“Questa figlia è stata un ‘dono di Dio’, per questo ho voluto chiamarla Gifty. Quando ero sul barcone e mi si sono rotte le acque ho cominciato a pregare: pensavo di non farcela, e invece adesso la mia bambina è viva”.

Seduta sul letto del reparto di Ostetricia dell’ospedale Cervello di Palermo parla in un inglese stentato e sorride Viviane Akhamien, 23 anni, la giovane nigeriana che ieri ha partorito nella Guardia Medica di Lampedusa.


Una donna in fuga dalla guerra civile in Libia su una vecchia “carretta” insieme ad altri 759 profughi approdati ieri sull’isola, prima di essere subito trasferiti in nave verso altri centri italiani. Quella di Gifty è la seconda nascita in meno di un mese a Lampedusa, dove da anni non si registravano nuovi iscritti all’anagrafe perchè le donne sono costrette a partorire lontano da casa per mancanza di strutture.

Questa mattina il responsabile del Poliambulatorio Pietro Bartolo, il ginecologo che ha assistito la donna in un travaglio particolarmente difficile e rischioso, ha aggiunto il nome della neonata a quello dell’altro bimbo partorito il 26 marzo scorso su un barcone da una donna eritrea che l’ha voluto chiamare Yeabsera, ‘dono di Dio’, proprio come Gifty.

Due ‘figli dell’isola’ accolti con entusiasmo dagli abitanti di Lampedusa, che hanno subito portato in regalo vestitini e biberon. Viviane ricorda con commozione quei momenti e ringrazia tutti quelli che si sono prodigati per salvare lei e la figlioletta: “Dalle donne che mi hanno sorretto durante la traversata mentre avevo le doglie al medico che mi ha fatto partorire quando ormai sembrava che non ci fosse più nulla da fare”.

Come conferma il dottor Bartolo, che è anche commissario per l’emergenza sanitaria sull’isola: “La bimba – spiega il ginecologo – era in sofferenza: aveva difficoltà respiratorie e problemi cardiaci, anche a causa del cordone ombelicale attorno al collo”.

La tensione di quei momenti si scioglie sul viso finalmente disteso di Viviane che continua a chiedere notizie ai medici sulle condizioni della figlia, tenuta in osservazione nel reparto di neonatologia: “Sta bene ed è una bella bimba, vispa e piena di salute”, la rassicurano. Poi il pensiero della ragazza corre al marito Mohamed, 24 anni, un imbianchino disoccupato rimasto in Libia.

Erano partiti insieme due anni fa dalla Nigeria, inseguendo il sogno di un futuro migliore. Una storia simile a quella di altre migliaia di disperati: l’arrivo a Tripoli, la guerra civile, la ricerca disperata di una via di fuga verso l’Europa. Il ‘biglietto’ per Lampedusa, racconta Viviane, è costato 700 dinari.

“Io e Mohamed dovevamo imbarcarci insieme, ma su quella carretta non c’era più posto.
Lui mi ha detto di partire egualmente, promettendo che mi avrebbe raggiunto. Io e Gifty lo aspettiamo…”.

Intanto dopo il maxi sbarco di ieri, con l’arrivo di 760 profughi, Lampedusa è tornata nuovamente a svuotarsi. Gli immigrati giunti nel pomeriggio, infatti, sono stati subito trasferiti con la nave “Flaminia”, che era già in rada, insieme ad altri 230 extracomunitari ospiti del Centro di prima accoglienza.

I quasi mille profughi, tutti partiti dalla Libia, sono stati imbarcati intorno alla mezzanotte sul traghetto della Tirrenia diretto a Crotone e Bari, dove gli immigrati saranno smistati nelle strutture allestite per i richiedenti asilo. A Lampedusa restano ancora alcune decine di tunisini, 50 dei quali sbarcati nella notte di lunedì, che saranno rimpatriati in base all’accordo bilaterale stipulato da governo italiano e da quello di Tunisi.

fonte lasicilia.it