Riceviamo e integralmente pubblichiamo:
Caro Direttore,
desidero sottoporle un argomento di natura politica che ha come protagonisti un esercito di “miopi”. Ovviamente il termine oftalmico non va riferito a nessuno, me ne guarderei bene, ma ha semplicemente lo scopo di descrivere palesi egoismi e mal celate megalomanie, dannose strategie e indescrivibili piccinerie, ingiustificate arroganze ed eccessive invidie che hanno caratterizzato da decenni l’azione di buona parte della classe politica nostrana: quella decaduta e quella oggi in auge.
Classe politica che ha alternato manie suicide a miopie incorreggibili.
Questa è una città che, in politica, ha visto crescere molti gregari, portatori di borracce per i campioni della volata che sono qui approdati da paesi e città viciniori pur senza essere, spesso, portatori di capacità ed intelligenze superiori a quelle che proprio i gregari locali avrebbero saputo offrire.
Nonostante la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista Italiano (per fortuna entrambi disciolti) avessero preso qui migliaia e migliaia di voti, questa città non è riuscita allora (ma neppure ci riesce ora) ad esprimere con continuità propri rappresentanti nei parlamenti nazionali e neppure in quello siculo o, quanto meno, nel seggio più alto dell’amministrazione provinciale. Eccezion fatta per l’on. Lo Giudice, il più longevo politico canicattinese con i suoi 13 anni di mandato parlamentare, che, però, solitario battitore libero, i voti se li andò a procurare paese per paese, senza grandi appoggi di quanti allora tenevano i cordoni della borsa elettoralistica della città.
Altra eccezione, pur veloce come meteora, fu l’on. Gino Alaimo. Anch’egli ottenne i voti che lo portarono a Montecitorio senza che i suoi colleghi democristiani locali avessero fatto sforzi da strozzature erniali per aiutarlo.
Vi furono, in vero, altri eletti canicattinesi. Al parlamento regionale la nipote di mons. Ficarra, compianto Vescovo di Patti, sulle cui ceneri doveva accendersi un dibattito politico d’intensità forse pari al disagio che Egli certamente ora ha nella tomba, da uomo mite e schivo qual era. Al parlamento nazionale andò, anch’egli per una sola legislatura, lo stimato Prof. Nazareno Vitali che ora sembra essersi ritirato dall’agone politico. Infine venne eletto per una legislatura al parlamento europeo l’on. Di Prima.
Profondi egoismi e astiose invidie facevano scattare, ad ogni elezione, i fuochi incrociati dell’ostracismo e la molla del “muoia Sansone con tutti i filistei”. “Né io, né tu”.
Questo fu il “profondo concetto filosofico” coltivato da quanti, né grandi di mente né generosi di cuore, hanno impedito alla nostra popolosa e ricca città di avere con continuità un proprio rappresentante a Sala d’Ercole o nei due rami del parlamento romano o, almeno, alla presidenza della provincia agrigentina.
La nostra è stata (ma forse ancora è) una classe politica che ha visto e vede come nemico da abbattere non il forestiero, ma il proprio compaesano, meglio se compagno di partito.
I “forestieri” sono qui venuti e, forse, ancora vengono a rastrellare voti facendo leva anche sull’ostracismo esasperato che caratterizzava e caratterizza la vita politica dei nostri indigeni. In politica l’incoraggiamento di gelosie ed invidie, camuffate con giochi di corrente, è sempre stato il grimaldello giusto per l’indebolimento di avversari diretti che in un bacino elettorale consistente, come era e come è quello di Canicattì, avrebbero potuto spiazzare anche blasonati candidati che, invece, proprio dalle divisioni egoistiche dei politici e politicanti della nostra città, hanno ricavato insperati ed immeritati vantaggi per consolidare personali posizioni parlamentari e correntizie, non sottraendosi, per il conseguimento del risultato, dall’alimentare gelosie ed invidie per impedire coesioni elettorali che avrebbero potuto ad essi recare nocumento.
Certo, forse a Canicattì è mancato un vero emergente di gran livello culturale o imprenditoriale che si ergesse sugli altri. Forse è mancato il personaggio di spessore capace, ad esempio, di arringare una platea in un congresso provinciale o regionale, è mancato il fine parlatore non edonisticamente pavoneggiante, ma sicuramente incisivo e forse anche, non scandalizzatevi, un po’ retore. E’ mancato qualcuno capace di proporre progetti seri e utili alla collettività, capace di dare impulso all’economia locale mostrando di essere in sintonia con la vivace e dinamica classe imprenditoriale privata abile a produrre grandi risorse finanziarie offrendo innumerevoli occasioni occupazionali.
Invece, abbiamo avuto una classe politica locale che ha preferito sussurrare all’orecchio mezze paroline di speranza nei corridoi densi di fumo e nelle segreterie e sezioni politiche stracolme di giovani e di padri in cerca di aiuto. Una classe di politici che ha cercato di supplire, col bacio e con la coltivazione di illusioni, ad una debolezza culturale e progettuale che ad essi impediva di emergere su altri.
Ma in politica ciò, da solo, non sarebbe sufficiente perché si decretino esclusioni o si impediscano elezioni. Basti pensare alle composizioni dei due rami del parlamento nazionale o di quello regionale, nelle diverse legislature, per rendersi conto che non tutti gli inquilini dei palazzi romani e di sala d’Ercole si chiamavano o si chiamano Salvatore Aldisio, Pompeo Colajanni, Giuseppe Alessi, Giovanni Guarino Amella, Emanuele Macaluso, Gaetano Martino.
Oggi, rispetto agli ultimi decenni, sono cambiati i nomi, non l’incapacità di costruire il futuro di questa città. Il futuro della città che non va disegnato soltanto da sindaci, giunte e consiglieri comunali. Esso va disegnato anche da chi si vuol proporre ambasciatore delle nostre esigenze nei palazzi regionali e nazionali che contano.
Alcuni nostri politici, in verità, mi sembrano portatori di sufficienti capacità per tracciare programmi utili ad arrecare vantaggi alla nostra collettività. Il rachitismo politico emerge soltanto quando essi si lasciano prendere da famelici egoistici appetiti, da insane reciproche invidie, come se una candidatura fosse soltanto un privilegio personale. Certo lo è, ci mancherebbe!, ma essi debbono comprendere che la collettività se ne fotte delle loro beghe. La collettività vuole quella pace interna, ovviamente nei rispettivi partiti o coalizioni di appartenenza, che possa consentire la convergenza di suffragi utili ad arricchirci di uno, due o, perché no?, di tre rappresentanti che possano operare, oltre che per i propri vantaggi personali, anche per il bene dell’intera città.
Probabilmente non sfuggono a tale desolante valutazione neppure i volontari canicattinesi del movimento del comico nuotatore genovese i quali non hanno avuto la capacità di proporre un proprio candidato locale di buon livello alle elezioni regionali del 28 ottobre scorso, mentre hanno accettato che un piccolo paese a noi vicino ne proponesse uno proprio. Come vedete, cambiano i nomi e le sigle, non le procedure.
Cinismo, il mio? Forse si. Ma credo che anch’io sia mosso, come i politici locali, da un profondo egoismo: quello di poter avere non uno, ma tre rappresentanti canicattinesi nelle sale buone del potere politico perché possano produrre bene per questa città.
Però, attenzione a ritenere che l’arroganza e l’autostima siano elementi sufficienti a proporre la propria candidatura. Si eviti di ritenere che il semplice consenso di un numero di amici, di familiari o di semplici bisognosi di aiuti personali o il cortese e diplomatico sorriso del passante siano sufficienti a giustificare autocandidature.
Molti dovrebbero scostarsi dagli specchi deformanti che, anziché peggiorarle, migliorano le loro sembianze fino a farli illudere di essere belli e bravi. Si chiedano, ogni tanto, cosa pensa la gente di loro. Se la risposta sarà diffusamente benevola, si candidino pure. Ma se il sussurro non sarà ad essi favorevole, si scostino e diano il passo a chi ha caratteristiche di credibilità migliori delle loro.
Occorrono qualità particolari per poter bene rappresentare una complessa e giustamente esigente comunità come quella canicattinese.
Io ho cercato semplicemente di scrivere molte cose che sento dire da più parti e da molto tempo.
Chissà che un auspicabile e sereno dibattito sul punto non possa risvegliare campanilismi e sentimenti che, forse, non è proprio vero che non esistono più.
Cordialità
Giuseppe















