Immaginate un giovane siciliano, nato sotto il sole cocente di Siracusa nel 1996, che trasforma i rifiuti della vita in carburante per un’esplosione creativa. Ettore Ballarino(?), meglio noto come Tony Pitony (o TonyPitony, con quella grafia irriverente che già dice tutto), è l’artista che ha fatto irruzione nel panorama musicale italiano come un uragano di satira, provocazione e talento vocale puro. Mascherato da Elvis Presley – un omaggio al re del rock che nasconde il suo volto e protegge la sua privacy – Tony ha scalato le classifiche con testi che dividono, emozionano e fanno riflettere, culminando nella vittoria trionfale alla serata cover di Sanremo 2026. Ma dietro la maschera c’è una storia di tenacia, radici siciliane profonde e un percorso formativo che lo ha reso un performer completo, capace di mescolare umorismo trash con profondità lirica.
Le radici scolastiche e accademiche: da studente modello a palchi londinesi
La formazione di Tony inizia nelle aule di Siracusa, dove – come racconta un suo ex docente in un’intervista recente – era “uno studente modello, per comportamento e per profitto”. Al liceo, forse ispirato dalla ricca eredità culturale della sua città natale (terra di Archimede e di teatri antichi), Ettore eccelle in discipline artistiche e umanistiche, coltivando una passione per la recitazione e la musica che lo spinge oltre i confini isolani. A 18 anni vola in Inghilterra per sette anni intensi di studio e lavoro: a Londra frequenta accademie prestigiose, immergendosi in corsi di arti performative, recitazione, doppiaggio e persino opere liriche. Lavora nei teatri del West End, partecipa a produzioni off-Broadway e spettacoli privati, affinando una voce versatile e un carisma scenico che lo rendono un attore prima che un cantante. “Quegli anni mi hanno insegnato a non avere paura del palcoscenico – ha confidato in un’intervista – ma anche a nascondermi quando serve, per proteggere l’anima vera dall’industria famelica”. Questa base accademica solida è il fondamento della sua arte: non solo canzoni, ma performance teatrali che mescolano ironia, critica sociale e un tocco di follia siciliana.
La carriera: dai rifiuti al “piano diabolico” che ha cambiato tutto
Tornato in Sicilia intorno al 2020, Tony tenta la strada del teatro e della recitazione, ma incassa i primi “no” che segneranno la sua resilienza. Un provino per Sister Act va male, e nel 2020 si presenta alle audizioni di X Factor Italia con una cover neomelodica di Hallelujah di Leonard Cohen: Mika gli dà un sì entusiasta, ma gli altri giudici lo scartano con tre no secchi. “È stato il momento in cui ho capito: o cambio le regole, o mi arrendo”, dirà poi. Invece di demordere, autoproduce il suo primo album Nel 2067 (2020), un’esplosione di elettronica, pop e testi demenziali che già preannuncia il suo stile. Segue un periodo di gavetta, con rifiuti in castings teatrali e l’impatto della pandemia, ma Tony non molla: rifiuta etichette major per mantenere il controllo creativo, scegliendo l’indipendenza come atto di ribellione.
Il boom arriva nel 2025 con brani virali che diventano inni generazionali su TikTok e Spotify, superando milioni di stream. Canzoni come “Donne ricche”, con versi che colpiscono come pugni al cuore: “Mia nonna quando è morta non mi ha lasciato niente / Mio nonno è esploso in guerra, non mi ha lasciato il Rolex… Vengo a manifestare, sì, a favore delle donne ricche”. Un inno ironico al materialismo, che mescola umorismo nero e critica sociale, evocando risate amare e riflessioni profonde. O “Mi piacciono le nere”, provocatoria e autoironica: “Mi piacciono le nere, non sono razzista / Il nero non è più un colore che mi rattrista / Mi piacciono le nere (le nere), non sono banale, no” – un testo che gioca con stereotipi per smontarli, dividendo il pubblico tra chi grida al genio e chi al scandalo.
Altri successi: “Culo”, crudo e diretto, che esplora il corpo con sfrontatezza; “Ossa grosse”, un’ode alle donne reali con “Ossa grosse, non mi importa, ti amo lo stesso”; “Striscia”, satirica sul mondo dello spettacolo; “Neopatentate”, giocosa e nostalgica; “Polietilene”, surreale e poetica; “Balù”, omaggio cartoonish. Nel 2025 escono l’EP acustico Peccato per i testi – dove le versioni unplugged rivelano la profondità vocale dietro la provocazione – e l’album TonyPitony, che lo consacrano come fenomeno. “È un marameo il mio, nient’altro”, ripete Tony, ma i suoi testi sono lame affilate che tagliano ipocrisie, evocando emozioni contrastanti: divertimento, rabbia, empatia.
La sicilianità e il movimento culturale: un’onda di ribellione dal Sud
La sicilianità di Tony è il filo rosso della sua arte: cresciuto tra il mare di Siracusa e le tradizioni popolari, infonde nei brani un orgoglio isolano che rifiuta i cliché. “La Sicilia non è solo mandolini e arancini – dice – è resilienza, ironia contro il potere, un ‘marameo’ al mondo che ci vuole stereotipati”. Non è un movimento strutturato, ma un’attitudine culturale: erede di Elio e le Storie Tese, Skiantos, Tony Tammaro e Ruggero dei Timidi, Tony crea un’onda di provocazione antiproibizionista, goliardica e libera. Il suo team siracusano – una “famiglia creativa” – resiste all’IA e alle mode, puntando su spontaneità e critica sociale leggera. Canzoni come “Striscia” o “Polietilene” evocano un Sud che ride di sé per non piangere, unendo generazioni in un coro di ribellione emozionale.
I “no” come benzina e il trionfo a Sanremo: la fenice risorge
Quei rifiuti iniziali? “Il mio piano diabolico”, li chiama Tony, trasformandoli in motivazione. Nel 2026 firma “Scapezzolate”, sigla ufficiale del FantaSanremo, entrando nel circuito festivaliero. Poi l’apoteosi: invitato da Ditonellapiaga per la serata cover del Festival di Sanremo 2026 (27 febbraio), duetta su “The Lady Is a Tramp” di Frank Sinatra. Una performance magica, fresca e vocale: la loro chimica conquista l’Ariston, vincendo la serata contro giganti come Sayf con Alex Britti e Mario Biondi (secondi con “Hit the Road Jack”). “È stato come dire ‘marameo’ all’industria intera”, commenta Tony, emozionato. Un trionfo che commuove: da outsider mascherato a vincitore, simbolo di chi non si arrende.
Tony ha mantenuto la promessa fatta sui social nel pomeriggio (“A Sanremo caco o non caco?”), posando simbolicamente un caco (il frutto, con tutto il suo doppio senso) sul palco dell’Ariston al termine della performance. Un gesto geniale, ironico e provocatorio che ha chiuso il cerchio: dalla domanda esistenziale shakespeariana al gesto concreto, trasformando un dubbio in un atto di libertà assoluta.
Con il trofeo in mano – un premio pesante tre chili (come ha sottolineato lo stesso Tony riferendosi alla sua trechila),
Oggi, con oltre 1,9 milioni di ascoltatori mensili, tour sold-out e un seguito trasversale, Tony Pitony è più di un cantante: è un’emozione vivente, un urlo siciliano che riecheggia “Voglio farti male e poi scoppiare da Don Raffaè”. La sua storia ispira: dalle aule di Siracusa ai palchi mondiali, passando per rifiuti che feriscono ma forgiano. Perché, come dice in “Ossa grosse”, “non mi importa, ti amo lo stesso” – un messaggio di accettazione che, sotto la maschera, tocca il cuore di tutti.
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