Il tentativo di suicidio registrato sabato scorso a Porto Empedocle, dove un giovane ha provato a togliersi la vita perché rifiutato dalla famiglia in quanto omosessuale, riporta con forza e drammaticità il dibattito sulla situazione attraversata da coloro che affrontano un percorso di ricerca della propria identità sessuale. Un percorso caratterizzato spesso da solitudine ed emarginazione. Eppure, in questi anni, molte cose sono cambiate, e Gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intergender, infatti oggi possono contare su associazioni come “Arcigay”, che offre loro assistenza e supporto. Però, soprattutto in realtà di “provincia” come Agrigento, le persone Lgbt non sono ancora “comunità”. “Ad oggi – spiega Leandra Monachino, presidente del circolo provinciale ‘Ganimede’- ci sono 800 agrigentini tesserati ad Arcigay, ma solo 15 lo hanno fatto al circolo di Agrigento. Questo perché molti decidono di vivere la propria sessualità in altre città, magari quelle in cui si trovano per l’università o per lavoro, dove esiste una comunità. Poter essere insieme ad altre persone che vivono lo stesso percorso, infatti, aiuta ad uscire dalla marginalizzazione”. Gli oltre 800 tesserati, dal vostro punto di vista, sono in che proporzione rispetto al numero di persone Lgbt presenti in provincia? “All’incirca un quarto rispetto al totale, secondo noi. Questo perché nonostante Arcigay garantisca totale anonimato molti hanno difficoltà a venire allo scoperto oppure non reputano utile unirsi e creare una comunità”. Perché ad Agrigento riscontrate queste difficoltà? “Innanzitutto perché manca una struttura fisica, una sede, tutto resta sulla carta. Questa potrebbe rappresentare anche un luogo dove ospitare le persone che vivono un disagio forte nelle famiglie e hanno necessità di uscire dalle proprie case. Poi c’è tutto un discorso che riguarda la politica, perché ad esempio le iniziative che abbiamo proposto nelle scuole secondarie su una buona sessualità vengono bloccate dai presidi”. Chi potrebbe aiutarvi per la realizzazione di una sede? “Ad esempio il Comune di Agrigento, che due anni fa fece suo un documento contro l’omofobia votato dal Consiglio comunale. Eravamo stati contattati per la realizzazione di uno sportello su queste problematiche. Noi avevamo dato la nostra disponibilità ma non abbiamo più notizie dell’iniziativa. Quello che per noi resta centrale». Che idea vi siete fatti sulla vicenda di Porto Empedocle? «L’ho vissuta come una sconfitta, perché significa che nonostante il lavoro fatto in questi anni ancora si vive la propria sessualità in modo problematico. Ci siamo comunque immediatamente attivati per offrire il nostro supporto a questa persona».
Gioacchino Schicchi












