Arrivi a bordo di una nave impregnata di puzza di sudore di coloro che prima avevano viaggiato. Guardi quel porto e quelle case in lontananza come se stessi guardando un altro stato, un’altra nazione. Invece è la parte più a sud dell’italia. Ti mette quasi paura. Sai che è lunga 12 km e larga quasi 4. Uno scoglio in mezzo allo sconfinato Mediterraneo. Quello specchio d’acqua che è stato campo di battaglia per secoli e secoli e che oggi è ritrovo di morte per molti che invece stavano cercando una vita migliore. Cosa c’è di più brutto di quando trovi l’esatto e irreversibile opposto del risultato che stavi cercando? Odore di gamberi, puzza di gas, camion della nettezza urbana. Il primo pensiero è – non sarà per niente bello stare qui -. Intanto la nave si avvicina a quel piccolo attracco, si sente il rumore delle catene e dei pistoni con poco grasso poi “boom”. Arrivati. La traversata è finita. Sempre la stessa sensazione di essere arrivato in un altro stato, ma subito il tutto si annulla quando senti uno della crew dire via radio – Combà, i pozzu fari scinniri a chiddri do ponti?-.
Un cartello ti accoglie “Regione Siciliana”, “Isola di Lampedusa”, “Comune di Lampedusa e Linosa”, “Arcipelago delle Pelagie” – Tanta burocrazia su un lembo di terra così piccolo. Penso subito che quello è un pezzo staccatosi dalla Sicilia e che laggiù tutto è uguale alla grande Trinacria. Odore di pesce ovunque. Dieci ore di viaggio senza chiudere occhio, il mio collega mi fa notare che con lo stesso tempo saremmo arrivati in America. Tutto è familiare. Targhe delle auto immatricolate ‘AG’, moto e barche comperate in conosciutissimi concessionari della mia zona. Nulla sarà diverso dalla Sicilia, d’altronde siamo nella stessa provincia, parliamo lo stesso dialetto. La sola differenza è che a mezz’ora d’aereo da qui c’è l’Africa.
Scendiamo dal traghetto. Telecamere, treppiedi, auricolari, microfoni, borsoni con vestiti. Ci aspetta un amico. Carichiamo tutto sulla Panda rossa e subito ci dirigiamo verso la sala stampa a ritirare il pass per accedere alle zone off limits durante la mattinata in cui il Papa sarà sull’isola. La sala stampa è appena accanto allo stadio in cui il romano pontefice celebrerà messa. E’ un ristorante-bar che sta accogliendo gratuitamente i giornalisti di tutta Europa. Cordialità, gentilezza, bellezza delle cameriere che poi ho scoperto essere mie “quasi compaesane”.
A Lampedusa arriva il Papa, non era mai successo nella storia. Un anziano seduto davanti la porta di una strada parallela alla centrale via Roma mi racconta che da li è passato mezzo mondo e che solo il Papa mancava.
Questa gente, sulla carta vive in Italia, in Sicilia, in provincia di Agrigento. Ma mi sono chiesto: -questa gente, quando si sente italiana, siciliana, agrigentina?-.- Quando i media di tutto il mondo la riempiono in attesa dell’uomo più potente del mondo? Quando migliaia di clandestini sbarcano sulle loro coste e nessuno fa nulla per aiutare loro e i Lampedusani? Quando chiedono dignità ma nessuno li ascolta?-
A me quella gente non fa pena. Invidio quelle persone. Abbiamo tanto, tutti, da imparare da loro.
Dove vivono le nostre fantasie Vi è un’isola solitaria, in un solitario azzurro mare. La’ con i ricordi non si può atterrare. Io/noi vi siamo stati, noi e un pescatore. Silenzioso, come il mare era silenzioso in quel giorno. Occhi azzurri, come il mare era azzurro in quel giorno. Quanto è facile amarla quell’invisibile isola, non vi è nulla e sembra il Paradiso: ma forse il Paradiso è permeato di quel nulla!? Bianche nuvole leggere la sorvolano, come silenziosi Angeli Bianchi, s’inerpicano temerarie verso nord. Ripide scogliere raccolgono i respiri delle onde ed il nostro se ne vola sospinto da magiche correnti. Non vi è l’eternità su quell’invisibile isola, solo attimi la vivono, attimi che ti porterai nel cuore nella tua d’eternità, così lei sarà per sempre.
E’ Lunedì e sono le cinque del mattino. Non ho dormito. Mi sono goduto la vacanza e sono stato in giro tutta la notte. Tra meno di quattro ore arriva il Papa. Il Papa!! Siamo pronti. Sono già microfonato. Le batterie cariche, noi meno. Negli occhi di quella gente si legge chiaramente che questa visita era tanto attesa. Sono occhi che parlano. Mi avvicino a un gruppo di persone e vedo che stanno facendo qualcosa di strano. Sono tutti abbracciati in cerchio e gridano: ” e isamula tutta a vuci!” tradotto: ” alziamo forte la voce” e poi: “viva, viva, viva!!!”- E’ una tradizione che si svolge ogni anno durante i festeggiamenti della patrona di Lampedusa, la madonna di Porto Salvo e che oggi si sta straordinariamente ripetendo in onore del Santo Padre.
E’ arrivato Francesco, a bordo di una jeep campagnola, scortato dalle sue guardie in giacca nera e camicia bianca. In mano ho una telecamera e riprendo tutto guardando dal mirino, visto che il sole mi impedisce di aprire lo sportellino del video. A un certo punto mi ritrovo a riprendere un cecchino sul tetto di un palazzo che mi stava puntando. A questo punto mi accorgo della serietà della cosa e mi sento piccolo piccolo, quasi nessuno. Tutto va secondo i piani. Niente fanatici, niente pazzi. Ma io e un collega della Tv tedesca ‘RTL’ ci avviciniamo forse un po’ troppo alla macchina con a bordo il Papa e subito veniamo spinti tra la folla da due guardie. Una di loro ci guarda e ci dice: – se vi avvicinate un’altra volta vi uccido -. Riuscite a immaginare questa scena mettendovi nei miei panni mentre a meno di 10 metri il Papa benedice la folla proclamando pace e amore?
Finisce la messa e il vescovo di Roma è diretto verso l’aeroporto. Io mi accosto col mio quod affittato in una traversa che da sulla strada che porta allo scalo lampedusano, sono in collegamento telefonico col radio giornale delle 13.00 di Radio Capital. Parlavo, leggevo quel poco che mi ero preparato per la diretta. A un certo punto passa il Papa, era seduto perchè non c’era più la folla acclamante. Solo io, altri due colleghi e i militari italiani con la mano destra sulla fronte in segno si saluto. Il mio sguardo si è incrociato con quello del Papa e non sapevo cosa fare. Mentre continuavo a parlare mi sono fatto in segno della croce chinando la testa. Emozionante. Poi ho pensato che potevo benissimo salutarlo con la mano com’è mio solito, tanto eravamo soli!
Isola dei conigli, Guitgia. Le uniche spiagge che sono riuscito a visitare in un solo pomeriggio. Un mare degno di chiamarsi così. Inutile aggiungere commenti.
Tutto scorre tranquillamente su quell’isola. La vita, il divertimento. Anche la morte. Se potessi scegliere dove morire, sceglierei certamente Lampedusa.
Gabriele Terranova
















