Quando gli uomini della Guardia costiera sono arrivati, a 35 miglia a sud-est della costa di Siracusa, sul barcone dei migranti hanno trovato una donna morta, coperta con un telo, l’ennesima vittima della quotidiana tragedia dell’immigrazione. È una palestinese di 52 anni, che viveva in Siria e soffriva di asma. Il suo fisico non ha retto.
Sullo stesso barcone viaggiavano anche il marito, affetto da un handicap alla gamba, e i due figli (23 e 29 anni) della coppia. La morte risalirebbe a due giorni fa. Il pm Marco Bisogni ha autorizzato il trasferimento della salma all’obitorio. Un’altra donna, in stato di gravidanza, è stata invece ricoverata in ospedale per accertamenti. Sulla barca in avaria, che dopo il trasbordo è stata lasciata alla deriva nel Canale di Sicilia, c’erano 104 migranti, egiziani e siriani in fuga dalla guerra.
Da mesi la Calabria e la costa sud-orientale della Sicilia sono le mete principali dei flussi migratori. I porti d’imbarco, secondo quanto osservano esperti e studiosi di geopolitica, sono quelli egiziani, dove si radunano anche i profughi provenienti dalla Siria per fare rotta verso l’Europa, affrontando una traversata molto più lunga rispetto alla tratta che dalla Libia (ormai off-limits) li portava a Lampedusa.
I mezzi utilizzati, pescherecci tra i 15 e i 20 metri, “sono la prova – spiega il professor Fulvio Vassallo, docente di diritto d’asilo dell’università di Palermo – che i trafficanti non si servono di navi madre: se così fosse, basterebbero dei piccoli gommoni per affrontare le ultime miglia fino alla terraferma”.
Secondo Vassallo “occorre creare un corridoio umanitario per consentire a queste persone di arrivare legalmente in Europa, come accadde nel ’99, durante la crisi del Kosovo, quando in un mese giunsero 5.800 persone a Comiso, ben più dei duemila provenienti illegalmente dalla Siria e dall’Egitto”.
“L’Italia, nonostante la grave situazione del momento, fa ancora valere – aggiunge – l’accordo di riammissione firmato nel 2007 con l’Egitto, che consente di respingere gli immigrati nel paese di provenienza, come è accaduto recentemente per alcune persone arrivate in Calabria e a Catania; e non si pone il problema di quello che accade nel centro per i minori di Priolo (Siracusa), dove la struttura non è per niente adeguata alle norme internazionali per l’accoglienza dei minorenni”.
E, intanto, il premier Enrico Letta si aspetta che “i venti di crisi che vengono dal Medio Oriente e dalla Siria, oltre alla instabile situazione in Egitto e in Libia, portino a una recrudescenza del problema migratorio”. Critico verso i Cie anche il viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico. “Bisogna sostenere gli sforzi – ha osservato – perché l’Italia sia riconosciuta dall’Unione Europea come luogo di frontiera per gli sbarchi, ma, al tempo stesso, dobbiamo impedire in ogni modo che i Cie si trasformino in lager>>. Per Bubbico <<le condizioni umilianti affrontate da migliaia persone in fuga dalla disperazione sono uno schiaffo alla civiltà e alla tradizione di accoglienza del nostro Paese. Dobbiamo impedire che tutto questo continui”.











