La devozione a San Giuseppe è ben presente nella tradizione canicattinese. Al santo è dedicata una splendida chiesa nel corso principale della città. L’edificio risale alla prima metà del Seicento ma è stato più volte restaurato ed abbellito. L’intervento artisticamente più rilevante fu effettuato agli inizi del Novecento, quando il grande artista palermitano Ernesto Basile ne progettò l’elegante e sobrio prospetto e, pare, il pregevole tetto a cassettoni – unico in città – realizzato al posto della volta originaria crollata in parte e, quindi, abbattuta. La modifica del prospetto fu progettata nel 1907 ed ultimata nel 1909.
Le vicende della chiesa sono strettamente legate al primo ospedale cittadino, voluto dal signore di Canicatti Giacomo Bonanno Colonna durante la peste del 1624-1626. L’ospedale fu intitolato ai Santi Filippo e Giacomo, protettori della famiglia patrizia canicattinese ed era chiamato da tutti l’Ospedale dei poveri. Lo storico Vito Amico lo indica come “Ospedale di San Sebastiano destinato alla cura ed all’accoglienza degli ammalati e dei viaggiatori”.
Al suo interno non operava alcun ordine religioso od ospedaliero e, pertanto, è da ritenere che le mansioni di infermiere fossero svolte da civili, aiutati con tutta probabilità dai membri della Confraternita di San Giuseppe. Gli infermieri erano da tutti chiamati ospedalieri e, per gratitudine collettiva, godevano di funerali gratuiti. Le donne che prestavano servizio in ospedale dovevano avere non meno di quarant’anni di età: la stessa stabilita dal Concilio di Trento come età minima per le cosiddette perpetue e cioè le donne impegnate nel servizio dei preti. L’indicazione Ospedale di San Sebastiano derivava dalla vicinanza alla chiesetta a lui dedicata, costruita intorno al 1576 e preesistente all’attuale chiesa di San Diego.
L’ospedale occupava un vasto spazio tra l’attuale corso Umberto e gli orti adiacenti al torrente, oggi ricoperto dalla via Cesare Battisti, ed era dotato .di un vasto giardino che giungeva fino alle botteghe che fronteggiavano l’attuale piazza IV Novembre. Non c’era problema di fognatura data la vicinanza del torrente che, peraltro, svolgeva analoga funzione per tutta la città.
Dopo alterne vicende l’Ospedale fu soppresso nel 1790 e le sue rendite furono devolute al Collegio di Maria cui fu assegnato l’ampio edificio.
Tra la chiesa di San Giuseppe e quella di San Diego esisteva un’area non edificata appartenente alla Confraternita dei Santi Sebastiano e Diego. Durante le feste patronali, proprio tra l’abside di San Diego e la cosiddetta porta falsa di San Giuseppe, si allestivano delle logge per la vendita delle pannerie.
Proprio in quegli spazi, tra il 1870 e il 1876, fu costruito il Municipio di Canicatti. La Giunta aveva in precedenza destinato tale spiazzo ai carrettieri, perché vi riparassero i loro cavalli “attaccandoli ad un anello di ferro a mezzo di catena e catenaccio per prevenire qualsiasi involamento”. Il nuovo Palazzo di Città veniva a sostituire l’antica Casa Giuratale che sorgeva di fronte alla chiesa di Santa Rosalia. La Casa Giuratale era stata venduta, il 26 febbraio 1865, a Giuseppe Caramazza Bordonaro per 350 onze.
Alla festa di San Giuseppe erano legate in passato alcune importanti tradizioni. Il 19 marzo e le domeniche precedenti e successive, fino alla Pasqua, si svolgeva nei vari quartieri il tradizionale banchetto di San Giuseppe organizzato dalle famiglie benestanti, anche come ex voto, a beneficio dei meno abbienti.
Per realizzare il tutto, i componenti della famiglia, spesso travestiti da mendicanti, andavano di casa in casa per raccogliere – presso vicini, parenti e conoscenti – un piccolo obolo. Quanto restava dopo la realizzazione del pranzo veniva donato ai poveri
A mezzogiorno San Giuseppe, e cioè un povero con barba bianca, tunica zola, larga sciarpa dai colori vivaci, manto giallo e taddema di latta – un largo piatto di cartone dorato in sostituzione della regolamentare aureola – insieme a due figuranti nelle vesti della Madonna e di Gesù Bambino – si avviava verso la casa ove era organizzato il pranzo; con loro anche un ragazzo vestito da angelo – con ali di cartone dorato e spada in pugno – e tanti bambini poveri del quartiere.
In precedenza la famiglia divina aveva partecipato alle funzioni religiose percorrendo alcuni tratti della città: la Madonna su un asinello in gualdrappa e San Giuseppe tenendo in mano un bastone sul cui pomo fioriva lu barcu, un mazzetto di odorose violacciocche.
Giunti davanti alla casa che ospitava il banchetto, Gesù Bambino bussava e la porta si apriva su una tavola riccamente imbandita: c’era ogni ben di Dio a cominciare dalla pasta fritta, li capiddi d’Angilu; a seguire finocchi, asparagi, carciofi, guastidduzzi fritti, scripitinchiuna, ravioli, scumi, scacciu, ecc.
I resti del lauto banchetto – comprendente spesso una decina di portate – erano dati al mendicante-San Giuseppe che avrebbe fatto festa per un’intera settimana.
Il via era dato dallo scoppio di petardi, bombe furgari, colpi di fucili e di rivoltelle (col consenso dell’Autorità di P.S.). Il banchetto si concludeva con la benedizione ed una scarica di artiglieria.
Per tutto il novenario antecedente la festa alcuni orbi recitavano, in cambio di offerte, delle nenie in onore del santo con accompagnamento di violino. La tradizione fu per anni continuata dal solo Minicu Martieddu.
E proprio nella chiesa di San Giuseppe per alcuni anni, nel giorno della festa del santo, furono sorteggiati tra le ragazze bisognose due legati istituiti nel 1854 per disposizione testamentaria di don Salvatore Bordonaro. GAETANO AUGELLO