A conclusione della XVII riunione tecnica sulle problematiche vitivinicole organizzata il 31 marzo scorso dall’IRVV (Istituto Regionale della Vite e del Vino) nei locali comunali di Via Allende, il direttore generale, dottor Dario Cartabellotta, ha ritenuto opportuno chiarire quali sono le posizioni ufficiali dell’Istituto sulla pratica della “vendemmia verde”. “L’IRVV non ha mai spinto gli agricoltori a ricorrere a tale sistema – precisa Cartabellotta- che è, per noi, una pratica distruttiva che mira a distruggere il prodotto e non a valorizzarlo. Negli ultimi 15 anni – continua il direttore – la nostra isola è diventata un brand di elevato prestigio dell’enologia internazionale ed evoca territori di straordinaria vocazione vitivinicola, di lunga storicità e forte relazione tra produzioni enologiche, cultura, tradizioni e paesaggio. Purtroppo l’affermazione del vino siciliano e delle cantine che lo rappresentano (circa 1 miliardo di euro di fatturato) non ha comportato una parallela crescita del reddito del viticoltore. Coloro che hanno fatto massiccio ricorso alla vendemmia verde hanno ricavato circa 20 milioni di euro (appena il 2% del fatturato del vino). La maggiore causa di queste conseguenze la si può ricercare, salvo rare eccezioni, nell’inesistenza della filiera. É necessario garantire il reddito del viticoltore, primo anello di quest’ultima, nonché responsabile del mantenimento del paesaggio viticolo e della qualità dell’uva da cui dipende, di conseguenza, la qualità del vino. Bisogna puntare allo sviluppo delle attività di internazionalizzazione delle imprese vitivinicole siciliane per garantire, in futuro, competitività al sistema enologico della regione. Bisogna guardare al mercato e non al contributo per la crescita del valore aggiunto delle cantine che a loro volta devono trascinare il viticoltore come parte di un ingranaggio inscindibile. Indispensabile è anche la tutela delle produzioni enologiche siciliane come il Nero d’Avola il cui prestigio, oggi, è oggetto di svilimento a causa della commercializzazione di prodotti dai nomi “sicilianizzanti” ma in cui l’uva del nobile vitigno probabilmente non è mai entrata. Per scongiurare queste illegalità – conclude Cartabellotta – l’IRVV ha proposto un modello di tutela volontario del Nero d’Avola basato su un disciplinare, un’adesione, una certificazione del prodotto e un’attività di comunicazione e marketing specifica.”
Teresa Monaca












