Nel rispetto della democrazia e della pluralità d’informazione che ha sempre contraddistinto la nostra testata, riceviamo e pubblichiamo integralmente una lettera, definita dallo stesso autore, in controtendenza con le decisioni della Chiesa , circa il processo di canonizzazione del giudice Rosario Livatino.
Di seguito il teso integrale della lettera.
Caro Direttore di CanicattìWeb,
ora che i riflettori si sono spenti sulla settimana della legalità caratterizzata dall’avvio del processo diocesano di canonizzazione del Giudice Rosario Livatino, mi permetta di dare spazio alla ragione. Non alla ragione contro il sentimento che ha pervaso questi giorni di ricordo, ma alla voce della ragione confortata dalla voce del sentimento.
Le manifestazioni civili e religiose ora sono finite, rimane la commozione che suscita il pensiero dell’atroce fine di un giovane magistrato del Tribunale di Agrigento, il Dr. Rosario Livatino. Così come ci commuoviamo al ricordo dell’altrettanta atroce fine di uno dei più importanti ed alti magistrati siciliani, canicattinese d’adozione, il Presidente della Corte d’Appello Dr. Antonino Saetta e del proprio figlio Stefano per la cui uccisione si sarebbero scomodate, come parrebbe, le massime “autorità” regionali del terrorismo mafioso a dimostrazione dell’importanza strategica di quell’atto terroristico che ha sconvolto, molto più di tanti altri eccidi, la coscienza dei magistrati italiani i quali, per la prima volta, si videro colpiti nei propri organi deliberanti e non inquirenti come mai era avvenuto prima.
Rosario Livatino e Antonino e Stefano Saetta sono vittime della mano assassina di quel cancro che è la mafia. Così come Borsellino, Falcone, Chinnici, Costa, Russo, Ciaccio Montalto, Rostagno, Cassarà, Fava, Boris Giuliano, Libero Grassi, il castrofilippese Bartolotta, Mario Francese, Zuccarello, Pietro Scaglione, Francesca Morvillo, Antiochia, Carlo Alberto dalla Chiesa, Peppino Impastato, Guazzelli, il giornalista Alfano, Setti Carraro, i capitani dei carabinieri Emanuele Basile e Mario D’Aleo ed i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici, Mattarella, Pio La Torre, Cesare Terranova, Mancuso, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina, Vito Schifani, Rocco Dicillo, i professori Bosio e Giaccone e tutti gli altri i cui nomi in questo momento non mi vengono in mente. Tutti vittime della loro ostinata resistenza ad una pressione mafiosa che da decenni condiziona, senza sconti, la vita economica, politica, sociale della Sicilia.
Quella mafia che, pur avendo spesso un nome ed un cognome, purtroppo un esasperato ed ingiustificato garantismo non riesce ad assicurare alle patrie galere in tempi ragionevoli e per il tempo necessario a farla redimere, anche per dare allo Stato la credibilità che i cittadini auspicano. Quella mafia che attende ancora una rivolta morale della gente, della società, forse anche della Chiesa. Perché, non possiamo dimenticarlo, la cosa che più ha fatto clamore dopo l’uccisione di Livatino è stato l’anatema del Papa contro la mafia: “mafiosi, convertitevi”. Un anatema che è suonato nella valle dei templi non soltanto come un atto di condanna verso i mafiosi ma anche e, forse soprattutto, come una esortazione al mondo ecclesiastico che non si era appieno accorto, prima di allora, che la mafia era un bubbone pestilenziale che si infiltrava nel tessuto sociale.
Forse quell’anatema del Papa avrebbe fatto minor chiasso se dai pulpiti delle Chiese siciliane quel grido fosse stato lanciato, con analoga forza, ancor prima della morte di Rosario Livatino di Antonino e Stefano Saetta.
Oggi, la Chiesa, quasi a volersi redimere, tenta di innalzare sugli altari la pur eroica figura di Livatino forse pur non riconoscendolo, ragionevolmente, detentore delle eroiche virtù che si richiedono ad un uomo per diventare Santo come la vita contemplativa o la pratica quotidiana della carità, dell’aiuto ai bisognosi, della sofferenza quotidiana per il bene altrui, dell’abbandono delle agiatezze della vita terrena a beneficio dei più deboli. Forse la Chiesa non poteva e non voleva rimanere fuori da una vicenda di grande impatto sociale com’è in Sicilia la frequente tragedia provocata dalla violenza mafiosa.
In questi casi, si sa, basta che qualcuno lanci la prima pietra, poi gli altri vengono tutti dietro. Guai oggi, infatti, a star fuori dal coro, a non condividere la scelta di elevare sull’altare della beatificazione un uomo che, è vero, visse la propria vita con alto senso del dovere, nel rispetto dei principi morali, timorato da Dio, rispettoso della famiglia, praticante della religione di Cristo, assumendo un comportamento quasi monastico che lo portò a vivere, però, ai margini della vita sociale nel timore di esserne condizionato o contagiato. Egli fu, è vero, un uomo che chiuse la propria vita terrena con una fine atroce, aggravata dalla giovane età e dal grande dolore che ne derivò agli anziani genitori.
Io non so se il Dr. Livatino abbia vissuto una vita infarcita delle virtù necessarie ad essere elevato in futuro sull’altare della beatificazione, ma so di certo che il coro che oggi si innalza dai compagni di scuola, dagli insegnanti, dalla Chiesa stessa è forse condizionato dall’atrocità dell’evento che ha causato la sua morte sino ad enfatizzarne aspetti che, viceversa, andrebbero ricondotti nella più normale dimensione che ad essi compete.
Livatino non è e non può essere un fenomeno mediatico ingigantito, sicuramente con amore e buona fede, da chi in vita gli ha voluto molto bene e, ora che è morto, gliene vuole ancora di più. Egli è semplicemente un uomo che ha vissuto la propria vita nella normalità, se volete nella normalità del giusto, dell’onesto e del probo. Così come una miriade di uomini e donne vivono, pur ignorati dai media, dagli storici e dai chierici.
Mi pare che in questa vicenda in molti stiano perdendo il senso dell’equilibrio e della misura dando l’impressione, spero sbagliata, che la beatificazione del Dr. Livatino risponda più all’egoismo di personali gratificazioni dei proponenti anzichè alla reale e sentita volontà di elevare sugli altari uno sfortunato operatore di giustizia.
Sin da quando ero piccolo mi hanno sempre insegnato che il “Santo” è chi certamente in vita ha le qualità del Dr. Livatino ma ad esse deve aggiungere altre virtù, quelle eroiche, come quell’aspetto contemplativo ed ascetico o di sincera condivisione dei dolori altrui anche a repentaglio della propria vita.
Livatino rimane, come tutti gli altri caduti a causa dell’intransigenza della propria personale attività professionale, un eroe da additare alle giovani generazioni quale modello di vita da imitare. Ma da qui a volerlo elevare sull’altare di Santa Maria Goretti o di San Sebastiano, di San Francesco o di San Giuseppe credo che ne corra e ne corra molto. A meno che il processo di beatificazione abbia risvolti di personali gratificazioni che superano abbondantemente quelli dell’oggettiva valutazione delle virtù del Dr. Livatino.
Proprio il Dr. Rosario Livatino, primo fra tutti, ne sono certo, oggi da Lassù si meraviglia di una procedura a proprio beneficio che ha assunto da molto tempo risvolti mediatici incompatibili col carattere schivo e riservato che lo caratterizzò in vita.
Voglio chiudere queste mie riflessioni invitando i vari organizzatori di eventi commemorativi di eroi dei nostri tempi a non celebrare la domenica alcune ricorrenze di eroi dell’antimafia ed il sabato le ricorrenze degli altri. Questo non è il campionato di calcio dove il sabato si giocano i tornei di serie B e la domenica quelli di serie A. La morte è una “livella” che equipara tutti, soprattutto coloro che sono morti per la medesima causa. Non vi sono morti di serie A e morti di serie B. Oppure ci vuole fortuna anche a morire?












