Nei piccoli comuni italiani la rivoluzione non fa rumore. Non passa dai proclami, ma dai gesti quotidiani, dai locali che restano aperti anche quando i conti non tornano, dalle luci accese la sera in una piazza che potrebbe spegnersi. È una rivoluzione silenziosa, fatta di resistenza, visione e coraggio. Ed è una rivoluzione che ha spesso un volto preciso: quello dei sindaci dei piccoli paesi.

L’Italia ne è piena. La Sicilia anche di più. La Sicilia dei borghi, delle comunità che fanno rete, dei luoghi dove il futuro non è un’idea astratta ma una pratica quotidiana. A Oliveri, piccolo centro della provincia di Messina, questa rivoluzione prende forma anche attraverso le parole del suo sindaco, Francesco Iarrera. Parole che non amministrano soltanto, ma raccontano, immaginano, esortano. Parole che diventano azione.


In un recente post sul suo profilo Facebook personale, Iarrera parte da una scena semplice: una cena, due chiacchiere con i proprietari di un locale. E da lì apre una riflessione che va ben oltre quel tavolo. Restare aperti in un piccolo paese — scrive — non è solo una scelta economica. È un simbolo di resistenza. È servizio, presenza, fiducia. È la decisione ostinata di tenere vivo un luogo, anche quando “restare aperti significa perdere ogni mese”.

È un paradosso solo apparente. Perché, come racconta il sindaco, un paese vivo restituisce quello che riceve: crea relazioni, genera abitudini, alimenta l’economia locale. Un microcircolo virtuoso che nasce proprio da ciò che sembra un lavoro a perdere e che invece si rivela un investimento sul futuro.

Colpisce, nel racconto, l’umanità prima ancora dell’economia. L’entusiasmo pacato di chi dice: “Siamo contenti. A piccoli passi stiamo crescendo, ritagliandoci uno spazio”. Parole semplici, ma potenti, che si oppongono alla narrazione dominante dei piccoli centri come luoghi destinati a spegnersi sotto il peso della modernità e della mancanza di opportunità.

E poi ci sono i dettagli, quelli che fanno la differenza: l’arredo caldo, il sorriso sincero, il doppio bacio che sa di casa. Quel “contatto umano” che non compare sul menù ma arricchisce l’esperienza, trasformando un locale qualsiasi in un luogo unico. È lì che l’economia diventa comunità. È lì che un paese resiste.

Oliveri non è un’eccezione isolata. È un esempio. Come tanti altri piccoli comuni siciliani dove le attività commerciali non si limitano a vendere, ma raccontano un’identità: ricette autentiche, vini del territorio, tradizioni che diventano valore. In questa sicilianità, scrive Iarrera, c’è una via d’uscita che non ha bisogno di essere spiegata, ma praticata.

Il suo Facebook, in questo senso, non è solo un profilo social: è un trampolino di lancio, un tour virtuale, un invito continuo a venire, a vedere, a partecipare. È un modo nuovo — e necessario — di fare il sindaco oggi: essere narratore del proprio territorio, promotore delle sue energie, alleato di chi ogni giorno sceglie di restare.

“Forse è vero che ogni conservatore diventa rivoluzionario solo quando non ha più nulla da perdere”, scrive il sindaco. “Ma io sono innamorato di chi sceglie di esserlo prima, quando c’è ancora qualcosa da costruire. E da tenere vivo.”

È un grazie, il suo. Ai rivoluzionari di Oliveri e a quelli di tutti i piccoli comuni italiani. A chi, restando aperto, tiene in piedi i paesi. E l’invito finale è semplice quanto potente: venite a trovarli.

Perché la sopravvivenza dei piccoli comuni passa anche da qui. Dai passi piccoli ma ostinati. Dai sindaci visionari. Dalle comunità che resistono. E da chi ha il coraggio di credere nel futuro, prima che sia troppo tardi.