Tra le dimore patrizie del Settecento quella meglio conservata, a Canicattì, è il palazzo che il barone don Marco La Lomia Testasecca si fece costruire tra il 1750 e il 1770. Il palazzo occupa gran parte dell’isolato compreso tra via Cattaneo, piazza Dante, corso Garibaldi (l’antica via di li Putieddi che prese nome proprio dalle botteghe baronali) e via Manara. La restante parte dell’isolato è costituita dal palazzo del cavaliere Marco la Lomia, anch’esso del XVIII secolo.
Il palazzo di via Cattaneo era la residenza del barone in carica mentre ai suoi familiari venivano assegnate altre dimore che i La Lomia possedevano in città: gli attuali palazzi Gallo (nel corso Garibaldi), Di Prima (in piazza Dante), Nicosia (tra corso Garibaldi e via Palestro) e soprattutto il palazzo Sammarco di piazza IV Novembre e via Ruggero Settimo. E proprio in quest’ultimo palazzo nacque, il 30 gennaio 1905 – da Salvatore e Anna Giudice – il più famoso dei La Lomia, il barone Agostino, alias Fausto di Renda, che nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, il 30 gennaio 1955, fece collocare una maiolica nella stanza da letto ove era venuto alla luce.
Nel 1927 moriva il padre di Salvatore La Lomia, Agostino senior, e quindi Salvatore, divenuto barone, poteva trasferirsi, con i figli Agostino junior e Giuseppe (nato nel 1907), nel palazzo di via Cattaneo.
Dopo appena un anno, quindi nel 1928, moriva Salvatore La Lomia e, quindi, diveniva barone di Renda, barone di Carbuscia e Torrazze, signore di Giantonnina e abate laico dell’Abbazia di Giacchetto il nostro Agostino che da allora abitò in via Cattaneo fino alla morte, avvenuta il 20 gennaio 1978
Marco La Lomia Testasecca – il cinque luglio 1754 – aveva ottenuto in enfiteusi la tenuta della Dammisotta di Giacchetto, utilizzata fino ad allora come luogo di villeggiatura dalle monache benedettine cassinesi della Badia Grande del SS. Salvatore di Naro. La cessione era stata propiziata – come abbiamo già detto – dall’intervento dell’abbadessa Maria Agata Cannizzaro presso l’arcivescovo di Palermo Marcello Papiniano Cusani, che allora, durante la sede vacante, svolgeva la funzione di viceré.
Il palazzo di via Cattaneo fu costruito, attorno ad un atrio interno, con pietra di Donato. L’edificio, sormontato in gran parte da pinnacoli che ne esaltano la prospettiva, lo slancio e l’imponenza, è inserito nello splendido contesto barocco circostante, di cui fanno parte la chiesa e il convento di S. Domenico realizzati tra il 1609 e il 1612.
Al palazzo si accede da via Cattaneo attraverso un portale che, collegato al sovrastante balcone, forma un’unica struttura figurativa, la cosiddetta tribuna, sormontata dallo stemma di famiglia (uno scudo con cinque limoni). Meno importante il portone d’ingresso su via Manara che in passato veniva utilizzato soprattutto dalla servitù. L’atrio di ingresso assolveva anche alla funzione di luogo di sosta al coperto per le carrozze. I prospetti sulle vie Cattaneo, Garibaldi e Manara sono arricchiti da massicci balconi ornati da splendide ringhiere barocche; le finestre sono racchiuse, come in uno scrigno dorato, da cornici in pietra che ne esaltano la bellezza. Il prospetto intendeva esplicare plasticamente il prestigio della famiglia mentre l’uso generalizzato dei balconi, al posto di semplici finestre, indicava la preferenza da parte dei La Lomia per rapporti sociali da vivere unitamente agli abitanti del popoloso quartiere.
Al piano terra erano allocate le strutture destinate alla manutenzione dell’edificio e delle carrozze e alla conservazione delle derrate alimentari. Esistono tuttora ben conservati due ambienti ricavati sotto il pavimento che venivano utilizzati come granai. Sempre al piano terra, sulla corte, si affacciavano delle stalle; a sinistra del vano scala si trovava un ufficio ove i contadini si recavano per pagare le tasse e comprare le varie derrate.
Nel primo piano si trovano un vestibolo, un’anticamera, il salone di ricevimento, il salone da ballo, la sala pranzo, la biblioteca, la stanza da letto con ricco baldacchino; nella sala di ingresso esisteva un tempo un armadio-cappella ove su un altare erano collocate le foto degli antenati; davanti all’altare un inginocchiatoio con pregevoli intarsi e, in alto, uno splendido quadro della Madonna di Custonaci. Notevole la grandezza dimensionale dei vari ambienti sia come superficie sia come altezza. Di grande pregio le porte interne in legno arricchite da preziosi intarsi, gli affreschi, gli stucchi e le mensole che adornano le varie stanze.
Agostino La Lomia fece del palazzo di via Cattaneo e della villa di Giacchetto, per decenni, il centro della vita mondana della città. Scapolo impenitente, trascorreva le sue giornate circondato dalla devozione della sua famiglia: gli autisti Antonio Giangreco e Luigi Giordano, il cocchiere Francesco Cappadona meglio conosciuto come Pignatuni, il portinaio e servitore Carmelo Maira, la custode Luigia Di Rocco, le criate Francesca Gennuso di Montedoro ed Emisia, la governante toscana dei nipoti Annamaria e Salvatore. Ma il principale collaboratore era Alberto Testasecca, un nobile decaduto che si guadagnava da vivere facendo il governante e il cuoco e andando in giro per la spesa e per riscuotere gli affitti delle varie case dei La Lomia.
Agostino amava circondarsi di tutta la famiglia quando riceveva i suoi ospiti.
A Palazzo La Lomia fu ospitato nel 1947 il mafioso italo-americano Lucky Luciano che ricambiava in tal modo la visita che il barone gli aveva reso in America. A Palazzo La Lomia il 23 aprile 1949 sedettero a pranzo l’arcivescovo di Palermo, cardinale Ernesto Ruffini, altri sei vescovi siciliani e numerosi esponenti politici giunti in città per la posa della prima pietra dell’Orfanotrofio Maschile “Maria Bonsangue”.
Il barone amava, soprattutto, girare per il mondo partecipando agli eventi mondani e culturali come la Mostra del cinema di Venezia ed il Festival cinematografico di Messina-Taormina. Per il suo modo di vestire particolarmente eccentrico e per le sue esilaranti interviste, Agostino La Lomia era sempre al centro delle cronache mondane su tutti i quotidiani e periodici.
Se ne occupò Stampa Sera di Torino il 31 dicembre 1955 in un curioso articolo dal titolo Alla conquista del mondo il fronte della barba. Annunciando una prossima mostra a Milano degli autoritratti di pittori e scultori con barba, organizzata dal Club dei Barbigeri d’’Italia, Vincenzo Rovi scriveva: “Anche in Sicilia il Club dei Barbigeri d’Italia ha una fiorente sezione: ne è presidente il barone Agostino Fausto La Lomia di Renda, di Palermo, possessore di una grande barba nera come inchiostro e qualificata la più bella dell’Isola”.
La presenza di Agostino nelle pubbliche manifestazioni o all’interno dei grandi alberghi non passava mai inosservata. Ruggero Farkas nel suo articolo Un mago del cocktail collezionista per passione, pubblicato il 30 agosto 1994 su L’Unità e dedicato a Toti Librizzi, che per trent’anni servì drink e cocktail di sua invenzione al bar del Grand hotel et des Palmes di Palermo, così descrive le apparizioni del barone: “Agostino Fausto La Lomia, barone di Canicattì, si aggirava per l’hotel calamitando gli sguardi, fermando i bicchieri a metà come un prestigiatore, facendo alzare le teste dalle riviste di costume o dai grossi fogli lenzuolo dell’Ora. Trascorreva lunghi periodi nell’hotel. Per lui erano vacanze. Voleva sempre la stanza 124. Una fissazione, come tante altre. Scendeva dalle scale con un crocifisso al collo, i capelli raccolti in un codino e un mazzetto di gelsomini in mano”.
Eppure Agostino, nella sua eccentricità di comportamenti, riusciva a vedere atteggiamenti di un antico e saggio contestatore: “Di fronte alle pazzie della nostra società le mie bizzarre occupazioni vengono inghiottite e scompaiono del tutto”.
La vita gaudente e spensierata di Agostino La Lomia sarebbe stata sconvolta da una vicenda legata alla vendita forzata di un prestigioso palazzo che possedeva a Palermo in piazza Castelnuovo 35, a due passi dal Teatro Politeama, nel salotto buono della città. Il palazzo, di circa mille metri quadri e di pregevole valore artistico, era stato costruito, nella prima metà del diciannovesimo secolo, tra il 1830 e il 1840, su disegno dell’architetto Tommaso Aloisio Juvara Messinese, disegnatore del francobollo dei Borbone emesso nel 1859 e che fu definito il francobollo più bello del mondo. Tommaso Juvara era nipote di Filippo Juvara, il progettista della Basilica di Superga.
Il prestigioso palazzo appartenne per un breve periodo a Giuseppe Beccadelli Bologna Gravina, marchese della Sambuca, principe di Camporeale e marchese di Altavilla. Fu poi acquistato da Benjamin Ingham che vi dimorò fino al 1856; passò poi in eredità a William Ingham Whitaker ed ai suoi discendenti.
Nel 1925 fu acquistato da Salvatore La Lomia – il padre di Agostino – che vi trascorreva i mesi invernali.
Agostino ereditò il palazzo insieme alla sorella Teresa ma, per difficoltà di carattere finanziario e, pare, per pressioni illecite, fu costretto infine a venderlo per la cifra ridicola di trentacinque milioni di lire.
L’atto fu firmato – il 5 ottobre 1961 – nello studio di un avvocato in via Mariano Stabile. Nello stesso anno presso lo studio del notaio Giuseppe Angilella fu appositamente costituita la SACI (Società Azionaria Costruzioni Immobili) che, su progetto dell’ingegnere Merio Bazan, realizzò un edificio di ben nove piani, oltre gli scantinati e l’attico. Fu uno straordinario affare e, ben presto, l’immobile fu acquistato da un importante istituto di credito siciliano..
Il barone, il giorno successivo alla firma dell’atto, tornò a Canicattì e per sette lunghi anni rimase prigioniero volontario all’interno del palazzo di via Cattaneo: non riceveva gli amici, non rispondeva alle lettere che però raccoglieva con cura, non rispondeva al telefono. Non uscì di casa nemmeno il 26 gennaio 1967 per i funerali del suo amico padre Paolo Meli, il parroco della vicina S. Domenico – morto il giorno prima – l’unico che in quegli anni terribili poteva accedere ogni sera alla sua casa.
Agostino La Lomia rimase segregato nel palazzo di via Cattaneo fino alle cinque del mattino di sabato 15 luglio del 1967 allorché improvvisamente decise di andare a pregare sulla tomba della madre al cimitero.
Vi tornò nel pomeriggio del successivo 22 ottobre per l’inaugurazione ufficiale della propria tomba.
Alla morte il barone pensava, ormai, in maniera ossessiva: “La vera casa è la nostra tomba, alla quale chi non ha figli come me dovrebbe provvedere. Con la mentalità e lo stile del siculo proverbio che dice: Lu tistamentu si fa quannu si mangianu li maccarruna o quannu si mangia carni di porcu e cioè con gioia e serenità, godendo di questa vita, come dono di Dio”.
.Egli era rimasto certamente turbato dalla narrazione di un suicidio che si era consumato all’interno del suo Palazzo. Il 25 maggio del 1839, alle ore 15, Federico La Lomia, sconvolto per la decisione del padre Agostino La Lomia Le Chiavi di trasmettere al secondogenito Salvatore, che nel 1848 avrebbe rappresentato Canicattì nel Parlamento Siciliano, il titolo di barone, si tolse la vita “nella stanza dell’alcova dentro le mura del Palazzo avito che non sarebbe mai stato suo”. (Fausto di Renda, Vecchie storie siciliane – Fatale Privilegio, in Documentario della Regione Siciliana, n. 7, senza data).
.Ricostruiamo la vicenda della inaugurazione della tomba grazie ad un prezioso manoscritto del barone contenente una missiva al direttore pro tempore di un giornale non specificato e forse mai recapitata:
“Canicattì, 18 novembre 1967. Sabato, ore tre e un quarto del mattino. Per il Direttore pro tempore del Giornale di…
Gentile Direttore, non ho mai avuto paura della verità perché la considero l’unico strumento valido, che la Giustizia umana ha a sua disposizione… Confermo esser vero che io abbia tempestivamente provveduto alla sistemazione di quella che, a Dio piacendo, sarà la mia tomba, nella cripta della Cappella Cimiteriale di Canicattì, Cappella dovuta all’Opera e al Genio di Ernesto Basile, nel lontano 1899”.
Passava quindi ad alcuni chiarimenti rispetto ad un articolo comparso sulla stampa regionale il giorno precedente:
Non si tratta di un sarcofago, ma di modesti conci di Spatafora, ubicati dentro la cripta della Cappella, un rettangolo alto un metro, lungo due e largo uno circa, ricoperto di una pesante lapide in marmo siciliano trapanese.
E’ lì che, a Dio piacendo, sarà collocata la bara di legno eseguita dai fratelli Luigi e Giuseppe Pastorini, i quali con umana pietà, dietro mio ordine, hanno trasformato un annoso albero della tenuta di Giacchetto. Tengo a dire che il vecchio olmo è stato abbattuto dal vento e si trovava nel bosco di Fabrizio, ove è ubicato il campo ostacoli…
La data e l’ora non sono quelle espresse nel “pezzo”. Trascrivo quanto si trova scritto sul mio diario, quaderno n. 222.
Canicattì, ore cinque del mattino, mi sono alzato, 22 ottobre 1967, quarta domenica del mese. – Canicattì il 22 quarta domenica di ottobre 1967, ore cinque e mezzo del pomeriggio, sono dentro la cripta della Cappella Gentilizia del Cimitero di Canicattì, progettata dall’architetto Ernesto Basile da Palermo, nell’anno 1899-1990 (millenovecento) per incarico del barone Agostino La Lomia Bartoccelli, nato nell’anno 1834 e morto nel 1909 il 13 dicembre (Santa Lucia) – mio signor nonno.
Nella cripta, come ho altrove detto, c’è la mia tomba con la lapide e la seguente scritta:
QUI GIACE
AGOSTINO LA LOMIA E GIUDICE
NATO IL 30 GENNAIO 1905 E MORTO…
Evidentemente non si sa, perché sono ancora vivo (22 ottobre 1967 ore 18”..
Nella cripta il barone e i presenti consumano un piccolo pasto a base di mandorle, pane e vino rosso; si riprende un’antica usanza, tipica della Grecia, della Sicilia e anche dell’Italia Meridionale, quella di consumare sulle tombe un pasto, qualche volta a base di fave, dette appunto dei morti.
Vengono quindi elencati tutti coloro che nella cripta partecipano al rito inaugurale:
Salvatore Cosentino La Lomia, di anni 80, terzo decano della famiglia;
Michele Pastorini e Pace, di anni 65, scalpellino;
Luigi Pastorini e Pace, primo falegname della mia casa, di anni 53;
Giuseppe Pastorini e Pace, di anni 44, secondo falegname;
Michele Librizzi e Di Prima, soprastante maggiore di Cosentino La Lomia al Feudo Ladri di Capodarso da Caltanissetta, di anni 60 con (zimme) ciste sul cuoio capelluto;
Mannella Luigi e Pergola, di anni 37, autista del cavaliere Cosentino La Lomia, nisseno;
Francesca Gennuso e Alfano, di anni 63, da Montedoro, criata(cameriera) analfabeta;
Maira Carmelo, carrettiere e garzone famulo di casa, vecchio dipendente da quarant’anni e più in casa mia;
Luigi Giordano da Canicattì, di anni 60, il quale pilota la macchina con la quale mi sposto (autista);
Girolamo Sciabbarrasi e Campagna, di anni 28, stagnino (avvampato) a corto sempre di denaro;
La Licata Giuseppe e Attardo, di anni 40, elettricista, ma che per l’occasione provvedeva alle candele, sette per la verità;
Agostino La Lomia, Padrone di Casa.
L’idea di anticipare il proprio funerale sarà venuta in mente ad Agostino La Lomia leggendo dell’imperatore Carlo V, di cui era studioso ed ammiratore. Il sovrano, per meglio preparare il suo spirito all’imminente viaggio nell’aldilà, si era ritirato in un convento spagnolo, a Yuste nell’Estremadura: lì un giorno fu innalzato un grande catafalco finto ed i monaci salmodianti pregarono per la salvezza dell’anima dell’imperatore che se ne stava in un angolo della chiesa, avvolto in un enorme mantello nero, dopo aver affidato un cero acceso ad un monaco, ad indicare il suo abbandono fiducioso alla volontà divina.
Agostino La Lomia lasciò precise istruzioni per il suo funerale, ovviamente di prima classe. Per lui erano sempre pronti una berlina che, al momento opportuno, sarebbe stata trainata da otto cavalli e un carro dipinto con i colori a lui cari: rosso, verde e giallo. Tutto era predisposto con un rigido e meticoloso cerimoniale degno di un sovrano, l’autoproclamato Sovrano del Regno di Sicilia con sede nell’isolotto di Capo La Croce, nel mare di Taormina.
Il suo corpo fatto cadavere sarebbe stato preso in consegna dalle sette autorità pro tempore di Canicattì. Alle sue esequie avrebbero dovuto sovrintendere sedici becchini internazionali, provenienti da Europa, America, Asia e Africa, guidati da un notaio dalla mano adunca, da un ingegnere palermitano con piccone, da un banchiere con nodo scorsoio e da un senatore nisseno con forchetta, antesignano di tangentopoli. In una rivisitazione del contrappasso dantesco, Agostino La Lomia, infatti, voleva che partecipassero alle sue esequie i rappresentanti delle categorie che più lo avevano perseguitato in vita.
Al funerale avrebbero partecipato anche quarantadue becchini provenienti da tutta la Sicilia e dalle principali città europee; particolarmente gradita sarebbe stata la presenza del becchino capo del cimitero di Lisbona, dal nome beneaugurante – nomina omina direbbero gli antichi romani – di Cimitero della felicità. Avrebbero altresì presenziato tutti i sacerdoti e tutti i monaci di Canicattì, le suore, gli orfanelli e le orfanelle, accattoni e vecchietti indigenti per un totale di cinquecento invitati.
Le marce funebri sarebbero state eseguite dalla banda musicale di Acireale e da quella di Canicattì. Preferita la dolentissima Marcia funebre di Chopin che, secondo alcuni biografi, sarebbe stata concepita dall’artista mentre abbracciava uno scheletro. Una scelta e una coincidenza davvero singolari se si pensa che il barone La Lomia spesso accompagnava con la chitarra un famoso motivo della sua terra: Vitti na cozza (Ho visto un teschio).
Al termine del rito funebre, a tutti i presenti sarebbero stati serviti su vassoi d’argento gelati tradizionali (anche se la morte fosse sopraggiunta d’inverno, come appunto accadde!); a tutti i forestieri sarebbe stato assicurato un congruo rimborso delle spese sostenute per raggiungere Canicattì e per soggiornarvi. Da tempo erano stati stampati in tipografia gli inviti per il funerale; per i familiari una sola incombenza: aggiungere a mano la data della morte che era stata lasciata in bianco.
Agostino La Lomia morì il 20 gennaio 1978 nella casa di riposo “Residenza Serena” di Gravina di Catania ove i nipoti, figli della sorella Teresa, lo avevano portato da qualche mese, dopo un lungo periodo di degenza nel reparto di ortopedia dell’Ospedale di Enna a seguito di una caduta.
I funerali furono celebrati nella sua San Domenico a Canicattì l’indomani, alle ore 15. La realtà fu assai diversa da quanto programmato: alle esequie parteciparono soltanto una cinquantina di persone in un pomeriggio particolarmente uggioso e triste; fu rispettata soltanto una delle disposizioni del defunto e così nella bara furono collocati quaranta sacchetti di terra provenienti da ciascuno dei feudi dei La Lomia.
Unico erede di Agostino rimase il fratello Giuseppe di cui non si era mai fidato al punto di farlo dichiarare inabilitato. Giuseppe dalla moglie Concetta Caramazza aveva avuto due figli: Anna Maria morta di tifo a 11 anni il 19 agosto 1944 e Salvatore, che lo zio voleva come suo unico erede. Salvatore, però, morì scapolo a 32 anni il 16 dicembre 1978 e pertanto tutti i beni tornarono nella disponibilità del cavaliere Giuseppe. Questi, rimasto vedovo nel 1974, sposò, dopo la morte del fratello e del figlio, la signora Elise Crista Boschel, originaria di Dresda, allora nella Germania Est, venuta a Canicattì in cerca di lavoro. La signora Boschel, alla morte del marito, avvenuta l’otto novembre del 1983, ereditò il palazzo baronale, la villa di Giacchetto e tutti gli altri beni dei La Lomia.
Andato a vuoto, per difficoltà burocratiche, un tentativo di acquisizione da parte del Comune di Canicattì, il palazzo, in data 19 novembre 1986, fu venduto dalla signora Boschel al professor Emanuele Giardina che ha proceduto a pochi restauri dal momento che l’edificio è pervenuto in suo possesso in ottime condizioni. Dopo il restauro risulta assai elegante, pur nella sua sobrietà, lo scalone di accesso al primo piano; per la scala, in origine realizzata con pietra serena, una pietra grigia come la lava ma dolce, si è resa necessaria una nova sistemazione con marmi pregiati. Sono stati restaurati in particolare i magazzini a piano terra ed i granai sottostanti.
Palazzo La Lomia è oggi fruibile da parte di tutti i cittadini per mostre e incontri a carattere culturale che trovano in esso una splendida cornice. GAETANO AUGELLO













