Attesa, preoccupazione e ansia. Sono queste le sensazioni che sta vivendo gran parte dei seimila abitanti di Lampedusa, triangolino di terra italiana lungo 13 chilometri e largo tre, al centro del canale di Sicilia, più vicino all’Africa che all’Europa. Di fronte le Pelagie, a poche ore di viaggio, se la distanza si copre con barche non potenti, ci sono le coste tunisine e libiche, porti di partenza per migliaia di disperati prima in fuga principalmente da fame e povertà ora anche da guerriglia e sangue: nell’ultima settimana sono arrivati seimila migranti, 38 sono giunti oggi.
Ironia della sorte questi ultimi sono stati salvati, dopo due giorni su una barca in balia del mare in tempesta, dal motopesca mazarese Chiaraluna: un pescherecchio che per ben due volte, nel 2009, era stato sequestrato dalle autorità tunisine e libiche per un presunto sconfinamento marino.
I lampedusani mostrano di avere ancora il nervo scoperto quando sentono parlare di Libia e Gheddafi. Non hanno scordato quando, il 15 aprile 1986, due missili Scud libici furono lanciati contro la base statunitense Loran sull’isola dopo il bombardamento della Libia da parte degli Usa che con l’operazione “Eldorado canyon” volevano eliminare il colonnello.
Giovanni Fragapane, 71 anni, professore di liceo in pensione, pittore per diletto, era sindaco di Lampedusa e Linosa in quegli anni di tensioni geopolitiche. Dice: “Siamo tutti un pò preoccupati per ciò che potrebbe accadere. Siamo, e lo sentiamo sulla nostra pelle, più vicini all’epicentro del problema. Una maggior responsabilità del governo non guasterebbe e poi dov’è l’Unione europea? A che serve questa unione solo per l’euro? Dov’è la solidarietà europea?”.
L’attuale sindaco delle Pelagie, Bernardino De Rubeis, 42 anni, afferma: “C’è grande disperazione e preoccupazione. La bomba politico-sociale esplosa in Libia è devastante: si può riaprire il fronte dei migranti eritrei, nigeriani del centrafrica che si trovano lì, cui si possono aggiungere gli stessi libici, oltre ai tunisini che già stanno migrando. Nel 2008 furono in 36 mila a transitare da Lampedusa. Dal 1997 subiamo i ritmi delle fughe dei migranti: ma l’isola non può essere la piattaforma di persone che fuggono. Chiedo al governo che si attrezzi con l’Ue, devono mandare navi nel Mediterraneo per fronteggiare la marea umana e trasferire le persone subito”.
“Noi siamo sempre pronti – aggiunge – ad accogliere i disperati ma non possiamo collassare, non possiamo accogliere migliaia di persone ogni giorno con rischi di vario tipo a cominciare dalla salute pubblica. Noi non amiamo particolarmente il colonnello Gheddafi. Siamo in presenza di un dittatore che spara sulla testa dei suoi cittadini. È necessario l’intervento dell’Europa e del mondo intero”.
Totò Martello, 54 anni, sindaco di Lampedusa dal ’93 al 2002, è contento per la ventata di libertà positiva per il Mediterraneo che si respira. “Non si può convivere – spiega – coi Paesi rivieraschi avendo la consapevolezza che siano guidati da dittatori. Ciò che viene raccontato dal governo italiano su esodi biblici dimostra che c’è impreparazione, incompetenza e cattiva informazione. Una delle dimostrazioni è che la nostra intelligence, e quindi l’esecutivo, era impreparata all’arrivo di seimila persone in una settimana. Non era stato studiato alcun piano. Berlusconi e Maroni invece di dare solidarietà al territorio italiano al centro degli eventi, cioè Lampedusa, vanno a Catania dove c’è il business”.
“Non esiste – prosegue – un piano di accoglienza in Italia. Il Cie dell’isola era chiuso e il ministro dell’Interno diceva che non lo avrebbe riaperto mentre migliaia di clandestini camminavano per strada. L’attuale giunta comunale preso atto del fallimento della sua amministrazione vuole barattare l’emergenza con assunzioni e finanziamenti”.
Sono 6.300 i migranti arrivati in Italia dall’inizio della crisi in Nord Africa. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al termine della riunione con i colleghi di Francia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro, ha aggiunto che “6.200 sono tunisini: in pochi hanno presentato domande di asilo; quelli che non lo hanno fatto saranno ospitati nei Cie fino a quando non arriverà il nullaosta per il rimpatrio e poi verranno rimpatriati”.
I clandestini, ha ricordato Maroni, “possiamo tenerli nei Cie fino a 6 mesi e la direttiva europea prevede anche un tempo fino a 18 mesi”. Per i rimpatri, ha aggiunto, “sono fondamentali i rapporti bilaterali che noi abbiamo con la Tunisia e con gli altri Paesi della sponda sud del Mediterraneo.
L’accordo con l’Egitto continua a funzionare bene, quello con la Tunisia è più complicato, ci sono procedure lente per il riconoscimento e ci hanno imposti numeri bassi per i rimpatri, ma domani c’è una riunione a Palazzo Chigi per chiedere al nuovo governo tunisino di rinegoziare gli accordi”.
I 6.200 tunisini giunti in Italia, ha concluso il ministro, “sono stati tutti identificati ed attendiamo dalla Tunisia il nullaosta per i rimpatri: naturalmente, se ci dicono che ne possono accettare tre al giorno è un problema”.














