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Seduto su uno sgabello da pesca, cappellino calato in testa e canna da pesca improvvisata, un cittadino ha trasformato una enorme buca piena d’acqua in pieno centro cittadino
. Intorno a lui, passanti divertiti e sconcertati immortalano la scena con i cellulari. L’immagine, diventata virale in poche ore, non è uno sketch comico: è l’atto di denuncia più efficace e amaro che poteva nascere da una città stanca.
Quella buca, che da anni raccoglie l’acqua piovana tra asfalto sgretolato e marciapiedi sconnessi, è diventata la metafora perfetta del declino di Canicattì: una città che letteralmente annega nella propria incuria mentre i cittadini restano a secco.
La crisi idrica è ormai cronica e drammatica. Da settimane interi quartieri ricevono l’acqua una volta ogni 12-15 giorni. Molte famiglie sono costrette a spendere fino a 80-100 euro per un’autobotte, quando riescono a ottenerla. L’Aica (Azienda Idrica Comuni Agrigentini) e l’amministrazione comunale si rimpallano responsabilità: rete idrica colabrodo, perdite che superano il 60%, pozzi chiusi e turnazioni sempre più rarefatte. La scorsa settimana la protesta è esplosa in piazza con striscioni e urla: «Dateci 50 litri al giorno e poi ci mettiamo in regola!». Il Comune ha addirittura attivato il Centro Operativo Comunale di Protezione Civile per “preallarme”, ammettendo di non riuscire più a gestire l’emergenza.
Ma l’acqua è solo la punta dell’iceberg. Il degrado urbano è sotto gli occhi di tutti: buche profonde, marciapiedi impraticabili, illuminazione pubblica carente, rifiuti accumulati e aree verdi ridotte a discariche. Il centro storico, un tempo vivo e orgoglioso, appare sempre più spento e trascurato.
A questo si aggiunge la crisi del commercio. Negozi storici continuano a chiudere: bar, sartorie, piccole botteghe alimentari. La pandemia prima, il caro bollette e l’inflazione poi, e infine la mancanza di prospettive hanno svuotato le vie del centro. «Chi resiste lo fa per passione o per disperazione», racconta un commerciante che preferisce rimanere anonimo. Le saracinesche abbassate sono ormai più numerose delle vetrine illuminate.
Non manca infine il capitolo criminalità. Canicattì paga da anni la presenza radicata di clan mafiosi legati sia a Cosa Nostra che alla Stidda, con periodiche operazioni antidroga e arresti che non riescono a spezzare il controllo del territorio. Negli ultimi mesi si è registrato un aumento di microcriminalità, furti e atti intimidatori, tanto che lo stesso sindaco ha chiesto al Prefetto un rafforzamento dei controlli. La sensazione diffusa è quella di una città abbandonata sia dalle istituzioni che dalla fortuna.
L’uomo che pesca dalla buca ha involontariamente creato un’immagine destinata a rimanere: quella di una comunità che, esausta, ha scelto l’ironia come ultima forma di resistenza. Perché quando un cittadino è costretto a pescare in una pozzanghera in mezzo alla strada per denunciare la sete e il degrado, significa che la misura è colma.
Canicattì merita molto di più. Merita acqua, decoro, sicurezza e un futuro. Altrimenti la prossima scena non sarà più ironica: sarà soltanto tragica.