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Canicattì, l’opinione di un lettore in controtendenza a proposito della beatificazione del giudice Livatino.

Scritto da il 30 settembre 2011, alle 07:23 | archiviato in Canicattì, Costume e società, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Nel rispetto della democrazia e della pluralità d’informazione  che ha sempre contraddistinto la nostra testata, riceviamo e pubblichiamo integralmente  una lettera,  definita dallo stesso autore, in controtendenza  con le decisioni della Chiesa , circa il processo di canonizzazione del giudice Rosario Livatino.

Di seguito il teso integrale della lettera.

Caro Direttore di CanicattìWeb,

ora che i riflettori si sono spenti sulla settimana della legalità caratterizzata dall’avvio del processo diocesano di canonizzazione del Giudice Rosario Livatino, mi permetta di dare spazio alla ragione. Non alla ragione contro il sentimento che ha pervaso questi giorni di ricordo, ma alla voce della ragione confortata dalla voce del sentimento.

Le manifestazioni civili e religiose ora sono finite, rimane la commozione che suscita il pensiero dell’atroce fine di un giovane magistrato del Tribunale di Agrigento, il Dr. Rosario Livatino. Così come ci commuoviamo al ricordo dell’altrettanta atroce fine di uno dei più importanti ed alti magistrati siciliani, canicattinese d’adozione, il Presidente della Corte d’Appello Dr. Antonino Saetta e del proprio figlio Stefano per la cui uccisione si sarebbero scomodate, come parrebbe, le massime “autorità” regionali del terrorismo mafioso a dimostrazione dell’importanza strategica di quell’atto terroristico che ha sconvolto, molto più di tanti altri eccidi, la coscienza dei magistrati italiani i quali, per la prima volta, si videro colpiti nei propri organi deliberanti e non inquirenti come mai era avvenuto prima.

Rosario Livatino e Antonino e Stefano Saetta sono vittime della mano assassina di quel cancro che è la mafia. Così come Borsellino, Falcone, Chinnici, Costa, Russo, Ciaccio Montalto, Rostagno, Cassarà, Fava, Boris Giuliano, Libero Grassi, il castrofilippese Bartolotta, Mario Francese, Zuccarello, Pietro Scaglione, Francesca Morvillo, Antiochia, Carlo Alberto dalla Chiesa, Peppino Impastato, Guazzelli, il giornalista Alfano, Setti Carraro, i capitani dei carabinieri Emanuele Basile e Mario D’Aleo ed i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici, Mattarella, Pio La Torre, Cesare Terranova, Mancuso, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina, Vito Schifani, Rocco Dicillo, i professori Bosio e Giaccone e tutti gli altri i cui nomi in questo momento non mi vengono in mente. Tutti vittime della loro ostinata resistenza ad una pressione mafiosa che da decenni condiziona, senza sconti, la vita economica, politica, sociale della Sicilia.

Quella mafia che, pur avendo spesso un nome ed un cognome, purtroppo un esasperato ed ingiustificato garantismo non riesce ad assicurare alle patrie galere in tempi ragionevoli e per il tempo necessario a farla redimere, anche per dare allo Stato la credibilità che i cittadini auspicano. Quella mafia che attende ancora una rivolta morale della gente, della società, forse anche della Chiesa. Perché, non possiamo dimenticarlo, la cosa che più ha fatto clamore dopo l’uccisione di Livatino è stato l’anatema del Papa contro la mafia: “mafiosi, convertitevi”. Un anatema che è suonato nella valle dei templi non soltanto come un atto di condanna verso i mafiosi ma anche e, forse soprattutto, come una esortazione al mondo ecclesiastico che non si era appieno accorto, prima di allora, che la mafia era un bubbone pestilenziale che si infiltrava nel tessuto sociale.

Forse quell’anatema del Papa avrebbe fatto minor chiasso se dai pulpiti delle Chiese siciliane quel grido fosse stato lanciato, con analoga forza, ancor prima della morte di Rosario Livatino di Antonino e Stefano Saetta.

Oggi, la Chiesa, quasi a volersi redimere, tenta di innalzare sugli altari la pur eroica figura di Livatino forse pur non riconoscendolo, ragionevolmente, detentore delle eroiche virtù che si richiedono ad un uomo per diventare Santo come la vita contemplativa o la pratica quotidiana della carità, dell’aiuto ai bisognosi, della sofferenza quotidiana per il bene altrui, dell’abbandono delle agiatezze della vita terrena a beneficio dei più deboli. Forse la Chiesa non poteva e non voleva rimanere fuori da una vicenda di grande impatto sociale com’è in Sicilia la frequente tragedia provocata dalla violenza mafiosa.

In questi casi, si sa, basta che qualcuno lanci la prima pietra, poi gli altri vengono tutti dietro. Guai oggi, infatti, a star fuori dal coro, a non condividere la scelta di elevare sull’altare della beatificazione un uomo che, è vero, visse la propria vita con alto senso del dovere, nel rispetto dei principi morali, timorato da Dio, rispettoso della famiglia, praticante della religione di Cristo, assumendo un comportamento quasi monastico che lo portò a vivere, però, ai margini della vita sociale nel timore di esserne condizionato o contagiato. Egli fu, è vero, un uomo che chiuse la propria vita terrena con una fine atroce, aggravata dalla giovane età e dal grande dolore che ne derivò agli anziani genitori.

Io non so se il Dr. Livatino abbia vissuto una vita infarcita delle virtù necessarie ad essere elevato in futuro sull’altare della beatificazione, ma so di certo che il coro che oggi si innalza dai compagni di scuola, dagli insegnanti, dalla Chiesa stessa è forse condizionato dall’atrocità dell’evento che ha causato la sua morte sino ad enfatizzarne aspetti che, viceversa, andrebbero ricondotti nella più normale dimensione che ad essi compete.

Livatino non è e non può essere un fenomeno mediatico ingigantito, sicuramente con amore e buona fede, da chi in vita gli ha voluto molto bene e, ora che è morto, gliene vuole ancora di più. Egli è semplicemente un uomo che ha vissuto la propria vita nella normalità, se volete nella normalità del giusto, dell’onesto e del probo. Così come una miriade di uomini e donne vivono, pur ignorati dai media, dagli storici e dai chierici.

Mi pare che in questa vicenda in molti stiano perdendo il senso dell’equilibrio e della misura dando l’impressione, spero sbagliata, che la beatificazione del Dr. Livatino risponda più all’egoismo di personali gratificazioni dei proponenti anzichè alla reale e sentita volontà di elevare sugli altari uno sfortunato operatore di giustizia.

Sin da quando ero piccolo mi hanno sempre insegnato che il “Santo” è chi certamente in vita ha le qualità del Dr. Livatino ma ad esse deve aggiungere altre virtù, quelle eroiche, come quell’aspetto contemplativo ed ascetico o di sincera condivisione dei dolori altrui anche a repentaglio della propria vita.

Livatino rimane, come tutti gli altri caduti a causa dell’intransigenza della propria personale attività professionale, un eroe da additare alle giovani generazioni quale modello di vita da imitare. Ma da qui a volerlo elevare sull’altare di Santa Maria Goretti o di San Sebastiano, di San Francesco o di San Giuseppe credo che ne corra e ne corra molto. A meno che il processo di beatificazione abbia risvolti di personali gratificazioni che superano abbondantemente quelli dell’oggettiva valutazione delle virtù del Dr. Livatino.

Proprio il Dr. Rosario Livatino, primo fra tutti, ne sono certo, oggi da Lassù si meraviglia di una procedura a proprio beneficio che ha assunto da molto tempo risvolti mediatici incompatibili col carattere schivo e riservato che lo caratterizzò in vita.

Voglio chiudere queste mie riflessioni invitando i vari organizzatori di eventi commemorativi di eroi dei nostri tempi a non celebrare la domenica alcune ricorrenze di eroi dell’antimafia ed il sabato le ricorrenze degli altri. Questo non è il campionato di calcio dove il sabato si giocano i tornei di serie B e la domenica quelli di serie A. La morte è una “livella” che equipara tutti, soprattutto coloro che sono morti per la medesima causa. Non vi sono morti di serie A e morti di serie B. Oppure ci vuole fortuna anche a morire?



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26 Risposte per “Canicattì, l’opinione di un lettore in controtendenza a proposito della beatificazione del giudice Livatino.”

  1. S.T. ha detto:

    Concordo in toto con quanto puntualmente esternato dall’estensore della nota e, mi permetto di aggiungere che per un VERO SANTO quale è per tantissimi PADRE GIOACCHINO la chiesa non ha mosso un dito.Sfido chiunque a smentirmi: da ricco si è fatto povero, missionario tra i derelitti, caritatevole, arrivò persino all’autofustigazione per i peccati commessi da altri… Con tutto il dovuto rispetto al dr. Livatino, uomo di elevato spessore civile e morale ma non c’è paragone che possa reggere… Uomo liggio al dovere, sarà stato pure cattolico osservante e praticante ma SANTO NO! Mi si consenta dissentire da una non dimostrata santità. La chiesa abbia un pò di attenzione per i veri SANTI: PADRE GIOACCHINO LA LOMIA+.

  2. valeria ha detto:

    Parole sacrosante..concordo pienamente e condivido in tutto e per tutto il contenuto di questa lettera pur ribadendo la profonda devozione per la persona del giudice Livatino e l’ammirazione e il grandissimo rispetto per tutti i caduti di mafia che hanno provato a tirar fuori la Sicilia (e forse anche l’Italia) da questo cancro malefico che oscura tutto il buono che c’è in questa terra siciliana.

  3. Blasco ha detto:

    La riflessione è certamente arguta, e forse il Dr Rosario Livatino non ha avuto in vita tutte “le necessarie qualità” per essere elevato agli onori degli Altari, e probabilmente proprio per la sua vita schiva da lassù, si meraviglia. Però ci sono due elementi sostanziali da precisare, il primo è legato alla natura “giuridco ecclesistica” dell’evento, siamo in presenza soltanto “…dell’avvio….” del processo di beatificazione, in buona sostanza per diventare Santo necessitano almeno due miracoli accertati e riconosciuti dalla Chiesa, avvenuti per sua intercessione. E comunque l’avvio di questo processo, sopratutto nella nostra epoca, è certamente un elemento di riflessione positiva che può aiutare noi tutti a fare giusto discernimento sui reali valori da perseguire nella vita di oggi. Se poi il buon Dio, lo ritiene “arruolato” nella schiera dei Santi non mancherà di darcene…..come dire “Comunicazione”.

  4. Antonio ha detto:

    In questo paese, pervaso dal malcostume e dalla pochezza di sani valori, sono così poche le persone che fanno semplicemente il proprio dovere da diventare santi.
    Una società “sana” non dovrebbe avere bisogno di santi e tantomeno eroi.

  5. giusi ha detto:

    Condivido totalmente il pensiero dell’ autore di questa lettera, penso che Livatino come tutti gli altri meritino la nostra stima, il nostro rispetto e ammirazione perchè i pochi che hanno saputo guardare oltre la PAURA!!!
    Livatino è stato e deve rimanere un uomo che ha svolto il proprio lavoro con coscienza e determinazione, senza alcun condizionamento, in una terra dove è quasi impossibile farlo, è stato ciò che ognuno di noi nella normalità dovrebbe essere, un uomo con molto senso civico che ha fatto di tutto , compreso morire, per le idee in cui credeva,idee tra le altre cose che dovrebbero essere condivise da tutto il genere umano!!!!
    I Santi sono santi e gli uomini VERI sono un’ altra cosa!!!!
    Grazie all’ autore della lettera e a voi per averla pubblicata: finalmente una voce fuori dal coro che dimostra di usare la testa!!!!

  6. salvatore ferrara ha detto:

    Nota sincera e ponterata che condivido in toto, e che dovrebbe far riflettere tante persone ed istituzioni ecclesiastiche. Un plauso all’autore.

  7. fabio ha detto:

    “Mi pare che in questa vicenda in molti stiano perdendo il senso dell’equilibrio e della misura dando l’impressione, spero sbagliata, che la beatificazione del Dr. Livatino risponda più all’egoismo di personali gratificazioni dei proponenti anzichè alla reale e sentita volontà di elevare sugli altari uno sfortunato operatore di giustizia.”

    sono d’accordo. anche a me sembra vero tutto quello che scrivi. fermo restando dell’eroicità della persona, del suo sacrificio, del suo lavoro in prima linea, è proprio quello che penso vedendo come tutti ADESSO e non ALLORA si sono presi cura di questa persona lo hanno sorretto e hanno condiviso le sue battaglie.
    fabio

  8. salvatore ha detto:

    La santita’ non e’ un privilegio di pochi, perche’ possono essere divini tutti i cammini dela terra,tutte le condizioni di vita,tutte le professioni,tutte le occupazioni oneste. quindi se hai lavorato bene hai compiuto il Tuo miracolo perche hai aiutato gli altri….

  9. indignato ha detto:

    vorrei sentire anche le parole e i pensieri di chi in passato si è imbattuto in processi e accuse enfatizzate e montate sol per far carriera! La gente che magari ha avuto la vita rovinata sol perché un giudice “ragazzetto” forse frustrato dal suo modo di vivere avulso dalla società aveva voglia di vendicarsi ingiustificatamente ai danni di persone innocenti! Per carità di Dio rispetto la figura dell’operatore giudiziario e condanno qualunque atto di atroce violenza, ma da qui a fare santo un uomo come tanti per pregi e difetti e peccati consentitemi che ce ne passa!

  10. Punto di vista ha detto:

    La lettera non è firmata ma ha quegli elementi propri di un pensiero ben ponderato e scritto con tutta umiltà.
    Và dato merito alla Redazione di CanicattiWeb di avere avuto il coraggio di pubblicarla e ,con ciò, sottofirmandone,senza riserve, il contenuto.

  11. IloveCanicattì ha detto:

    Rosario Livatino a differenza di illustri Martiri come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, ha rinunciato alla scorta consapevole che se avessero voluto ucciderlo lo avrebbero fatto comunque insieme alla scorta stessa.
    Chi di noi sapendo di potere vivere un solo giorno in più non si sarebbe fatto dare la scorta e la macchina blindata?
    Questo potrebbe essere solo un esempio per capire l’eccezionalità della persona di Rosario Livatino che con questa scelta ha dimostrato un amore smisurato per il valore della vita.
    Se nell’era di facebook vi aspettate che il santo debba possedere per forza il saio e magari parlare agli uccellini non avete capito niente.
    Io non so se un giorno Rosario Livatino sarà beato o magari Santo ma di certo non toccherà a noi giudicare se meritevole o meno e non pensiate comunque che sia cosa banale diventarlo perché la Chiesa ha iter molto rigorosi.
    All’ autore della lettera voglio dire che mi auguro che sia una persona zelante, rispettosa delle regole e delle persone e soprattutto “intransigente” nel giusto, poiché nella società senza ideali in cui viviamo, devastata dall’ odio e dal male, molte persone predicano bene ma razzolano male e magari cercano di fare passare eroi del nostro tempo come dei semplici personaggi che si sono fatti ammazzare perché il loro ruolo, in qualche modo, glielo imponeva.
    A sentire quasi tutti i commenti provo solo vergogna per voi.

  12. libero ha detto:

    non si puo’ non condividere questa magnifica lettera . credo che di miracoli in vita non ne’ abbia compiuti, e tutta questa storia e’ cominciata solo perche’ a qualchuno e’ apparso in sogno ,se questo puo’ giustificare tutta la vicenda la chiesa e’ veramente messa male.conosco personalmente diverse persone che hanno avuto a che fare con lui ed onestamente mi riportano alle parole dell’indignato

  13. Leninfan ha detto:

    dissento dalla lettera.

    Sono ateo e laico, ritengoche la canonizzazione del dr Livatino rientri in una specie di premio ex post.

    Si potrebbe-a contrario- ragionare sul fatto che Livatino sia stato ucciso da persone molto credenti quali sono i mafiosi.
    Penso sia una enorme ipocrisia stare lì a stabilire se abbia fatto o no un miracolo. Il vero miracolo è stato lottare contro una relatà collusa ( ivi comprese le istituzioni ecclesiastiche) silenti per anni su quanto stava accadendo nella nostra terra

  14. UN CITTADINO ha detto:

    Ho letto le riflessioni di chi ha voluto esternarci il proprio pensiero sull’avviato processo di canonizzazione del Giudice Livatino. Ne condivido alcune parti, segnatamente sulla necessità di stabilire una sorta di “par condicio” tra le vittime della mafia oggi trattate palesemente in modo diverso in dipendenza degli atteggiamenti mediatici o politici o amicali.
    Certamente Livatino, sotto molteplici aspetti, presenta caratteristiche personali e professionali che lo elevano ad altissimi livelli di considerazione. Ma non si può dimenticare, per rimanere sul nostro territorio, la figura elevatissima del dr. Antonino Saetta, certamente magistrato di elevatissimo rango cui vennero attribuiti incarichi professionali molto importanti coerentemente ai livelli gerarchci conseguiti. Entrambe le morti sono sopraggiunte probabilmente inaspettate poiché entrambi i nostri illustri e famosi concittadini si muovevano senza scorte. Nel caso di Saetta è da sottolineare che la mancanza di scorta nei suoi spostamenti mi sembra essere stata una singolare carenza poiché egli aveva presieduto con serietà e con rigore processi molto importanti e si accingeva, pare, a presiedere l’appello del cosiddetto maxiprocesso alla mafia palermitana. Ciò evidentemente lo esponeva al rischio di reazioni plateali, come si sono avverate, da parte della mafia stragista di quel periodo. Ovviamente questo è il “senno di poi”, lo so.
    Non entro nel merito del processo di canonizzazione di Rosario Livatino, che ho a malapena conosciuto e di cui ho sempre sentito esaltare le doti di perbenismo, di intransigenza, di religiosità.
    Ma sento il dovere di riferire, per quanto ho sentito, delle elevatissime doti di perbenismo, di equilibrio professionale, di grande attaccamento alla famiglia, ai figli, alla moglie, ai nipoti del Presidente Antonino Saetta.
    Quando si muore come sono morti i nostri due eroi io credo che l’odore di santità si respiri a pieni polmoni, soprattutto quando si è involontaria causa della morte di altri innocenti.
    Auguriamoci che la polemica sulla affermata o negata santità dei morti si chiuda al più presto, ma ricordiamoci sempre di rispettarne la memoria additandoli alle future generazioni quale esempio di lealtà, di fedeltà allo Stato ed alla società, di coraggio e, insieme, di sfortuna.

  15. Gaetano ha detto:

    Un plauso all’autore della lettera.

  16. realista ha detto:

    mi sa che in base a questi commenti, in ”controtendenza” si trovi la chiesa rispetto appunto all’opinione generale….

  17. noncipossocredere ha detto:

    Il detto per cui nessun profeta è ben accetto in patria si esprime oggi nella sua interezza e scoppia come una liberazione, quando, finalmente qualcuno, che rispetto ma non condivido affatto, esprime il suo pensiero. Io non so chi sia l’autore di questa lettera, ma evidentemente devo credere che sia una persona che ha conosciuto profondamente il giudice Livatino, visto che può dire che non gli pare che lo stesso possegga quelle virtù prorpie dei santi. Certo è difficile accettare come esempio da accreditare Rosario Livatino, perchè tutti abbiamo la presunzione di conoscere e giudicare le persone soprattutto quelle del nostro paese. Io non so se il giudice abbia quelle virtù nascoiste per cui merita di essere innalzato algi onori dell’altare, ma credo alle parole di quella donna che dice di avere avuto una visione in cui il giudice gli è apparso, parlato, e interceduto per guarirla da un male incurabile. E soprattutto mi fido delle valutazioni che la chiesa saprà fare, nel giudiicare la santità di quest’uomo. Mi pare poi che tanti sacerdoti abbiano fatto tanto contro la mafia, e siano stati uccisi basti pensare a don puglisi. La chiesa non fa santi per giustificarsi fa santi, ma Dio si serve di qualche persona perchè vuole parlarci e dirci qualche cosa di importante. Più c he andare a ricercare le eventuali virtù di santità di LOivatino, cerchiamo di capire cosa invece vuol dirci Dio attraverso questa persona. La santità è qualcosa di diverso di quello che pensiamo guardiamo per esempio a Gianna Beretta Molla, lo stereotipo di santità che avevamo prima non esiste più. Credo che bisogna riflettere su questo su cosa sia veramente la santità scopriremo forse che Livatino si ci avvicina molto anzi moltissimo del resto lo ha detto in primis Giovanni Paolo II e chi conosce la santità meglio di Lui…..

  18. Sweet Rinazzi ha detto:

    Mi piace pensare che, nonostante la definizione del pensiero dell’estensore della lettera sia stato definito “in controtendenza”, questa definizione non corrisponda al vero (anche se temo che la realtà dei fatti non mi dia esattamente ragione) ed immaginare che il popolo canicattinese sia dotato di una ragionevolezza tale da far discernere fra la vita di uno zelante e sicuramente ligio uomo dello stato (come tantissimi altri che hanno pagato lo stesso obolo alla società ed al sistema criminale che ci circonda) e la necessità, l’impellenza di ricercare – anche forzando le regole del più elementare buon senso – un nuovo riferimento che possa colmare l'”intangibilità” di quelli quotidianamente seguiti dalla società cattolica locale.
    Chapeau all’autore.

  19. Diego ha detto:

    Dio ci chiama tutti alla santità,ogni uomo sarà giudicato ma solo da Dio.
    Certo la chiesa cattolica è chiamata ad evidenziare qualche suo figlio che ha dato testimonianza particolare di “fede” per aiutare a vivere una vita cristiana ad altri.
    Dichiarare se Livatino,papa giovanni o altri sono santi, al buon Cristiano non gli cambia la vita.Pensate che tutti i santi che si venerano siano stati veramente da imitare?no, assolutamente,l’unico vero santo come insegna la stessa chiesa cattolica è Gesù Cristo il figlio di Dio,Grazie e il Signore abbia misericordia di tutti noi e ci benedica..

  20. salvatore presti ha detto:

    Gentile estensore della lettera, i suoi dubbi e la sua posizione sulla Causa di Beatificazione di Rosario Livatino sono espressi con apparente chiarezza di linguaggio e sembrano frutto di una riflessione ben argomentata. In realtà la sua, pur legittima, opinione, oscilla precariamente su versanti variegati.
    Toccando con sottesa animosità, ma non altrettanta profondità, temi di vertiginosa portata.
    L’intero Suo frastagliato ragionamento scaturisce da una visione del mondo oggi di moda presso i santuari del laicismo esasperato imperante sui media ma si risolve, scusi la franchezza, nell’ approssimazione. Tralascio le punte di acidità nei confronti dei cosiddetti proponenti della Causa, sarebbe davvero triste che il focus della questione si esaurisse a polemiche personali, intestine e/o territoriali.
    Tuttavia non posso non evidenziare la frase con cui chiude il passaggio: “uno sfortunato operatore di giustizia”. La bellezza quasi “santificante” (perdoni l’ironia) dell’espressione “operatore di giustizia” si coniuga con un infelice aggettivo da rotocalco: “sfortunato?” . E’ questa la prospettiva con cui leggere la storia di Livatino e di tutti coloro che sono stai trucidati dalla mafia. Semplicemente la sfortuna li ha condannati alla morte? E che tipo di sfortuna? Quella di stampo cabalistico, il tragico destino greco o la casualità?

    Lei esordisce con un richiamo alla Ragione unita al sentimento, spia di una prospettiva di stampo tardo illuminista con venature di romanticismo che vede nelle “magnifiche sorti e progressive” l’unico strumento di lettura del mondo e della realtà. Senza andare troppo lontano nel tempo già il nostro conterraneo Sciascia, senza scomodare Leopardi e Pirandello, ne demolì la pretesa di assolutezza e nel suo percorso artistico e di impegno civile ne decretò, con lucidissime argomentazioni, i limiti e la consunzione.
    La ragione è uno strumento straordinario di lettura del mondo ma quando diventa hegelianamente totalitaria, (“la notte in cui tutte le vacche sono nere”) e attraversa con Nietzsche la “morte di Dio” partorendo quindi razionalismo e/o riduzionismo e/o nichilismo, genera i mostri della modernità, guerre mondiali, stragi e fasci-nazi- comunismi compresi. Tale equivoco è stato bene intercettato recentemente da Benedetto XVI e anzi credo sia proprio il cuore del Suo Pontificato: il declino della modernità è tutto nell’eclissi del pensiero ellenico. La distorsione razionalista e i suoi derivati hanno provocato la de-ellenizzazione del pensiero in Occidente, detto in altri termini abbiamo rimosso le fondamenta e la ricerca autentica del “verum, pulchrum et Bonum” per indossare occhiali con lenti di vario colore (gli “ismi”).
    La Sua tesi ha fondamenta assai fragili. Il discorso è accattivante sul piano strettamente “sociale” ma esprime una posizione che parte da presupposti (intuibili tra le righe) altamente discutibili sul piano filosofico e teologico.
    Insomma una bella casetta vista da fuori ma ad uno sguardo attento costruita sulla sabbia.
    E quando si parla di argomenti così delicati e antichi, il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica hanno attraversato due millenni di storia del pensiero, penso sia necessario confrontarsi con temi teoretici forse più complessi ma di sicuro più sostanziali.
    Perdoni il lungo excursus ma è fondamentale chiarire bene le premesse da cui parte qualunque ragionamento per poi constatarne la validità.

    Più che in controtendenza vedrei il Suo parere ben collocato nel mainstream del nostro tempo
    Di fronte a questioni del genere, bisognerebbe avere Umiltà, virtù questa che senza dubbio alcuno il Dott. Livatino praticava.
    Di fronte all’”atrocità dell’evento” non vedrei condizionamenti di sorta e altari addobbati di santini ma uno stimolo a studiare, ad approfondire, a leggere con apertura di anima e mente; scevri, se possibile, dall’ipertrofico e deprimente circo mediatico, da ideologie o da ismi di qualunque genere. Se necessario coltivare un benefico silenzio.
    Altrimenti, con tutte le buone intenzioni, il rischio è tremendo: quella superficialità mascherata da impegno civile che oggi percorre l’informazione del cartaceo per sprofondare nella banalizzazione volgare e offensiva della tv. Su tali questioni non si può e non ci si deve appiattire, su troppe cose il nostro tempo ha cosparso un velo grigio di omologazione.
    Non si pretende di stabilire gerarchie tra uomini di fronte alla giusta uguaglianza che la morte impone, da lei evocata come “livella”, ma nemmeno si può ignorare il cammino oggettivo della storia fisica e metafisica,: dall’impressionante sacrificio degli 800 martiri di Otranto, giusto per fare un esempio visibilmente e geograficamente raggiungibile, alle migliaia di martiri più recenti, sempre più vicini alla “normale” umanità che lei definisce “ignorati dai media e dagli storici”, ma evidentemente non dai chierici (la rimando, solo per l’Italia, a: “Testimoni della Chiesa Italiana del Novecento” a cura di Elio Guerriero, un tomo di 650 pagine!).
    Se vogliamo restare ai fatti la Chiesa è certo fatta di ipocriti, piagnoni, mafiosi, bigotti, ecc…, ma è fatta anche di Santi, e non solo di quelli “celebri” da Lei ricordati, Martiri, preti di periferia, missionari, che ogni santo giorno muoiono in varie parti del mondo, straordinari pastori e pontefici, volontari che nel silenzio si “sporcano” le mani tra poveri e malati, e non ultimi i dimenticati amanuensi che ci hanno regalato gran parte della classicità e questo non vuol dire soltanto, come dice il vescovo brasiliano della Teologia della Liberazione, che il mondo si divide tra oppressori e oppressi o che la Chiesa sia relativista o abbia un agire da politeismo occulto, ma che l’utopia di un mondo perfetto, che è il frutto di filosofie “politiche” non corrette sul piano della sostanza, è una prerogativa deviante (secoli di eresie ne sono la prova) che nulla ha a che fare con Cristo, la sua proposta di Libertà e Redenzione, e con la Chiesa.

    Se certamente il Dott.Livatino non amava i riflettori con altrettanta misura respingerebbe una visione del mondo in cui si svilisce sempre più ogni forma di trascendenza o si esercitano costantemente processi sommari alla Chiesa Cattolica. “Sub Tutela Dei” ricorre molte volte nella sua storia terrena.
    Parla per lui l’aver messo in conto anche di andare incontro anche alla morte pur di continuare con serietà e rigore il suo lavoro. Parlano per lui i suoi limpidi scritti, dove concilia giudice credente e giudice non credente, dove disegna traiettorie giuridiche di raro equilibrio (“dare alla Legge un’anima”), dove,con sapienza teologica e filosofica, coniuga l’applicazione della Giustizia con l’esercizio della Carità. L’illustre vaticanista oggi potrebbe ribadire con chiarezza: “Se fossimo nei primi secoli cristiani non saremmo ancora all’avvio della Causa di Beatificazione, ma quest’uomo sarebbe venerato come Martire e come Dottore della Chiesa”
    E poi un processo di beatificazione non è comprensibile solo nelle sfere teologiche, o tra talari, incensi e sacrestie: l’applauso sentito, profondo, quasi infinito, proveniente dalle retrovie della Parrocchia di San Domenico il 21 settembre scorso, racconta di gente umile che ha compreso col cuore e con l’insostituibile ragione-volezza (il buon senso dei nonni mi verrebbe da dire) della semplicità.
    Anche i bimbi sanno quante volte ricorre la parola Giustizia nelle Beatitudini.

    Ma le mie parole diventano inutili dinanzi a coloro che ci hanno preceduti, lasciandoci il tesoro più prezioso: “la bellezza che salverà il mondo”. Come in questi versi:

    “Noi non pensiamo ad un martire semplicemente come a un buon
    cristiano che fu ucciso: ciò sarebbe soltanto piangere. Non pensiamo
    a lui semplicemente come a un buon cristiano che fu elevato
    alla schiera dei santi: poiché questo sarebbe soltanto godere; e né il nostro piangere né il nostro godere sono quelli del mondo.
    Un martirio cristiano non è un caso. I Santi non sono fatti a caso.

    Ancor meno è un martirio cristiano l’effetto della volontà di un uomo di diventar santo,…
    Il martire non desidera nulla più per se stesso,
    neppure la gloria del martirio. Così dunque come sulla terra la
    Chiesa insieme piange e gioisce, in un modo che il mondo non può
    capire; così in Cielo i Santi sono molto in alto, essendosi molto
    abbassati, vedendo se stessi non come noi li vediamo, ma nella luce
    della Divinità, dalla quale traggono il loro essere”.
    (T.S.Eliot, da “Assassinio nella cattedrale”)
    Cordialmente
    salvatore presti

  21. franco ha detto:

    livatino è un eroe ma non un santo

  22. Anna ha detto:

    @ Presti
    Mi scusi per la mia ignoranza ma pur con la mia laurea non ho capito niente! Vuole ripetere?

  23. controcorrente ha detto:

    SONO L’AUTORE DELLA LETTERA CHE HA GENERATO IL DIBATTITO SUL PROCESSO DIOCESANO DI CANONIZZAZIONE DEL DR. LIVATINO
    ==============================================================

    Se anche uno solo di quanti hanno partecipato al dibattito apertosi sulle mie riflessioni sul processo di canonizzazione del Dr. Livatino avesse la ventura di leggere all’interno del mio animo, comprenderebbe il mio profondo disagio nell’aver messo in discussione una iniziativa che da alcuni anni viene coltivata con l’obiettivo di elevare sugli altari della beatificazione il magistrato canicattinese.
    Certo io mi interrogo, ora, sull’opportunità di aver inviato quella lettera al direttore di Canicattì Web (che ringrazio per averla pubblicata) per esternare il mio pensiero. Mi chiedo se non sarebbe stato meglio tenere per me le mie riflessioni omologandomi, apparentemente, alla prevalente tendenza che si è formata negli ultimi anni sull’argomento. Insomma, mi chiedo se non sarebbe stato meglio se avessi fatto il “segretario delle idee dominanti”.
    Spesso mi capita di non riuscire a tenere per me sentimenti e pensieri su argomenti di rilevante interesse pubblico. Non potevo, pertanto, sottrarmi, nonostante tale mio personale codice di autoregolamentazione, al commento sull’avviato processo di canonizzazione del Dr. Livatino.
    Pazienza, ho deciso di farlo e l’ho fatto, pur correndo il rischio di essere redarguito sia con la voce del sentimento, da alcuni, sia con l’austera e dotta voce della ragione da altri. In fondo, come avevo detto all’inizio della mia lettera, avevo tentato di fare un discorso con la ragione, confortato dalla voce del sentimento.
    Certo non scrivo questa nota per riaffermare caparbiamente il mio convincimento, anche perché di Livatino ho imparato ad avere una grande considerazione per la sua vita di uomo, di magistrato e di cristiano.
    Speravo che dal mio ragionamento, per quando da taluni non condivisibile, scaturisse una riflessione sulla decisione della Curia di Agrigento di trascinare nell’alveo di una valutazione religiosa quello che doveva essere soltanto un grande apprezzamento ed una consequenziale positiva valutazione di un uomo che ha aggiunto il proprio nome alla lista, purtroppo assai lunga, di chi ha perso la vita nell’adempimento del proprio dovere professionale. Dovere che ha adempiuto con uno zelo ed un senso dell’equilibrio che, siamo tutti d’accordo, sicuramente ha abbondantemente superato la semplice diligenza professionale richiesta ad un magistrato.
    La Curia di Palermo ha avviato qualche tempo fa un analogo iter per la canonizzazione di Don Pino Puglisi – ora ferma alla valutazione del Vaticano – , anch’egli assassinato dalla mafia per il suo impegno sociale profuso per strappare dalle strade del quartiere palermitano di Brancaccio giovani che, altrimenti, sarebbero stati facilmente arruolati nelle fila delle organizzazioni terroristico – mafiose. Ma Don Pino Puglisi è considerato dalla Curia che ha promosso il processo di canonizzazione un “martire della fede” avendo egli operato nell’ambito del proprio ruolo di pastore di anime, ruolo per il quale è stato ucciso.
    Livatino è stato ucciso, come Borsellino, Falcone, Saetta etc…. per i provvedimenti assunti nella veste di magistrato.
    Rimango fermamente convinto che coltivare la valorizzazione della vita di Livatino, attraverso la positiva valutazione della sua vita professionale e personale, avrebbe trovato l’unanime consenso di tutti. E’ l’aver tentato di farne un “martire della fede” che, a mio giudizio, presta il fianco allo sfaldamento di quella unanimità che, viceversa, esiste nella valutazione di natura “laica”.
    Il signor Salvatore Presti nel suo lungo commento alla mia riflessione attinge in modo molto dotto ai propri archivi filosofico-teologico-letterari per avvalorare tesi in contrasto con le mie. Veda, caro signor Presti, mentre da un lato la invidio per la cultura ed il sapere di cui lei è ricco, dall’altra parte le ricordo che la gente ha bisogno di sentire linguaggi semplici, poiché spesso nell’astrusità della terminologia non si riesce a cogliere pienamente il significato di quel che si vuol dire. E’ come se io attingessi alla superficialità della vita moderna e chiedessi a qualcuno di spiegarmi perché la “supercazzola ha lo scappamento a destra”, anch’essa frase astrusa pronunziata in un noto film comico ove è stata utilizzata per non far capire niente all’interlocutore cui era rivolta. Certo la profondità del suo discorso non meriterebbe questo parallelismo, anzi la prego di non redarguirmi ulteriormente per questa mia. forse inopportuna, battuta poiché sarebbe sin troppo facile per lei farlo e doveroso per me subirlo.
    Io credo che entrambi, lei ed io, siamo d’accordo sulle elevatissime qualità morali, professionali, umane del Dr. Livatino. Ma non mi dica che i rapporti tra di lui ed i suoi compagni di scuola erano quelli che oggi, con apprezzabile impegno ed amore, qualcuno vuol farci credere che fossero.
    Io credo che l’impegno per tener vivo il ricordo di Livatino debba essere di natura laica e debba coinvolgere tutta la città. Anche, se lo si riterrà opportuno, chiedendo che Egli diventi simbolo del sacrificio eroico di chi ha subito la morte per mano assassina dei mafiosi. Rimanendo, però, sempre nel campo “laico”.
    Cordialità

  24. UN CITTADINO ha detto:

    Ho letto il commento di questa mattina dell’estensore della lettera di contestazione del processo di canonizzazione del giudice Livatino. Mi dispiace doverne contestare il contenuto per quanto esso riguarda l’utilizzo di una frase mutuata dal film “Amici miei”. Dell’estensore della lettera, che nell’odierno commento si firma con lo pseudonimo di “Controcorrente”, mi erano piaciute alcune argomentazioni a sostegno della pur criticabile tesi che contrasterebbe il processo di canonizzazione del giudice Livatino, tuttavia oggi, leggendo il commento di risposta a Salvatore Presti, mi è venuto un moto di reazione poichè mi è sembrato come una bassezza utilizzare le battute di un film comico per commentare un episodio che di cominìco non ha proprio nulla.
    Spero che altri si uniscano al rilievo che io muovo al sig. “Controcorrente”.
    saluti

  25. controcorrente ha detto:

    E’ semplicemente ridicolo quello che scrive “Un cittadino” in merito al mio presunto utilizzo di una frase mutuata da un film comico per “commentare un episodio che di cominìco non ha proprio nulla”, definendo “bassezza” il mio riferimento, pur condividendo alcune delle mie tesi.
    Io credo che il signor “un cittadino” ha letto molto male il mio commento dal momento che non ho riportato la battuta del film da egli richiamato per commentare l’episodio terribile della morte del dr. Livatino, ma semplicemente per sottolineare l’astrusità del commento del signor Salvatore Presti il quale nelle sue dotte argomentazioni ha fatto emergere a tratti l’incomprensibilità di tesi alle quali, secondo una prassi in uso in certi ambienti, si vorrebbe attribuire rilevanza per l’astrusità che le cratterizza e per i ricercati riferimenti socio-filosofici che, appunto perchè incomprensibili, dovrebbero trovare il plauso dei lettori timorosi di essere, altrimenti, giudicati “ignoranti”.
    Ribadisco che, a mio giudizio, non v’è cosa più semplice del parlar chiaro, in modo comprensibile soprattutto quando il mezzo di comunicazione è un articolo di un giornale e non un tema di filosofia teoretica.
    Cordialità
    Controcorrente

  26. salvatore presti ha detto:

    Gentile “controcorrente”,
    Lei usa un linguaggio adatto ai giornali odierni, si fa capire da tutti e suscita le simpatie dei lettori laici (o meglio laicisti). Qualcuno invoca chiarezza contro le “astrusità” del sottoscritto, rappresentante a questo punto del pensiero “non controcorrente”, o no?
    Di controcorrente, mi creda, c’è poco nel Suo pensiero. Che ben figurerebbe nella pagine di Repubblica, tra l’ateo Scalfari e l’anticattolico Augias.
    Va bene così, purchè non ci si divida in squadre, sarebbe oltremodo scadente e fuori luogo finire a “Porta a Porta” :-) come per i processi di sesso, sangue e soldi che viaggiano (questi sì comprensibili a tutti) sui media generalisti e non.
    Tuttavia il paragone con “la supercazzola” di amici miei non mi offende e accetto volentieri in parallelismo divertente.
    Quella ironia e quel cinismo della commedia italiana nascondevano una “sostanza” oggi scomparsa dal panorama cinematografico e culturale. Proprio quella “sostanza” cercavo nel mio scritto.
    E mi scuso se qualcuno ha interpretato come sfoggio di cultura o messaggio ermetico.

    Quello che mi sorprende è dover registare come “astrusità” ragionamenti normali per un medio lettore non italiano. “Astrusità” tra l’altro motivate da un fattore che credo importante:
    dare fondamento e sostanza a un ragionamento su un tema delicato come l’avvio di una Causa di Beatificazione, per di più di un Giudice siciliano.
    Un argomento che inevitabilmente crea sospetti e allergie nel paese più scristianizzato d’Europa (l’Italia).
    Ma ciò che più mi rattrista è dover constatare il fatto che nessuno abbia letto fino in fondo le mie “astruse” teorie. Ammesso e non concesso (continuo a ritenere che chiunque possa capire, con un po’ più di attenzione nella lettura, quanto da me affermato) che io abbia peccato di intellettualismo e astruseria, alla fine una spiegazione “semplice” c’era:
    un brano da “Assassinio nella Cattedrale” di Eliot, citato non a caso perchè “laicamente” e “non astrusamente” tratta del Martirio cristiano.
    La poesia, si diceva una volta, è valida universalmente, oppure quell'”astruso” di Eliot non può aver cittadinanza nei giornali on line?
    Cordialmente
    Salvatore Presti

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