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Raro avvoltoio capovaccaio trovato morto a Campobello di Licata, l’esito dell’autopsia

Scritto da il 15 gennaio 2020, alle 07:08 | archiviato in Ambiente, Campobello Di Licata, Cronaca, Photo Gallery. Puoi seguire ogni risposta attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o un trackback a questo articolo

Si chiamava Kate il raro esemplare di avvoltoio capovaccaio rinvenuto morto nella zona di Campobello di Licata (Ag) in Sicilia.

Nell’estate 2019 otto giovani capovaccai nati al Cerm (Centro Rapaci Minacciati) erano stati liberati in provincia di Matera nell’ambito del progetto “Life Egyptian vulture” grazie ad operazioni di rilascio condotte dall’Associazione Cerm e da Ispra. Alla fine dell’estate, invece di migrare in Africa, tre di questi capovaccai avevano deciso di svernare tra Calabria e Sicilia e Kate era uno di essi.
Infatti, dopo aver abbandonato l’area di rilascio il 30 settembre, Kate si era diretta verso Sud ed il 18 ottobre aveva raggiunto la costa occidentale della Sicilia. Da allora aveva iniziato a esplorare il territorio alla ricerca del cibo, seguita passo passo da un gruppo di volontari che l’ha monitorata per proteggerla e, quando possibile, fornirle un qualche supporto alimentare.

Questo monitoraggio è stato possibile grazie all’attivazione di un gruppo Whatsapp che riceveva in tempo reale da Guido Ceccolini, direttore del Cerm, i dati sulla posizione di Kate forniti dal gps di cui era dotata. Purtroppo, a fine dicembre i dati gps indicavano che il capovaccaio, nei pressi di Licata, non si muoveva più.
Il 3 gennaio gli ornitologi Agostino Cantavenera, Giuseppe Cantavenera ed Andrea Ciaccio si sono messi alla ricerca di Kate. Nonostante le difficoltà dovute alla conformazione del territorio, i tre volontari sono riusciti a ritrovare la carcassa del povero animale, completamente spolpata da qualche rapace. Quel poco che è rimasto del corpo di Kate è stato consegnato ai Carabinieri-Forestali del Cites di Palermo, giunti sul posto, che hanno provveduto a portare i resti all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Palermo, dove si cerca di accertare la causa della morte del capovaccaio.

Un primo esame radiologico ha escluso la presenza di pallini nelle ossa ma ciò non esclude, comunque, che l’animale possa essere stata ucciso a fucilate. Altra causa di morte potrebbe essere l’ingestione di bocconi avvelenati ma per capirlo occorre attendere l’esito degli esami tossicologici. Si può escludere, invece, che la morte sia stata causata da elettrocuzione o impatto contro pale eoliche perché nell’area non vi sono infrastrutture del genere.
Per ora rimane il fatto, gravissimo, che dopo soli due mesi di permanenza in Sicilia Kate sia morta: è il quarto esemplare tra quelli liberati dal Cerm nel corso degli anni e dotati di GPS a morire o “scomparire” nella Sicilia occidentale.
Nel 2018 una sorte orribile toccò a Clara, altro giovane capovaccaio che era stato liberato in Basilicata, che fu uccisa a fucilate nel trapanese durante la sua migrazione. Tale episodio portò ad una raccolta di firme che superò quota 111.000 e che aveva lo scopo di sollecitare le autorità ad inasprire il contrasto al bracconaggio e creare punti di alimentazione all’interno di aree protette. Nel maggio 2019 l’Associazione Cerm ha consegnato queste firme al Ministero dell’Ambiente ma, da allora, non ha ricevuto alcun minimo riscontro.

Ben sapendo che la Sicilia occidentale rappresenta per i rapaci migratori e per l’avifauna in genere una sorta di gigantesco “buco nero”, nel quale vengono inghiottiti ogni anno innumerevoli uccelli migratori a causa di un bracconaggio intenso e diffuso, sarebbe più che mai necessario e indispensabile un giro di vite per porre rimedio a tale conclamata illegalità. Anche per il bene del capovaccaio, la specie di rapace più minacciata di estinzione d’Italia.



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