E’ forse normale, se di normalità si può e si deve parlare, che il panico diffuso nel mondo della piccola impresa contamini anche il settore dell’autotrasporto portando in emersione drammatici casi di disperazione imprenditoriale; ma non è normale per un Paese che dal trasporto su gomma dipende quasi al 100%, considerare come un male inevitabile una recessione di filiera, quasi si trattasse di una conseguenza naturale della crisi globale dell’economia. E ciò per almeno tre ordini di motivi: senza l’autotrasporto si blocca l’economia dell’intero Paese; esistono tutele per il settore fissate da leggi dello Stato ma sono inapplicate; la sicurezza stradale rappresenta un valore primario rispetto a qualsiasi tipo di bilancio economico compreso quello dello Stato.

Non è sufficiente pertanto, ed è anzi profondamente sbagliato, sostenere che “manca il lavoro”; occorre invece affermare con forza che il calo di lavoro non è e non può diventare una giustificazione per lo sfruttamento metodico della categoria e per l’aggiramento e la violazione delle norme.
E’ questa considerazione di fondo, alla radice della nostra vertenza nei confronti di un interlocutore politico (che noi non esitiamo a definirlo di transito) che considera lo “spread” come il fine ultimo del suo mandato, e che ha rovesciato completamente la massima che in genere dovrebbe ispirare la politica e cioè: “massimo di imposizione con il minimo consenso”.
Anche in presenza di una crisi straordinaria le organizzazioni di rappresentanza dell’autotrasporto hanno il dovere di evidenziare, al potere politico, il valore sociale ed economico dell’autotrasporto italiano, per il quale occorrerebbero semplicemente dei correttivi di natura normativa e finanziaria; e la politica ha il dovere e la pesantissima responsabilità di ascoltare prima che, come in parte sta già accadendo, la crisi scarichi sulle strade ulteriore degrado, insicurezza, subordinazione e “libanizzazione”.
E’ in questa ottica che le sigle si stemperano, perdono efficacia se si scollano dalla realtà. I problemi delle imprese di autotrasporto sono gravissimi e di assoluta emergenza; problemi che non cambiano se questa impresa aderisce ad una o all’altra associazione. Non credo quindi che le imprese, nella situazione attuali, affidino mandati differenti alle loro associazioni di rappresentanza. Le differenze riguardano i vertici delle organizzazioni, fra chi ha scelto la contestazione e chi l’accettazione (o quasi) dell’esistente.
Continuo a ostinarmi a non voler credere che si tratti di scelte personalistiche, ne tanto meno di opportunità e convenienze. Immagino dietro scelte differenti si celino convinzioni o interpretazioni che meriterebbero un confronto approfondito e ragionevole su possibili soluzioni a breve ed a medio periodo. Credo che tutti noi che svolgiamo oggi una delicatissima funzione di rappresentanza dobbiamo essere in grado di fornire alle imprese, orientamenti più certi e corretti, evitando lo scontro di piazza o conflitti di appartenenza. Credo sia giunto il momento, per la sopravvivenza della categoria, di compiere un gesto di maturità.


Maurizio Longo

Segretario Nazionale di Trasportounito