacce e ricatti. Anche le microspie installate nel carcere ‘’ Petrusa ‘’ di Agrigento, avrebbero alimentato il contenuto dell’accusa.












