Quelli del secondo dopoguerra furono anni davvero tristi: a spezzare il grigiore della vita quotidiana pensavano, una volta all’anno, gli studenti universitari che coinvolgevano tutta la città nella festa della matricola. Veniva costituito un Comitato d’onore che, assenti solo i preti, riuniva sindaco, pretore, tenente dei carabinieri, comandante delle guardie municipali, giornalisti, uomini politici, docenti, signore dell’alta società. I momenti più importanti della festa erano la serata danzante al Circolo di Compagnia, cui si poteva accedere solo con regolare invito firmato dal Comitato d’onore, una sfilata durante la quale si esibivano gruppi di cantastorie e venivano declamati i tradizionali irriverenti proclami in latino maccheronico e, a conclusione, il pubblico Processo alla matricola. Le manifestazioni erano finanziate con contributi versati dai cittadini agli studenti che andavano in giro a raccogliere fondi… nel fondo di un vaso da notte rigorosamente usato e scrostato.
Il vaso da notte ogni anno faceva il suo ingresso trionfale anche nel palazzo di via Cattaneo, ove l’eccentrico barone Agostino La Lomia accoglieva gli studenti che vi si recavano per la raccolta dei fondi. Avvolto in una palandrana di broccato rosso stretta da un cordone, seduto su una poltrona in mezzo al grande salone di rappresentanza, tra una babele di mobili, quadri, tappeti, vasi e chincaglierie di ogni genere, di ogni epoca e di ogni continente, si compiaceva visibilmente degli inchini sussiegosi e propiziatori degli squattrinati studenti.
Dopo aver letto una pergamena scritta a mano che campeggiava su una parete:
La porta è aperta
per chi porta; chi non porta
parta per la porta aperta”
suonava – con gesto ampio di signore d’altri tempi – un campanello d’argento che teneva vicino e, con voce stentorea e imperiosa, ordinava al maggiordomo, il buon Alberto Testasecca – che, alto e allampanato, si affacciava sull’uscio – di portare una caraffa di buon vino rosso di Carbuscia e Giacchetto e dei bicchieri. Al termine dell’incontro faceva cadere dei soldi nel vaso da notte.
Alberto Testasecca arrotondava il magro stipendio che riceveva dal barone eseguendo nel tempo libero, nella sua casa della vicina via Palestro, dei lavoretti per conto terzi: il 7 marzo del 1974 l’Amministrazione Guarneri dispose in suo favore il pagamento di L. 64.700 per “quadro in carta pergamena e decorato ad acquerello riproducente lo stemma del Comune con elencati tutti i sindaci che si sono susseguiti dal 1943 ad oggi”. Alberto era un nobile decaduto e, periodicamente, dalla sua casa erano portati via dei mobili antichi, venduti per provvedere alla sopravvivenza della famiglia; stessa sorte toccò ad un pianoforte. Al rito assistevano, incuriositi, i ragazzini del quartiere che non si spiegavano il perché di tanto trambusto, dal momento che non si trattava di un trasloco e la famiglia continuava ad abitare in stanze sempre più vuote.
Una delle feste della matricola più riuscite, organizzata dal “Comitato Goliardico Canicattinese”, si svolse tra la fine del 1951 e l’inizio del 1952: i biglietti di invito per la serata danzante che si svolse nel salone del Circolo di Compagnia domenica 13 gennaio, con inizio alle ore 19, fu firmato dal sindaco Francesco Cigna, dal pretore Angelo Testasecca, dal tenente dei carabinieri Emanuele Di Tria, dal comandante delle guardie municipali Eugenio Bartoccelli, dal dottor Luigi Adamo, dal direttore didattico Enrico Cacciato, da Antonio Cucurullo, dall’avvocato Calogero Corsello, da Vincenzo Ragona dell’E.T., dal giornalista professor Gaetano Portalone e dai docenti Mezzasalma, Milazzo, Pansica, Pedalino, Scuderi. Il comitato organizzatore del veglione era composto dalle signore Margherita Adamo, Ester Cacciato, Rita Cucurullo e Teresa Testasecca.
Nella mattinata, con inizio alle ore 10, nel Teatro dell’edificio scolastico “Mario Rapisardi” si era svolto il Processo alla matricola. GAETANO AUGELLO











