Il percorso di collaborazione, seppur validamente intrapreso dall’ex boss di Racalmuto, Maurizio Di Gati, al processo “Alta Mafia” risulta meramente iniziale. È quanto affermano i giudici della Corte di Cassazione nel motivare la sentenza che conferma la condanna a 5 anni per l’antagonista di Giuseppe Falsone. Di Gati si consegna ai carabinieri alla fine del 2006 e l’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta “Alta Mafia” è datata marzo 2004. Il mafioso di Racalmuto esordisce al processo da pentito ma non aggiunge nulla alle indagini, perché il quadro probatorio – secondo la Suprema Corte – è già sufficientemente articolato. L’imputato poi ha avuto un ruolo preminente e propulsivo in Cosa Nostra sia nel controllo del territorio, che nei fatti di sangue. Per questo, in primo grado, in appello e tra i giudici di legittimità, Di Gati non avrà sconti a quella condanna a 5 anni di carcere, che non tiene conto delle attenuanti riservate ai collaboratori di giustizia.
Chi invece si è vista ridimensionare la propria condanna è stato ad esempio, il personaggio attorno al quale ruota l’inchiesta “Alta Mafia”. L’ex deputato regionale Vincenzo Lo Giudice passa dai 16 anni e 8 mesi di carcere del primo grado, agli 11 anni e 4 mesi dell’appello, ai 10 anni della Cassazione. Gli “ermellini” hanno fatto cadere il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso perché su Lo Giudice non emergerebbe alcun elemento tale da dimostrare “la sussistenza di una coscienza e volontà di far parte di Cosa Nostra per apportarvi anche un minimo contributo”. La Suprema Corte non ravvisa nemmeno l’adesione del politico canicattinese alle finalità dell’organizzazione criminale. Escluso anche il concorso esterno. Anche per i giudici di secondo grado l’imputato non agevola, né conserva, né rafforza l’associazione mafiosa.
Nello stesso troncone ordinario erano imputati l’empedoclino Salvatore Iacono, ex capo del Genio Civile di Caltanissetta, il riesino Salvatore Giambarresi, già comandante della Polizia Municipale di Canicattì, e i canicattinesi Salvatore Failla, ex presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari di Agrigento, e Salvatore Curtopelle, legale rappresentante della cooperativa che avrebbe dovuto gestire i terreni confiscati ai Guarneri. Iacono era stato assolto per prescrizione del reato dalla Corte d’Appello di Palermo e la Cassazione ha confermato la sentenza.
L’annullamento con rinvio invece era stato disposto dai giudici di legittimità per Giambarresi, assolto con prescrizione in secondo grado. Annullate le condanne di Failla e Curtopelle, il primo destinatario di una pena a 4 anni in appello, il secondo assolto per prescrizione del reato decise di andare fino in fondo. In questo caso, per gli “ermellini”, la questione va rimessa al giudice civile competente per valore in grado di appello”.












