Nella foto di Diego Sgammeglia qui allegata la signora Rosaria Bordonaro – con in mano il classico “tancino” (scaldino) – è ritratta nella sua “putia di vinu” con un avventore. La signora fino a pochi decenni fa – unitamente al marito Antonio Lanzarone – gestiva una rivendita di vino in via Torino, in un piccolo ambiente che si affacciava sul cortile adiacente all’attuale ristorante “Gola”. Antonio Lanzarone aveva sposato in seconde nozze Rosaria Bordonaro dopo la morte della prima moglie Anna Corbo. I due coniugi vendevano dell’ottimo vino di produzione propria. Quando il vino finiva, la “putia” chiudeva fino alla successiva vendemmia. Sempre in via Torino, ma sul lato opposto, altro buon vino veniva venduto – fino ad esaurimento delle scorte – dalle sorelle Maira, “li Mascara”. I Altre “putie” rimanevano sempre aperte. Un altro gestore, invece, “produceva” il vino nel “vigneto” del suo retrobottega; e gli capitava spesso di rispondere ad un cliente che chiedeva del vino verso mezzogiorno: “Torni di pomeriggio: troverà tutto ciò che desidera!”. La “putia di vinu” assolveva una funzione sociale. Contadini e operai, dopo una giornata di dura fatica, vi si ritrovavano per un momento di relax: il vino non era lo scopo principale ma un gradevole compagno di conversazione. Spesso il vino accompagnava dei cibi semplici portati da casa. Raramente qualcuno si ubriacava. Ricordo che, ragazzino, accompagnavo il mio nonno materno nella “putia” degli “Scalora” a “li Putieddi” (corso Garibaldi, angolo via Palestro – I locali, successivamente, sarebbero stati utilizzati come sede della “Antonio Gramsci”, una delle sezioni storiche del Partito Comunista di Canicattì). Non l’ho mai visto non dico ubriaco ma nemmeno “su di giri”. Le botteghe del vino, e soprattutto i saloni dei barbieri, erano i siti internet del tempo: fonti inesauribili di notizie vere o, il più delle volte, presunte.
GAETANO AUGELLO