Si è svolta il 18 maggio, in piazza Cavour a Favara, la manifestazione “Chi è Stato?” organizzata dai ragazzi dell’Associazione Culturale Nicodemo e del Collettivo Ciaula. La manifestazione rientrava all’interno del programma “Notti contro le mafie, parola ai giovani”. All’incontro ha preso parte il procuratore aggiunto di Palermo Ignazio De Francisci e i due giornalisti autori de I misteri dell’agenda rossa Alessandra Ziniti e Francesco Viviano. L’incontro si è svolto volutamente in un luogo aperto, nella piazza principale del paese, per evidenziare la voglia e la necessità di parlare pubblicamente di legalità e di lotta alla mafia. Sulla base di alcune letture tratte dal libro di Ziniti e Viviano, dedicato alla presunta trattativa tra Stato e mafia, gli ospiti hanno intessuto con il pubblico presente un dialogo sui risultati finora ottenuti dalla Stato nella lotta alla criminalità, ma anche sulle numerose ombre che emergono dai processi giudiziari tuttora in atto. Cauto l’atteggiamento del Procuratore De Francisci sulla presenza di una trattativa Stato-mafia, che ha affermato senza alcun dubbio che le vittime delle stagione stragista della mafia sono vittime della mafia stessa, e non di non meglio definiti ‘poteri occulti’ dello Stato, e che tutti i successi della lotta alla mafia sono successi dello Stato e non frutto di compromessi. Più possibilista invece l’atteggiamento dei due giornalisti sulla effettiva consistenza di una trattativa Stato-mafia, i due hanno evidenziato i segnali di ottimismo nel credere in un futuro (prossimo) libero dalla mafia. Al dibattito sono intervenuti diversi giovani dalla platea, cui i giornalisti hanno rivolto l’invito a utilizzare l’arma più efficace nelle mani dei cittadini, ovvero l’espressione libera e incondizionata del voto. Anche l’attuale Commissario al Comune di Favara, Marcello Cascino, ha rivolto i suoi auguri di speranza per una società libera dalla mafia invitando a rivolgere maggiore attenzioni verso l’educazione alla legalità dei giovani. La piazza non è stata piena come ci si aspettava, nonostante l’importanza della tematica affrontata e la levatura degli ospiti, scarsa la presenza dei giovani studenti favaresi (salvo i ragazzi delle due associazioni organizzatrici e di alcuni ragazzi di altri paese della provincia), sparute le presenze dei tanti candidati che in questi giorni si propongono come risolutori di ogni male per la nostra città. Ancora una volta Favara si è mostrata restìa alla partecipazione, allo scendere in piazza anche solo per parlare di un problema che nessuno può ignorare. Non per questo la manifestazione può dirsi non riuscita, perché l’attenzione dei presenti è stata alta e profondamente sentita, ma bisognerà lavorare ancora per portare la gente fuori dalle case, per combattere l’indifferenza e il distacco di alcune fasce di cittadini, per costruire una comunità civica che partecipi, che non si limiti solo ad assistere a quanto succede intorno a lei. Al dibattito ha fatto da cornice l’installazione, di forte impatto, “Cu fu?” di Roberto Pecoraro, diverse sagome, coperte da lenzuola, sparse in tutta la piazza, ma anche all’interno della sala da barba, alludevano ai morti vittime di mafia. Sempre in piazza è andata in scena la performance “Tag Pizzo”, il simbolico funerale di una vittima del pizzo, la performance ha sottolineato il forte senso di religiosità che permea sia la sub-cultura mafiosa, sia la vita della gente onesta. La religiosità mafiosa mette in risalto l’ineluttabilità della morte professata dal pensiero mafioso tramite il rito del giuramento. La religiosità della gente onesta invece mette in risalto l’ineluttabilità della vita, ovvero la forza dirompente della vita che non può essere contrastata, e che contrassegna ogni aspetto dell’esistenza umana, nonostante spesso la vita stessa sia costretta a subire le umiliazioni da parte della mentalità mafiosa. Tutto intorno alla piazza sono state sistemate altre opere: “Tag/CROZZA” di Roberto Pecoraro, tre foto dove l’elemento simbolico religioso del melograno fa da unione ai due teschi, simbolo di rinascita dal peccato e dell’eternità. La video installazione “Tag/PIZZO” di Roberto Pecoraro, dove i due soggetti danzano mentre si rotolano nel pizzo, in quel ricamo che rappresenta simbolicamente la nostra cultura siciliana, fino a soffocarli. Ma nello stesso modo, si srotolano, nel tentativo di sgusciarsi/liberarsi da quella trappola che li avvolge. L’opera di Lorena Rizzo “Sparo che uccide” che riflette invece sul rapporto tra la mafia e l’uomo. L’animo insegna cosa è giusto ma spesso il contesto in cui si vive condiziona l’apprendimento, l’assurdo risiede negli uomini più di quanto l’istinto a giustificarlo possa comprendere. In questa incongruenza, che Lorena Rizzo chiama follia, si ritrova il meccanismo che porta l’omicidio a divenir mito di se stesso. La libertà risiede in ogni passaggio dell’opera. Così dallo sparo libero dagli incanti, alla cenere liberata dai corpi. Vanessa Alessi in “LAMBS” riflette sull’innocenza perduta e sulle vittime sacrificali della nostra società. L’incuria umana e la prevaricazione del potere mafioso impediscono la crescita armonica della nostra società. Tema comune alle opere è la figura dell’agnello, simbolo di innocenza, di vittima sacrificale, ma anche – si spera- di risurrezione. Per l’occasione la biblioteca comunale è rimasta aperta fino a tardi con l’esposizione di una serie di importanti testi sul fenomeno mafioso.

















