Si era nascosto per sfuggire all’arresto, ma è durata poco la latitanza del killer del triplice omicidio della famiglia licatese massacrata nella campagne di Butera. Si tratta di Giuseppe Centorbi 40 anni, bracciante agricolo di Licata, celibe e pregiudicato. Per la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gela sarebbe Centorbi l’autore della carneficina della famiglia licatese, avvenuto martedì mattina in contrada Desusino, in territorio di Butera. Sotto i colpi dell’uomo sono morti Filippo Militano, 52 anni, la moglie, Giuseppa Carlino, 45, e il figlio di 13 anni, Salvatore. I particolari della cattura sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa, che si è tenuta presso la caserma del Reparto territoriale dei carabinieri, alla presenza del procuratore della Repubblica, Lucia Lotti, titolare dell’inchiesta, e dai vertici provinciali dell’Arma, che hanno coordinato le indagini. Una personalità controversa quella di Centorbi. I dissidi con la famiglia Militano, sono stati elaborati nella sua mente in termini di contrasti insormontabili. “Un pazzo lucido” lo hanno definito gli inquirenti che hanno ricostruito la dinamica della strage con la collaborazione del Ris, il reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri di Messina. Il primo ad essere stato ucciso è stato Filippo Militano, con 6 colpi di pistola mentre era impegnato a bordo di un trattore a lavorare il terreno poco distante dalla villetta. Poi il sicario si è diretto verso la casa, e accecato dalla rabbia ha ucciso il piccolo Salvatore e la madre, per cancellare ogni traccia della famiglia Militano. I quei momenti avrebbe potuto assassinare chiunque fosse stato presente. Poi c’è un altro elemento, fuori da ogni schema logico della normalità. Come ogni assassino che torna sul luogo del delitto, Centorbi, la notte scorsa intorno all’una è tornato alla villetta di contrada Desusino della famiglia Militano, ed è tornato a sparare contro il cancello e contro la casa; ha colpito anche il motociclo di Salvatore, un mezzo agricolo e un’auto. I colpi di arma da fuoco hanno svegliato i residenti della zona che hanno chiamato i carabinieri. Poi è salito sulla sua Fiat Punto, ma un poliziotto fuori servizio ha notato l’auto con Centorbi al volante. Subito ha chiamato i colleghi. Il killer ha proseguito il suo percorso dietro un tir, senza alcuna fretta e senza mostrare l’intenzione di sorpassarlo. I militari dell’Arma lo hanno affiancato e lo hanno invitato a fermarsi. In quel momento Centorbi si è reso conto che la sua avventura era finita e, come ogni assassino si è lasciato catturare, è sceso dalla vettura, consegnandosi alle forze dell’ordine. All’interno della sua auto, sono state rinvenute tre pistole calibro 7.65, con il colpo in canna. A poche centinaia di metri dall’appezzamento di terreno in cui è stato assassinato Filippo Militano, i militari dell’Arma hanno rinvenuto e sequestrato altre armi e munizioni: un fucile ad aria compressa, di altre due pistole calibro 6.35 con relativi caricatori, di due coltelli a serramanico, di un’altra pistola giocattolo, facilmente modificabile e 50 cartucce calibro 9. Un vero arsenale, scoperto con l’aiuto dei cani del reparto cinofili di Palermo, che hanno fiutato la presenza della polvere da sparo. Il movente del triplice omicidio va ricercatio in vecchi dissapori intercorsi fra Centorbi e la famiglia Militano per vicende legate ai confini della terra. Già nell’87 Centorbi fu arrestato con il proprio padre, Salvatore, perché entrambi modificavano armi giocattolo in pistole vere.