Mettere al centro l’uomo che invoca giustizia per sé stesso e per la società a partire dalla sua esperienza di fede. Su questo tema si è sviluppato l’incontro dal titolo “Fides quaerens. Giustizia e fede: l’esperienza del giudice Livatino”. Una tavola rotonda, organizzata dalla Pontificia Facoltà teologica di Sicilia, alla quale hanno preso parte il Procuratore generale della Corte d’Appello di Palermo, Lia Sava, e Andrea Zappulla, giurista e docente di diritto canonico. A moderare l’incontro, la professoressa Anna Pia Viola: “La figura di Livatino ha maturato una consapevolezza di fede molto alta, ma anche molto normale. – commenta illustrando la genesi dell’incontro – Lo afferma lo stesso Papa Leone: si tratta di un’esperienza di santità normale, alla portata di tutti. Livatino è per noi non un eroe contro la mafia, un eroe civile, ma è altamente una vittima, nel senso teologico del termine, si offre. Livatino è vittima perché fa di sé stesso, del suo rigore, della sua professionalità, un’offerta alla Chiesa e al mondo”.

L’obiettivo, riuscito e ben accolto dalla platea, è stato dunque quello di rilanciare la fecondità del rapporto giustizia e fede. L’incontro ha dato spunto a un dibattito molto articolato e ampio sulla figura del giudice e non solo, anche sulla santità nascosta che abita la nostra quotidianità. “La giustizia è un percorso in divenire, nel senso che è riconoscere l’altro. – ha esordito Lia Sava – Riconoscere l’altro implica rispetto delle regole costituzionali, rispetto dei principi e soprattutto del principio di uguaglianza. Ma il giudice, il poliziotto, il carabiniere non possono fare tutto da soli. Per realizzare una giustizia giusta è necessario l’impegno di ciascuno di noi, quello slancio etico della società nel suo complesso. Ecco perché la giustizia oggi, come la giustizia ieri, ha bisogno dell’impegno di tutti, a maggior ragione se si è cristiani”.


Giustizia e fede, due ambiti apparentemente distinti: “Ricordiamo che la giustizia è una virtù cardinale e quindi va di pari passo anche in relazione a quelle che sono le virtù teologali, quindi fede, speranza e carità. Rosario Livatino riesce nella sua esperienza di vita, seppur breve, a coniugare perfettamente queste due dimensioni. – spiega Zappulla – Livatino è stato un operatore di giustizia perché è riuscito a coniugare fede, diritto e giustizia assieme alla carità; quella carità che illumina la fede, che illumina appunto la giustizia e che permette al giudice di poter amministrare la giustizia in modo retto, facendo attenzione a tutte le parti coinvolte quando avviene un conflitto, un delitto, quindi non solo il reo, ma anche la vittima e la società”.