gioacchino-basileSi rende giusto omaggio alla figura di un vero eroe della società siciliana:Gioachino Basile, ex operaio della Fincantieri  ( Cantieri Navali)di Palermo.
Un eroe civile reale,.. senza retorica e ostentazioni. Un cittadino eccelso, onesto e valoroso. Con intelletto raziocinante,  dignitosi  sentimenti e vere passioni etiche, non millantate, come altri, purtroppo, emersi a pubblicità nel coacervo perverso e drammatico delle vicende siciliane svoltosi in tanti decenni. Un impavido lottatore: per la giustizia, contro il potere mafioso, per la difesa dei posti di lavoro, in una delle più grandi realtà industriali della Sicilia.

Un novello Peppino Impastato, rimasto, a differenza di  Peppino e di tanti altri combattenti siciliani “fermati sul campo” nella lotta per la nuova resistenza,  in umane e dolci carni ed ossa..alla faccia dei tanti pescecani, “becchini”, collusi e mafiosi.
Un vicenda, questa di Basile, fortemente emblematica della recente storia siciliana, che intreccia coraggio e viltà, perverse e misere strumentalizzazioni con corali atti di impegno, meschinità e solidarietà.
Una storia che mette a nudo anche le pesanti contraddizioni che hanno caratterizzato grandi organizzazioni politiche e sociali operanti nel palermitano e nella Sicilia in generale.


I Cantieri Navali, che operano a Palermo da oltre cento anni – ereditano  l’ex Navigazione Generale dei Florio, poi diventano Fincantieri ( pubblica proprietà) – sono sempre stati, anche nel dopoguerra, una delle principali realtà produttive dell’isola. Luogo, tra l’altro, di antica presenza mafiosa, con controllo delle assunzioni ed in particolare bene attivi nella gestione dei grandi segmenti produttivi legati al subappalto.

A partire dall’inizio degli anni 80 i Cantieri cominciano a subire un grande processo di ristrutturazione, che,  via, via prosegue in maniera strutturale per tutti gli anni seguenti.
Il nodo centrale è rappresentato dai sub-appalti, sempre più controllati dalla lunga mano del potere mafioso palermitano.
Mentre più si espelle il tessuto storico dei lavoratori  con busta paga Fincantieri, con prepensionamenti, licenziamenti e continui ricorsi alla cassa integrazione ( con punte di oltre 1000  unità), contemporaneamente si accresce a dismisura l’intreccio dei subappalti. Nel 1997 erano rimasti solo 641 dipendenti diretti. Nel subappalto, contemporaneamente, agivano 1173 unità distribuiti in 63 aziende. Il 30 per cento di queste imprese aveva meno di 10 dipendenti. Ovviamente l’abissale differenza nelle retribuzioni era l’elemento di speculazione determinante. Mediamente la paga oraria di un lavoratore del subappalto era meno della metà di un dipendente Fincantieri.
La differenza è tutto “grasso che cola” per i pseudoimprenditori, molti legati agli “uomini d’onore”.

Nel corso degli anni le condizioni lavorative peggiorano in maniera rilevante. Aumentano gli infortuni sul lavoro, diversi sono mortali.
C’è anche un rilevante giro sporco che ruota attorno allo smaltimento illecito dei rifiuti industriali nocivi, in particolare amianto, derivante dalle lavorazioni, specie dalle navi in ristrutturazione lavorate nel bacino.
E’ in questo contesto che lavora ed opera sindacalmente Gioacchino Basile.
Assunto  alla fine degli anni sessanta. Fin dall’inizio si iscrive alla fiom-cgil ( metalmeccanici). Per tanti anni svolge attività di delegato sindacale all’interno del Consiglio di Fabbrica della Fincantieri.

Nel maggio del 1988, firmato da 120 lavoratori, presenta un esposto alla Procura della Repubblica, denunziando la presenza della Mafia nel Cantiere navale. Il 29 dicembre dello stesso anno il Basile denuncia i legami di imprese con la mafia, evidenzia le carenze del sindacato chiedendo le dimissioni dei segretari. Nei giorni successivi arrivano a Basile minacciose telefonate notturne e vengono tagliate le ruote della sua macchina.

Nel maggio del 1989 assume l’incarico di segretario del Dopolavoro del Cantiere scrivendo nei periodi successivi molti articoli nel giornalino dei lavoratori. Nello stesso mese  una petizione firmata da oltre 750 lavoratori viene inviata al sindaco Orlando, alle forze politiche e sindacali sulla crisi dei bacini palermitani. In quel momento ai Cantieri navali, a seguito del continuo ricorso alla cassa integrazione, i lavoratori attivi erano 750 su 1750.
Il 26 maggio del 1990 durante una riunione del Consiglio di Fabbrica  Basile chiede le dimissioni dei segretari sindacali accusandoli di contiguità con la mafia.

Nel luglio dello stesso anno Basile viene espulso dalla Cgil, con la motivazione che vuole costituire un nuovo sindacato. Nell’ottobre scrive una lettera al presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Il 13 ottobre  denunzia che l’azienda smaltiva in maniera irregolare rifiuti tossici e nocivi.
Il 13 novembre  Basile viene licenziato dalla Fincantieri, in pù viene querelato per diffamazione.
A seguito dell’immediato ricorso avviato giorno 1 dicembre la Pretura del Lavoro reintegra Basile nel posto di lavoro, considerando nullo ed illegittimo il licenziamento.

L’azienda, però, vieta l’ingresso dell’operaio ai Cantieri, impedendo il ritorno al lavoro, preferendo di pagare lo stipendio senza svolgimento di mansione lavorativa, fino all’ottobre del 1994.
Il 6 ottobre il Tribunale di Palermo, riformando la precedente sentenza, dichiara legittimo il licenziamento di Basile.
Nel corso dello stesso mese viene ascoltato dal presidente della Commissione nazionale antimafia.
All’inizio del 1995, un mafioso, Vito Galatolo, incontrando Basile lo apostrofa come “sbrirro” minacciandolo di morte.

Basile gli scrive una lettera. Si afferma tra l’altro ” sbirri sono coloro che si nascondono, che sono costretti a rinnegarsi; gli uomini liberi non sono sbirri..gli uomini che possono fregiarsi d’onore sono i Giovanni Falcone e Palo Borsellino e non certo coloro che con i loro cadaveri si portano dietro il nulla di cui sono protagonisti”…La mia scelta esistenziale non nasce da rancori o risentimenti personali, ma dalla consapevolezza che solo l’impegno concreto di noi cittadini e lavoratori potrà salvare la nostra comunità dalla cancrena politica-mafiosa”.

Nel marzo del 1995 , in appello, il licenziamento di Basile viene considerato legittimo.
Il 20 febbraio del 1996 persone ignote incendiano il negozio di calzature gestito dalla moglie di Gioacchino Basile.
Il 28 ottobre dello stesso anno il collaboratore di giustizia Francesco Onorato conferma le accuse mosse da anni da Gioacchino sulle  attività mafiose nei Cantieri, e tra l’altro riferisce che Basile è stato condannato a morte dalle organizzazioni mafiose palermitane.
Nel luglio dell’anno successivo l’Ufficio delle indagini preliminari del Tribunale di Palermo  emette una ordinanza di custodia cautelare per 29 persone. Sono state considerate corrette e valide le reiterate accuse mosse da Basile sulle infiltrazioni mafiose nel Cantiere navale, confermate da alcuni collaboratori di giustizia.
A seguito di ciò da molti ambienti democratici e sindacali di Palemo viene richiesta la riammissione di Basile nella Cgil e nel posto di lavoro.
A fine luglio Gioacchino assieme  alla sua famiglia viene trasferito dagli organi giudiziari  in una località segreta.

In autunno viene ascoltato dalla commissione antimafia nazionale.
Durante il 1997 riesplodono in maniera forte e significativa le lotte dei lavoratori del Cantiere navale. Vengono richiesti la salvaguardia dei posti di lavoro rimasti e il rilancio produttivo delle attività cantieristiche dello  stabilimento palermitano.
Gioacchino Basile, assieme alla famiglia, è rimasto diversi anni in località segreta sotto protezione della polizia. I suoi tre figli vanno a scuola ancora sotto stretta sorveglianza.

Per molti anni a seguito del suo coraggio civile Basile è rimasto isolato nella sua tenace lotta di denunzia contro la mafia. Non moltissimi sono stati al suo fianco. Tra questi, nell’ambito siciliano, è bene ricordare l’area programmatica di Alternativa Sindacale della Cgil – che si oppose sempre all’espulsione dal sindacato decisa dalle strutture dirigenti e si attivò in varie maniere per sostenere le denunzie di Basile -, e il Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato.
Buona visione e buone riflessioni..sul marcio, gli intrecci , gli intrallazzi e le perversioni che da sempre caratterizzano e impaludano la Sicilia, e avvelenano la vita dei suoi cittadini.

Fonte: http://www.articolo21.info

Questo il suo documento inviato al  Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia
Senatore Giuseppe Pisanu al Presidente del Senato On. Renato Schifani al Presidente della Camera On. Gianfranco Fini

Oggetto: Strage di via D’Amelio ed immediati beneficiari istituzionali, economici, politici, sindacali e criminali che grazie a quelle macerie umane si salvarono dall’olocausto giudiziario.

Signor Presidente,
anche questa estate, come dettato dal manuale dei mistificatori del triste teatrino mediatico che da 17 anni ha fissato le sue ridicole recite attorno alla ricorrenza del 19 luglio, si è mandato in scena lo scolorito copione sulla “emersione” di nuovi pentiti, di nuovi indizi, dello smascheramento di falsi “pentiti” dell’ultima ora di cui bisogna ancora capire con certezza l’effettiva funzione, di antichi depistaggi istituzionali e di nuove (e non certamente disinteressate) verità svelate dal figlio di quel Vito Ciancimino.
Le verità di Massimo Ciancimino hanno costretto al clamoroso autogol Luciano Violante che, recuperando “il suo ricordo”, ha svelato “l’involontario favore” processuale concesso al Generale Mario Mori.
In questo interessantissimo caso c’è soprattutto da chiedersi: 1) per quale motivo Luciano Violante si è tenuto ben stretta per 17 anni la notizia che i Carabinieri del Ros “stavano trattando” con Ciancimino (e quindi con la mafia)? ; 2) perché Luciano Violante, che nel 1992 in qualità di Presidente della commissione Antimafia aveva gli stessi poteri della Magistratura e poteva sentire testimoni, non ha aperto un’ indagine?; 3) perché, se non voleva esercitare lui quei poteri-doveri, non ha avvertito il suo amico Caselli che di lì a poco è andato a fare il Procuratore Capo di Palermo?
E poi …l’entrata in scena del criminale Totò Riina – che in definitiva è poi l’unico che, seppur per spirito di vendetta o forse a chiarimento delle sue effettive responsabilità, ha dato un senso a quella semplice verità-.
Grazie a lui si sono delineati chiaramente i contorni della criminosa natura politica che governò il nostro Paese lungo l’arco di quel “consociativismo di cui lui, almeno fino alla strage di Capaci, è stato servo operativo, poi tradito e dato in olocausto “alla giustizia” (insieme a Bruno Contrada) da quei referenti ministeriali che dal 25 settembre 1979 al 19 luglio 1992 in Sicilia garantirono il rispetto dei patti fra politici, partecipazioni statali, CONFINDUSTRIA e sindacati, utilizzando “cosa nostra” in funzione militare contro i nostri eroi delle istituzioni, contro le ragioni dei siciliani e contro l’onore della nostra Costituzione.
Per l’ennesima volta, in Italia, nulla di nuovo sotto il sole: “se continuano a fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte…” (T. Pynchon)
Quest’anno però….la “quasi svolta”: il senatore Beppe Lumia e l’On. Fabio Granata (entrambi mi hanno sempre pubblicamente manifestato rispetto e solidarietà) Le hanno proposto un appello bipartisan per aprire finalmente un’inchiesta parlamentare sulle stragi di mafia che è stata da Lei prontamente accolta.
Dopo aver puntato per quasi 15 anni sull’indecente ed infondato movente della vendetta criminale all’esito del maxi processo per dare dignità ideologica a “cosa nostra” ed annegare in quella depistante mistificazione anche il movente dell’assassinio di Salvo Lima, ora la Magistratura s’aggrappa ad un altro ridicolo movente: “la trattativa”.
Signor Presidente, l’equivoco della trattativa altro non è che “il siparietto di carta” che vuole confondere il senso dei contatti fra i referenti istituzionali (servizi non deviati), delegati a utilizzare il crimine in funzione di garanzia “del cosiddetto tavolino”, degli accordi socio-politici, ed i benefici economici che Totò Riina riceveva in contropartita dai potentati economici privati e statalisti.
Dopo la strage di Via D’Amelio bisognava innescare una rottura definitiva con quei referenti “istituzionali” e criminali – Bruno Contrada e Totò Riina- che agivano a tutela dell’infame “modello democratico”.
Chi scrive si è trovato, per conseguenza del proprio operato nel fronte contro la mafia, ad affrontare la nefanda compromissione fra il crimine espresso dalla ricchezza e quello espresso dalla povertà. Questo è uno scenario che conosco in profondità… un teatro di disperati bisogni umani, dove la vittima che s’intende salvare diventa nemica di quelli che la vogliono aiutare perché nessuna buona volontà emergente dalle povertà può nulla contro quelli che esprimono il loro crimine con la negazione della giustizia, con il ricatto sulla vita e con il potere dei soldi.
Il mio vissuto sul campo, unitamente alle risultanze degli studi di merito del livello di criminologi come il prof. Edwin Sutherland, il prof. Michael Woodwiss ed il nostro prof .Vincenzo Ruggeri, m’hanno fatto ben comprendere che “la profondità della natura” di noi siciliani è il frutto malvagio che la storia del potere ha imposto alla nostra gente.
Sono ormai più di 7 anni che argomento, documento e grido forte, anche pubblicamente, che l’urgentissima strage di via D’Amelio realizzò l’immediato interesse di Fincantieri, del grumo mafia e appalti e delle indegne omissioni, dell’attuale sost. Procuratore generale Vittorio Teresi, dell’allora Procuratore Giammanco e di quelli che, in qualità di Procuratori aggiunti, erano a conoscenza del diretto interesse del dottor Paolo Borsellino al granitico esposto-dossier in cui dimostravo l’indegna dirigenza Fincantieri di Palermo…
Il dottor Paolo Borsellino la sera del 25 giugno del 1992, nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo, fra l’altro mi aveva detto: “signor Basile, domattina spedisca subito questo dossier-esposto in Procura dove, anche se al momento non ho la delega su Palermo nella qualità di Procuratore aggiunto, potrò seguirlo attentamente”. Poi mi chiese una copia di quell’esposto dossier, che con Lui vivo avrebbe scoperchiato l’infame verminaio siciliano che si collegava alle tangenti milanesi, e gli lasciai quella stessa che aveva visionato nella documentazione e letto somma nell’esposizione.
Nell’anno 2003 il Commissario di Polizia, dottor Manfredi Borsellino, mi ha assicurato che non era mai stato trovato in alcun luogo – nel suo ufficio, a casa o fra le cose gestite da suo padre – traccia di quell’esposto dossier. Questo fatto ci riconduce alla sparizione dell’agenda rossa che i familiari assicurano è sparita subito dopo l’attentato. Loro non potevano sapere che nella borsa del loro congiunto, oltre all’agenda rossa c’era anche la copia di quell’esposto – dossier, che all’indomani della strage avrebbe potuto accendere la curiosità di qualche Magistrato onesto…
Oggi so che debbo l’onore di aver scoperchiato il verminaio statalista che tradì e che forse tradisce ancora, la nostra Costituzione, a quella mia infantile credulità.
Non riuscivo a pensare che la beffa ed il tradimento andavano in scena, con l’inganno del tutti contro tutti anche se l’immediata nomina di Bruno Contrada a coordinatore nazionale per le indagini di quelle stragi mi notificava la beffa…
Nemmeno successivi e rozzi errori di Giancarlo Caselli riuscirono a tramutare quelli che ritenevo ancora indegni dubbi. Oggi tutto lo scenario è illuminato a giorno, anche in presenza del “pentito” di circostanza di turno, Angelo Fontana, di cui non mi fiderei nemmeno, se si confessasse davanti alla morte: ai Magistrati onesti, consiglierei di guardare di più alle cose che dice di non sapere, che a quelle che ha dimostrato di conoscere per accreditarsi come “pentito”. Lui non può non sapere di via D’Amelio e lo scrivente, a Lei ed alla sua commissione, spiegherà il perché!!!
L’emersione della mia granitica verità cominciò a Roma dove il pomeriggio del 25 febbraio del 2002, per cominciare i lavori per la produzione della fiction televisiva ispirata alla mia storia – fortemente voluta dall’On Alfredo Mantovano – nella sala Vivaldi dell’Hotel Majestic, avvenne l’incontro fra lo scrivente, l’On Alfredo Mantovano, il Magistrato che aveva fatto le indagini giudiziarie per conto della commissione Antimafia dottor Gianfranco Donadio, i due produttori, il regista, due sceneggiatori e forse anche qualche accompagnatore.
Quel pomeriggio restai stupefatto dei commenti poco lusinghieri fatti dall’On Alfredo Mantovano e il dottor Gianfranco Donadio nei confronti di quella Procura di Palermo; quella sera, già sull’aereo che mi riportava a casa, lessi per la prima volta le conclusioni di quella relazione Antimafia, approvata all’unanimità: non avevo mai voluto farlo prima perché ero stanco e disposto ad “accettare quella sconfitta” che almeno avrebbe salvato un minimo di occupazione in quel sito navale.
Poi grazie ai miei quaderni a futura memoria a Google ed a Yahoo cominciai le mie indagini.
Speravo con tutte le mie forze di sbagliarmi, ma più indagavo a difesa di Vittorio Teresi e della Procura di Palermo più il mio movente sulla strage di via D’Amelio si faceva prepotentemente largo.
Circa 3 anni prima il mio rientro al lavoro in Fincantieri – avvenuto nel giugno del 1999, grazie alle forti pressioni politiche di questa sua Commissione – era stato preceduto, da quelle solite minacce che più d’intimidire me, avevano il meschino compito di spaventare chi mi stava attorno – vide una folta presenza di Parlamentari palermitani; fra i tantissimi c’era anche il Presidente del Senato, Renato Schifani che mi partecipava la sua solida stima…
In quei circa 4 anni che mi videro viaggiare, da Vicenza a Palermo e viceversa, ogni settimana in aereo per espletare il mio compito di Consulente del Sindaco Leoluca Orlando e di Presidente dell’Associazione Antiracket di Palermo per motivi di sicurezza dormivo presso gli alloggi ufficiali della Caserma Lungaro.
Oggi, ripensando al movente della strage di via D’Amelio, al sabotaggio subito dalla Croma blindata in dotazione alla mia sicurezza che puntava alla mia morte ed a quella dei due addetti alla mia scorta, ed alle indegne dichiarazioni alla stampa, dell’allora Questore ed oggi Capo della nostra Polizia Antonino Manganeli, nell’esclusivo intento di delegittimarmi, ritengo che forse è stato meglio così.
Oggi so che la sorte, mettendomi in cammino in quello che appare l’impossibile viaggio verso la verità, abbia voluto prima di tutto mettermi al sicuro laddove potrei essere ucciso solo per volontà ministeriale e contro l’interesse diretto di Fincantieri: Monfalcone.
Signor Presidente come può constatare è dall’anno 2002 che metto in discussione la mia stessa onorabilità ed i pochi beni della mia famiglia per combattere contro le “concezioni esecutorie” della Procura di Caltanissetta, della Direzione Nazionale Antimafia e dello stesso Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso che il 5 giugno del 2006, utilizzando un onesto Pm della DNA, fu lesto a tentare d’impiccarmi alle dichiarazioni che avevo fatto in conferenza stampa e su “10 minuti del Tg2” in occasione della fiction televisiva… liberamente tratta dalla mia storia. Poi constatando la mia ferma volontà di andare a qualsiasi costo incontro alla verità, mi disse: “purtroppo la competenza di questa cosa è di Caltanissetta”.
I fatti di cui vi documenterò e argomenterò vi dimostreranno che la verità sulle stragi non potrà mai essere accertata da quella stessa potente corporazione – Magistratura – che ha dentro le sue inadeguatezze il velenoso seme omissivo: da Cesare Terranova (25 settembre 1979) a Paolo Borsellino (19 luglio 1992) l’uscita di scena di quegli eroi era la soluzione al problema giudiziario che metteva in difficoltà “il tavolino” del potere esecutivo e dell’opposizione del nostro Paese.
La Magistratura dominante, sempre pronta ad accogliere “il velenoso pentimento” dei peggiori infami e assassini, di gente meschina e interessata a depistare la verità, è sempre fuggita dalle mie ragioni di patriota e di uomo libero, chiudendosi in quel silenzio che all’inizio può apparire giustificato dalle indagini ma poi esprime “l’arroganza esecutoria” di chi detiene il massimo dei poteri contro la verità.
La mia storia “offre in piena visione” le storiche motivazioni delle rinunce d’un popolo da sempre ostaggio dell’inganno politico che si nutre di quel bisogno che abbassa notevolmente il livello della dignità umana dei cittadini e concretizza il profitto affaristico e politico delle iene e degli sciacalli, dei teatri del potere ad ogni costo. Già negli anni 80, nei tuguri prefettizi palermitani, infami sgherri istituzionali alla Bruno Contrada, scrivevano di me che ero psico-labile è curavano con dovizia certosina, le luride lettere anonime utilizzate dal contesto infernale della calunnia mafiosa di sinistra, contro lo scrivente.
A conferma dell’indegna, omissiva e diffamatoria condotta di quei “siti istituzionali” che agivano in sintonia con la Procura di Palermo, contro i miei patriottici ideali e contro le ragioni di migliaia e migliaia di lavoratori che sottoscrivevano sempre a centinaia le mie denunce contro Fincantieri e “cosa nostra”, ci sono le risultanze investigative della relazione approvata all’unanimità da questa commissione Antimafia il 26 gennaio 1999, relatore Alfredo Mantovano e Presidente Ottaviano Del Turco.
Questo è il sistema che ha “sconfitto” l’uomo Gioacchino Basile ma non le sue ragioni: una storia inconfutabilmente vera che con il tradimento istituzionale e l’isolamento di molti “politici siciliani” della mia stessa area politico-sindacale è stata relegata fra le pieghe della cronaca anche in presenza dei notevoli sforzi e della piena solidarietà dell ‘On. Alfredo Mantovano.
La mia storia è ben conosciuta dal senatore Beppe Lumia, dal senatore Costantino Garraffa, dal senatore Achille Serra, dal suo vice e mio estimatore ed amico On. Fabio Granata; e poi ancora dall’On. Antonio Di Pietro – nel 2001 fui candidato al senato con la sua lista-, dal Presidente del Senato Renato Schifani, che fu mio avvocato in cassazione per il procedimento del lavoro e da tantissimi altri parlamentari e senatori della nostra Repubblica i quali mi hanno sempre espresso pubblicamente stima e solidarietà.
So perfettamente che nessuno è mai riuscito a salvare le sue ragioni e la sua vita provenendo dalle seppur dignitosa povertà delle periferie siciliane, dove i problemi più gravosi che gli onesti si trovano ad affrontare non sono quelli che si trovano davanti ma quelli che si lasciano dietro. Ma le assicuro, sul mio onore di uomo libero, che non uscirò dalla scena della mia vita vinto dalle “esigenze democratiche” di quegli infami che, con le stragi del 1992, si salvarono dall’olocausto giudiziario e che, esercitando poi il ricatto e l’inganno moralista, predisposero su quelle eroiche macerie umane le loro infami fortune economiche e politiche.
Per darLe in pittorica visibilità l’infernale scenario palermitano le notifico che il “pentito” Francesco Onorato, pochi giorni dopo aver ucciso Salvo Lima, girava di casa in casa fra i suoi parenti ed amici invitandoli a votare per Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, ucciso da “cosa nostra” e figlio di Bennardo, quello citato con insistenza, nella strage di Portella della Ginestre…
La morte chiude la sofferenza dell’uomo; il tradimento vissuto – già da ben 27 anni – squarcia ogni giorni le carni degli uomini liberi… Il mio dolore non ha tregua…
Sulla base delle Sue responsabilità Istituzionali e del giuramento fatto alla nostra Costituzione ed alla nostra Repubblica, detiene poteri validi ed efficaci a far accertare, se la mia verità sui fatti che determinarono l’urgente strage di via D’Amelio è degna d’attenzione oppure se lo scrivente è un calunniatore da mandare in galera.
Il sottoscritto ha dato la sua vita in olocausto ai suoi valori: non è il Magistrato ben retribuito che dovrebbe agire con onore e troppe volte non lo fa; non è il poliziotto o il carabiniere che agiscono per retribuito dovere; non è il figlio di Vito Ciancimino; non è il “pentito” di turno; non è la calunniatrice che il nostro Stato ha premiato con la medaglia d’oro…; non è l’infame politico che agisce per suo lurido profitto sfruttando i più elementari bisogni della nostra gente;….è semplicemente Gioacchino Basile
Per questo e per le cose che per motivi di opportunità argomenterò ampiamente in sede di audizione, Le chiedo rispettosamente di ascoltarmi insieme alla Sua commissione, con le dovute garanzie previste dalla legge, nell’interesse dell’Onore del nostro Paese.
Nella malaugurata ipotesi che Lei sfuggisse al suo giuramento di lealtà alla nostra Costituzione, escludendomi dalle audizioni di merito, costringendomi a rivolgermi all’alta Corte di Giustizia Europea dei diritti dell’uomo per denunciare il mio Paese Le comunico, fin d’adesso, che anche Lei contribuirà a dare per l’ennesima volta al nostro Paese ed alla sua storia l’infamia del disonore di coloro che, pur sapendo, tacciono…..
Cordialmente
Gioacchino Basile