Lo stabilimento petrolchimico dell’Eni è stato teatro di un grave incidente, che per fortuna non ha provocato danni alle persone: le fiamme sono divampate in un’isola della fabbrica il 15 marzo scorso e sono state domate nel giro di poco tempo. Naturalmente l’autorità giudiziaria ha aperto una inchiesta, esperti e agenti incaricati hanno effettuato dei sopralluoghi e compiuto le indagini di rito, a conclusione delle quali il Procuratore della Repubblica, Lucia Lotti, ha ordinato il sequestro dell’area in cui è scoppiato l’incendio a titolo cautelativo.
Lunedì 24 marzo, a nove giorni dall’incidente, il direttore dello stabilimento petrolchimico, Bernardo Corsa, ha annunciato la sospensione della produzione per l’intero reparto di raffinazione delle benzine, che comporta l’astensione dal lavoro di circa mille operai Eni ed altri duemila, presumibilmente, dell’indotto. Un terzo della fabbrica, che dà lavoro a tremila unità.
Nelle ore successive all’annuncio della direzione dello stabilimento sono circolate voci molto allarmanti. E’ possibile che la fermata preluda la chiusura del reparto in via definitiva, primo passo verso un ridimensionamento del petrolchimico ed una chiusura totale della fabbrica. La sindrome di Termini Imerese a coronamento della risposta pavloviana all’ordinanza di sequestro.
Le voci, autorevoli ma non ufficiali, riferiscono di un ripensamento dell’Eni sull’investimento di 700 milioni, deciso e più volte annunciato in pompa magna anche a Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione siciliana. Le risorse avrebbero dovuto migliorare la sicurezza degli impianti, un abbassamento delle emissioni nell’atmosfera ed alcune innovazioni tecnologiche in grado di rendere più competitivi i costi di produzione grazie ad una riorganizzazione del personale.
La realizzazione delle opere avrebbe dovuto essere completata entro il mese di luglio del 2017, una scadenza che l’incidente ed il successivo provvedimento dell’autorità. O giudiziaria, mettono a rischio.
Pare, tuttavia, che già le cose si fossero messe male a prescindere a causa dei parametri di sicurezza ambientale disposti a Roma e a Bruxelles, giudicati assai pesanti e “punitivi” per la produzione.
Tutto quanto, probabilmente, è finito nel calderone, sicché Gela si trova nello stessa situazione di altre fabbriche italiane – in Liguria e Puglia per citare i casi più recenti – fra l’incudine della sicurezza ambientale ed il martello dei costi di risanamento. Il fatto che a Gela operino le partecipazioni statali non pare incidere in alcun modo sul consumato cliché.
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