Riceviamo e pubblichiamo:

Gentile Direttore di Cw, sono un canicattinese.


Uno di quei canicattinesi che conta tante generazioni da non riuscire a capire quanto profonde siano le sue radici.

Uno di quei canicattinesi che ogni mattina che si alza agisce ed affronta la concorrenza accanita di tutta Italia senza soffrire di alcun complesso di inferiorità ma con la consapevolezza di condurre una battaglia persa in partenza.

Uno di quei canicattinesi non così vecchi da avere ancora le forze di lottare per pensare al futuro, ma con i ricordi vivi di quella generazione che 40 anni fa fece sognare questa cittadina.

Uno di quei canicattinesi che ricorda ancora l’orgoglio di quando, in giro per l’Italia, andava in sollucchero ogni qual volta gli dicevano che veniva dalla “capitale dell’uva”.

Uno di quei canicattinesi che fuori dalla sua città veniva citato come “ricco” perchè ricca era la sua terra ed i suoi tenaci uomini.

Uno di quei canicattinesi che era orgoglioso di quattro banche cittadine, dell’UPIM, delle scuole moderne, della stazione ferroviaria, dell’ospedale e, perchè no, della squadra di calcio in serie C.

Uno di quei canicattinesi che alle sei del mattino vedeva più gente in giro di quanta se ne vede ora all’orario di uscita delle scuole.

Uno di quei canicattinesi che vedeva il posto in banca come uno sbocco quasi naturale, con le scuole che sfornavano 200 ragionieri l’anno, e comunque troppo pochi per quelli che banche ed imprese locali richiedevano.

Uno di quei canicattinesi che ricorda come in una sola generazione si creò una classe dirigente, una borghesia illuminata che ispirava Lions, Club delle Mamme, Rotary, Euroclub, Kiwanis, circoli, associazioni e movimenti culturali.

Uno di quei canicattinesi che sorrideva pensando al futuro, che accettava tutte le sfide; figlio di una classe geniale che partoriva uomini illustri, imprenditori eccellenti, amministratori operosi ed innamorati della loro città.

Gentile Direttore, oggi, andando in giro per l’Italia, l’appellativo di “canicattinese” è diventato un oltraggio.

Perchè i canicattinesi hanno dovuto strappare le loro vigne dalla loro terra. Hanno dovuto ripudiare la loro classe politica. Hanno dovuto nascondere la loro faccia per le guerre di mafia e per lo scempio degli unici personaggi di grande levatura che hanno saputo creare negli ultimi 30 anni, ossia i Giudici Saetta e Livatino.

Perchè i Canicattinesi hanno seppellito le loro banche, le loro imprese, le loro scuole e continuano ad esportare l’unico prodotto di qualità che gli resta: la “carne umana”, l’intelligenza dei suoi figli, costretti a scappare per sperare in un futuro meno triste ed “inutile” di quello che questa “ex città” può loro offrire.

Gentile Direttore, affido a Lei il compito di contribuire a tenere sveglio quel flebile e quasi estinto spirito campanilistico e che, voglia Iddio, possa ridare coraggio a questa stuprata città per riprendere un cammino interrotto, che riaccenda le speranze che la mia sciagurata generazione ha incenerito incurante di chi sarebbe venuto dopo.

E prego Iddio che illumini la mente di qualcuno tra questi giovani per trovare la forza di combattere l’accidia di una schiatta di politici oramai abituati a prosciugare la linfa del rinnovamento ed a calpestare ogni tentativo di rinnovare una generazione di uomini decrepiti. Decrepiti dentro ed inobesiti nell’aspetto.

Mi scuso per essere stato prolisso, ma certe cose non si possono tener dentro.

Un suo affezionato lettore.