petrotto7Nel rispondere ai tuoi quesiti, vorrei uscirmene con una battuta, per stigmatizzare questo nuovo stile architettonico tutto meridionale o se preferite, tutto siciliano che io tempo fa battezzai col nome: NON FINITO SICILIANO.
Al di là della boutade, la realtà è  che  molti centri abitati e non solo le campagne, pullulano di bruttissimi scheletri architettonici, semplicemente perché abbiamo assistito a ciò che Goya o Borges, avrebbero invece decodificato come un lunghissimo sonno della ragione che come si sa, genera mostri.
E da noi, in Sicilia, non ci siamo limitati soltanto a questo genere di mostruosità.
Il disordinato ciclo del calcestruzzo o del cosiddetto movimento terra,  ha contribuito ad arricchire sicuramente le imprese mafiose, tutte concentrate attorno a questa idea fissa di ricchezza spesso completamente illecita.
Con una sapiente illustrazione letteraria e poi cinematografica, se vogliamo proprio riferirci a Leonardo Sciascia, credo che il GIORNO DELLA CIVETTA è emblematico in tal senso.
Pensate che ancora adesso a Racalmuto, appena nomino quella, si fa per dire, favolosa epopea del calcestruzzo degli  anni Settanta ed ancor di più, trascinatasi negli anni Ottanta, professionisti, imprese e politici dell’epoca, saltano in aria.
C’è stato uno stretto connubio tra chi, con la logica del lasciar fare,  favoriva le imprese e gli impianti di calcestruzzo in mano, per lo più, della mafia.
L’attuale assessore regionale all’industria, Marco Venturi che è stato tra l’altro mio compagno di scuola, ha contribuito in maniera determinante, da vicepresidente di Confindustria Sicilia, a svelare assieme a qualche magistrato, quale Nicolò Marino, questa faccenda del calcestruzzo depotenziato.
Il Venturi ha potuto fare ciò perché, tra l’altro era ed è titolare di un’azienda che testa la resistenza dei calcestruzzi.
Come vedete, la faccenda sembra complicata ma è assai semplice.
Se ci riferiamo invece agli investimenti privati, a quei palazzoni incompleti e senza alcun valore che affollano interi paesi come Gela o nell’agrigentino, Favara o Palma di Montechiaro e molti altri centri, nonché agli scheletri disseminati nelle campagne, dobbiamo concludere che abbiamo assistito ed in parte ancora assistiamo, ad uno scellerato connubio tra due follie.
E’ stato celebrato, il più delle volte inconsapevolmente,  un finto matrimonio di convenienza tra chi pensava di far un buon affare, investendo in maniera disordinata e disarmonica nell’edilizia e le imprese mafiose, alle quali poco importava cosa si faceva, ma per loro era importante inondare la Sicilia di calcestruzzo.
Ed è stato così che una sorta di colata, simile a quella dell’Etna, si è abbattuta sulla Sicilia,  coprendo ogni velleità di sviluppo sotto il peso di una montagna di cemento,  più o meno disarmato.
Se volevate una spiegazione logica di ciò che avvenuto al Sud ed in Sicilia, in modo particolare, devo concludere che di logico c’è ben poco, se non che tutti quanti, noi Siciliani, abbiamo fatto un cattivo affare.
I mafiosi sono stati quasi tutti quanti arrestati, i loro beni sequestrati e confiscati.
Le poche imprese che ancora resistono sono strangolate dai debiti, dalle banche usurarie.
Tutti quanti noi Siciliani ci ritroviamo, come si suole dire ‘cu na mani davanti ed una darrié’. Cioè nudi, più affamati di prima e soprattutto più sottosviluppati.
Siamo ridotti cioé con una mano davanti ed una messa dietro, a coprire le nostre ‘vergogne’ o i nostri vanti, se preferite.

Quando si dice che il cemento porta solo povertà, volendo estremizzare il concetto relativo a quanto è avvenuto in Sicilia, dobbiamo rimarcare  che buttare i soldi in intraprese del genere, ha reso la nostra terra non solo più brutta e piena  schifezze, peraltro mai completate,  ma ci ha fatto sprofondare in una povertà per la quale difficilmente si può trovare rimedio.
Tranne che le stesse ruspe devastatrici, già utilizzate per preparare il terreno a degli investimenti del tutto sbagliati e che hanno deturpato un intero Mezzogiorno d’Italia, non vengono stavolta utilizzate per un’opera di redenzione urbanistica, per radere al suolo quelle centinaia di migliaia di fabbricati che offendono, non solo le nostre città ed il nostro paesaggio, ma anche quella presunta intelligenza dei Meridionali.
Siamo stati così imbecilli da investire in fabbricati che oggi non valgono niente.
Se a Favara o nella mia vicina Grotte volete comprare un intero palazzo di tre piani, con poco più di centomila euro quel palazzo è vostro.
Magari per costruirlo e lasciarlo incompleto sono stati spesi più di trecentomila euro.
Tutti pensavano di avventurarsi in delle remunerative speculazioni economiche.
Ed invece queste costruzioni più o meno selvagge ed abusive, si sono rivelate una vera e propria tomba per il futuro del Sud dell’Italia.
Come ho avuto modo di sottolineare non si è trattato di solo mafia, ma di tanta imbecillità collettiva che ci ha fatto per un attimo prefigurare scenari di facile arricchimento.
Poi, sono finiti i soldi, le rimesse degli emigranti, i proventi illeciti della mafia, e quegli scheletri, quegli obbrobriosi palazzoni, quelle numerosissime opere pubbliche inutili, sono rimaste lì, in attesa che qualcuno trovi i soldi per rimuoverle o per buttarle giù.
Nella maggior parte di queste scellerate costruzioni, ci vorrebbe,  per completarli,  almeno il triplo dei soldi che sono stati spesi  per portarli allo stadio che vedete.
Ma siccome i soldi sono irrimediabilmente finiti, visto che ormai si riesce solo a sopravvivere, credo che se non c’è un intervento pubblico, stavolta serio,  che riesca a riconvertire tutto questo patrimonio edilizio del tutto sprecato ed inutilizzato,  una sorta di piano Marshall per l’edilizia al Sud, per intenderci, difficilmente vedremo scomparire queste brutture che tanto male hanno fatto, in modo particolare a noi Siciliani.
Altrimenti dovremmo dire grazie, paradossalmente, proprio al cosiddetto calcestruzzo depotenziato.
Solo lui ci salverà!
Una volta constatato che tutti queste centinaia di migliaia di fabbricati, non sono in grado di reggersi in piedi, sarà necessario procedere con una sorta di obbligatoria demolizione di massa.
Il caso ospedale di Agrigento ci ha dimostrato che ciò è possibile.
Se la Procura della Repubblica ritiene o riterrà, (vedremo gli sviluppi futuri a seguito delle ultime vicende giudiziarie) necessario far sgomberare e demolire persino l’unico ospedale che ha la città capoluogo di provincia di Agrigento, credo che a maggior ragione si dovrà procedere nella demolizione e nel risanamento di interi paesi e campagne. 
Purtroppo in Sicilia siamo stati colpiti da un’insana frenesia edilizia che non ha prodotto più  gli stili architettonici simili a quelli del passato, come quello  greco, ad esempio od ellenistico- romano, oppure arabo-normanno, svevo, romanico, gotico, plateresco, o se preferite, barocco,  rococò, neoclassico o liberty.
 No!
 Nella seconda metà del Novecento al Sud Italia, in particolar modo la nostra eccellenza urbanistica è coincisa, come dicevo all’inizio, con uno stile tutto nostro, che abbiamo tentato di esportare ovunque, il NON FINITO SICILIANO.


                                                 Salvatore Petrotto