Un segnale forte di vicinanza agli agricoltori in crisi parte oggi dal Consiglio Comunale di Canicattì, dopo i ritardi accumulati nel trasmettere le delibere ai livelli istituzionali superiori, o gli attriti dei giorni scorsi per il blocco anche a Palazzo Stella contro le celebrazioni delle sedute. Se fosse solamente una provocazione però, rischierebbe di diventare una strumentalizzazione che anziché sostenere la protesta del settore primario, ne arrecherebbe un danno. Dieci consiglieri comunali su trenta, tra i quali il vicepresidente Luigi Cilia, propongono le dimissioni in massa dell’assemblea cittadina, del sindaco e degli assessori. Gettare la spugna in questo momento non sarebbe sinonimo di inadeguatezza istituzionale, ma potrebbe innescare un processo a catena per stare a significare come le voci periferiche della res pubblica non trovano ascolto in una democrazia sempre più lontana dai problemi della gente. L’interrogativo è: può una crisi incontrollabile scrollare i politici dalle poltrone? La risposta è più che ovvia. Dietro i commenti più elaborati, nessuno sarà disposto a rinunciare a un pezzo di sedile o ad una parte di spalliera o di schienale. Non c’è causa che tenga di fronte al potere. Se gli amministratori canicattinesi non hanno fatto nessun passo indietro neanche se messi in minoranza, neanche con la consapevolezza di inefficacia sul fronte della gestione della viabilità o dei servizi, sarà difficile convincerli ad un sacrificio per un gesto di solidarietà. L’anno che separa Canicattì dalle prossime elezioni amministrative dovrà essere utilizzato per una pre campagna elettorale, anche se massimizzare 12 mesi per recuperare le inefficienze accumulate in 4 anni sarà davvero un’impresa titanica. A rinunciare agli anni d’oro dell’agricoltura sono invece, loro malgrado, gli operatori del settore che da tempo sono sempre più poveri e più indebitati, vittime di un’economia allargata che non guarda in faccia agli onesti ed esperti coltivatori.













