Come nickname usavano espressioni siciliane tipo “s’abbenedica” o “malupilu”, quest’ultimo soprannome legato ai capelli rossi di uno dei protagonisti delle conversazioni, l’imprenditore agrigentino Carmelo Marotta arrestato oggi insieme a 9 presunti favoreggiatori del capomafia Giuseppe Falsone. Per evitare di essere intercettati, durante la latitanza del padrino, arrestato a Marsiglia un anno fa, facevano ricorso a skype.

Dalle indagini è venuto fuori che il boss “parlava” ai suoi anche via email. Ma, preoccupato di essere rintracciato, usava un metodo spesso utilizzato dai trafficanti di droga per ordinare le partite di stupefacente: le email venivano salvate in una casella postale di cui Falsone e i favoreggiatori conoscevano la password. Quindi i messaggi restavano in bozza e venivano letti senza essere spediti, e quindi intercettati, da tutti quelli che conoscevano la parola chiave della casella postale. Poi venivano cancellati.


L’indagine, che ha evidenziato i ruoli di spicco tra i favoreggiatori di Marotta e dell’imprenditore favarese Salvatore Morreale, ha fatto scoprire una capillare rete di estorsioni gestite dai clan agrigentini e messo in luce la stretta compenetrazione tra settori dell’imprenditoria e le cosche. Gli inquirenti hanno accertato che Marotta e Morreale, fedelissimi di Falsone, fornirono al boss allora latitante identità di copertura, mentre questi era a Marsiglia, “rubando” le generalità di alcuni loro operai.

Importante il materiale informatico sequestrato a Marotta, prova dei suoi rapporti col boss, che aveva realizzato all’interno della sede della sua impresa un vero e proprio bunker in cui nascondeva hard disk e documenti compromettenti.

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