In ritardo ma con le idee chiare, l’udienza in Corte d’appello che si è celebrata ieri a Palermo a carico degli imputati dell’inchiesta “Alta Mafia”. Nessun teste, citato dalla difesa, sarà escusso in aula per cui il procedimento dovrebbe avviarsi alla conclusione entro la fine dell’anno. I giudici di secondo grado però, se hanno escluso le prove testimoniali hanno ammesso quelle documentali.
Inoltre la Corte ha detto sì all’acquisizione di alcune sentenze del troncone abbreviato del processo. Dall’arco della difesa, gli avvocati lanceranno le frecce delle assoluzioni emesse, incanalandole al processo ordinario. In primo grado, sono stati 12 i condannati e due gli assolti. Sessantacinque anni di carcere in tutto e in alcuni casi la pena ha superato quella richiesta dall’accusa.
La condanna più pesante, 16 anni e 8 mesi di carcere, fu comminata a Vincenzo Lo Giudice, l’ex assessore regionale ai lavori pubblici nel mirino dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
A 4 anni e due mesi fu condannato invece l’altro politico implicato in un diverso troncone del blitz del 2004: Antonio Scrimali, ex sindaco di Canicattì.
Nell’operazione eseguita dalla Squadra Mobile di Agrigento, le manette scattarono pure ai polsi di soggetti accusati di mafia anche in altre inchieste: tra questi, Calogero Di Caro è stato condannato a 10 anni di reclusione, mentre a Maurizio Di Gati sono stati irrogati 5 anni di carcere, non avendo beneficiato di nessun attenuante per la sua posizione di collaboratore di giustizia. La prossima udienza del processo di secondo grado si terrà dopo l’estate, il 28 settembre, data in cui sarà fissato il calendario del procedimento.
Le discussioni sono previste per novembre. L’operazione “Alta Mafia”, che portò in carcere 43 soggetti, è un blitz storico per la polizia agrigentina e siciliana che ebbe influssi inevitabili sulla vita politica di Canicattì e non solo. Tra gli omissis delle intercettazioni, anche vari big dello scenario istituzionale romano.












