GIANFRANCO ZANNA E GIUSEPPE ARNONE:
“Le fabbriche per la raffinazione dello zolfo di Licata, ubicate nella zona portuale di Marianello, devono entrare a pieno titolo nel grande circuito culturale e turistico per valorizzare e mettere a sistema i reperti dell’archeologia industriale disseminata sull’intero territorio siciliano.
Chiederemo pertanto la revoca in autotutela dei provvedimenti autorizzativi con i quali alcuni privati hanno ottenuto il via libera per operare lavori di trasformazione del bene in questione, in palese contrasto con il vincolo apposto dalla Soprintendenza di Agrigento lo scorso 17 maggio”.
Per Legambiente Sicilia non esistono dubbi: le fabbriche per la raffinazione dello zolfo della zona portuale di Marianello, risalenti al 1870, costituiscono un pregevole esempio di architettura industriale. Ed il loro valore è confermato dal recente vincolo apposto dalla Soprintendenza di Agrigento che, riconoscendo l’importanza storica ed etnoantropologica di quel sito e di quegli antichi opifici legati ad una particolare attività e produzione ormai estinta, intende preservarlo da qualsivoglia “appetito” privato.
Aspirazione, quest’ultima, che però stride nettamente – anzi, fa letteralmente a pugni – con altro provvedimento della stessa Sovrintendenza, e cioè l’autorizzazione ad effettuare lavori di trasformazione rilasciata a privati in epoca praticamente coeva alla predisposizione del suddetto vincolo.
«La natura di questa autorizzazione, di cui preannuncio che Legambiente chiederà la revoca in autotutela, è sin troppo evidente – afferma Zanna – e costituisce ulteriore conferma di come all’interno della Soprintendenza di Agrigento continuino a convivere due “anime” in netta antitesi tra loro: una, maggioritaria, coerentemente e da sempre impegnata sul fronte della tutela e della conservazione del nostro patrimonio storico, culturale, naturalistico e paesaggistico, l’altra votata a logiche che favoriscono la depredazione di quel patrimonio ad opera di soggetti che, evidentemente, sanno come comportarsi per convincere funzionari assai discutibili a soddisfare i loro “appetiti”».
Per Giuseppe Arnone “ancora una volta si conferma il devastante quadro accertato innanzi al Tribunale Penale in ordine alle logiche contrarie all’interesse pubblico e di favoritismo dell’interesse privato che guidano il dirigente dei BB.CC. Calogero Carbone, pure condannato per falsa testimonianza a beneficio di un noto e potente speculatore edilizio. Occorre porre in essere un’azione ispettiva ad ampio raggio sull’attività di Carbone all’interno della Soprintendenza ai BB.CC. di Agrigento perché questa presenza, oltre a favorire interessi torbidi e spesso illeciti, fornisce l’esempio dell’impunità ed offre garanzie concrete che, operando in modo pessimo, non si viene puniti ma – come avvenuto sino ad oggi – addirittura promossi. Ci attendiamo dall’assessore Armao un’inversione di tendenza molto netta”.












