La politica spesso smette di essere se stessa e si auto trasforma in forme indecifrabili e incomprensibili. I movimenti tellurici di una giunta, sono sempre le conseguenze di assestamenti politici, di maggioranze venute meno o di opposizioni finite per non essere più tali. Ma in tutto questo vi è sempre una logica, un sottile filo rosso che lega i ragionamenti rendendoli tali. Nel rimpasto di giunta al comune di Canicattì, sembra che questo filo rosso sia rimasto ingarbugliato o addirittura non se ne abbia più notizia. Noi come siamo soliti fare, domandiamo.
La domanda principale è: che senso ha sostituire un architetto in un assessorato con le medesime deleghe, con un altro architetto? E’ come dire che l’architetto sollevato non è stato all’altezza del suo compito se viene sostituito con un altro architetto che sembra dichiarare di avere un ruolo tecnico e non politico. Cosa può fare l’architetto subentrato che non avrebbe potuto fare uno che aveva già preso dimestichezza con la macchina amministrativa, che aveva già in itinere diversi percorsi progettuali? E’ una palese bocciatura dell’operato dell’architetto Muratore? Sono due percorsi di laurea diversi? E’ un palese giudizio sulle sue competenze? Perché si ringrazia e ci si complimenta con l’architetto uscente per quanto fatto e contemporaneamente lo si sostituisce senza una logica spiegazione con un altro?
Non sarebbe corretto spiegare alla città quali sono i veri motivi di questa sostituzione? La politica non deve essere necessariamente l’arte di non dire le cose come stanno. La gente ha diritto di capire, di comprendere, di avallare o dissentire, ma su spiegazioni che non siano basate su indecifrabili decisioni. La politica ha il dovere di farlo, la gente ha il diritto di chiederlo.
Cesare Sciabarrà















